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“Opus Cactus”: natura e onirismo nell’universo dei Momix

Momix_Opus Cactus © Pedro Arnay

 

Sonorità tribali a sipario chiuso: questo il benvenuto agli spettatori del Teatro Europauditorium di Bologna la sera del 3 febbraio scorso, poco prima dell’inizio di Opus Cactus della compagnia Momix.

Il titolo suggerisce infallibilmente l’ambiente, l’atmosfera e l’immaginario da cui il coreografo Moses Pendleton ha tratto ispirazione per questo successo, sulle scene dopo dieci anni di stand-by: il deserto, con la sua calura eccitante e disarmante al contempo, con la sua desolazione abitata da creature fuori dalla realtà. Ma, come di consueto, il genio del coreografo va ben oltre la geografia e la biologia per stuzzicare le menti in platea.

Aprono le danze tre cowboy in jeans, frange e cappello da rodeo, impegnati a cavalcare il palcoscenico su dei piccoli trampoli, prolungamento di una sola gamba. Il tutto sulle note di Santa Maria (Del Buen Ayre) dei Gotham Project. Quale modo più intrigante di associare al machismo americano la passione latina, attraverso una sequela di gag e equilibrismi sfortunatamente mal eseguiti dai performer in scena.

Seguono rovi luminosi, molleggianti lungo tutto il proscenio: un chiaro esempio di come la natura possa abbandonare il proprio status originario per mutare in qualcos’altro, qualcosa di straordinariamente diverso, artefatto appositamente per stupire anche l’ultima fila di spettatori.

E il susseguirsi di suggestioni naturali, quadro dopo quadro, non fa altro che darne conferma, catapultando il pubblico nel mondo dei rettili, affascinante nella sua tenebrosa misteriosità. E dunque: serpenti corallo che plasmano le sinuosità di giovani danzatrici; una scolopendra composta da quattro danzatori uniti per le gambe, strisciante di qua e di là in una coreografia di braccia/zampe perfettamente coordinata; lucertole umane sfreccianti da una quinta all’altra su piccoli skateboard, così ben mimetizzati dai costumi e dalle luci da suggerire un’immagine aleggiante delle creature, gradatamente rallentate nel proprio andamento e intente in una moviola che li concede il privilegio di correre senza toccare terra.

Un vero e proprio mondo caleidoscopico, magari provocato da un effetto allucinatorio (come di tradizione nelle tribù indiane del Nord America abitanti del deserto), magari soltanto la messinscena conturbante di un sogno di Pendleton.

Improvvisamente, però, la Natura cede il posto all’Uomo, altrettanto stupefacente creatura in grado di dare forma, colore e – soprattutto – emozione al mondo circostante, tanto nelle banali gestualità quotidiane quanto nelle argute sovrastrutture dell’Essere.

Ed è così che una coppia di giovani atleti gioca e sfida una scultura ferrea a forma di doppia goccia incastonata, oscillante secondo un ritmo così ben cadenzato da far addirittura dubitare che dipenda del tutto dalla loro manipolazione. Subito dopo, la finezza di quattro giovani ballerine, vestite di morbidi gonnellini e armate di grandi ventagli, si trasforma d’incanto in una poesia di movimenti chiari, elementari, quasi da insegnamento propedeutico.

La coesistenza di esseri umani e naturali, tuttavia, presagisce scenari di atmosfera meno idilliaca: uno stregone vaticina la caducità della vita, quasi risvegliando la platea dall’apparato onirico creato dal coreografo, fino a condurre lo sguardo verso una landa imbrunita dal cielo violaceo. Qui un totem con teschio e stracci svolazza minaccioso sui corpi dondolanti di tre danzatrici, sospese da terra mediante tre lunghissimi elastici/altalene.

Si fanno beffe della morte, simulando di essere fantasmi. Eppure nulla appare spaventoso, nulla sembra turbare l’animo di chi vi assiste. È questo, allora, il vero messaggio: esorcizzare il male sfidandolo, spronare l’ingegno a generare un nuovo mondo ricorrendo all’estro fantasioso.

Complimenti a Mr. Pendleton: ancora una volta la sua creatività non ha deluso le aspettative.

 

Marco Argentina

www.giornaledelladanza.com

Momix / Opus Cactus © Jack Vartoogian

Momix / Opus Cactus © Pedro Arnay

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