Viviamo nell’era della sovrastimolazione e della fame insaziabile del nuovo. Se qualcosa non cambia o succede subito, ci si annoia. Questa dinamica disfunzionale ha contagiato anche le sale di danza, dove sempre più spesso si scambia la quantità di materiale coreografico con la qualità dell’insegnamento: più passi, più sequenze, più novità. Ma accumulare movimenti non significa imparare. La pedagogia e le neuroscienze infatti ricordano una verità fondamentale: il cervello ama la novità, ma il corpo cresce con la ripetizione. Il sistema nervoso è biologicamente programmato per reagire agli stimoli rilasciando dopamina. Il “nuovo” ci dà una scossa immediata di gratificazione, ma è una soddisfazione effimera. Quando questa logica viene applicata alla danza, si crea un cortocircuito, allievi che consumano passi e coreografie senza mai metabolizzarli davvero. Accelerare i tempi per inseguire la ridotta soglia di attenzione produce esecutori di movimenti, non ballerini e annulla una parte fondamentale della danza, il lato artistico. Il cervello ha bisogno di tempo per introiettare le informazioni, viverle, tradurle in movimento e comunicarle. Ogni volta che un gesto viene eseguito con intenzione, ripetuto nel tempo e corretto, i circuiti neurali si rafforzano. La guaina mielinica che avvolge i neuroni si ispessisce, trasformando un movimento in ...
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