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Vittoria Ottolenghi e la rivoluzione della sua Maratona d’Estate

Per oltre un quarantennio, l’esegesi della danza in Italia ha riconosciuto nella figura di Vittoria Ottolenghi la sua declinazione più alta, nitida e feconda. Figura d’intellettuale di rara statura, la saggista e critica romana non si è limitata a interpretare con acume e rigore le morfologie del gesto e le metamorfosi della scena coreutica: ne ha riscritto il destino sociale, restituendo all’arte del movimento la sua statura di linguaggio universale e pensiero incarnato.

Il suo capolavoro d’ingegneria culturale, la celeberrima Maratona d’Estate — palinsesto ed evento corale entusiasmante diffuso dal servizio radiotelevisivo pubblico —, ha rappresentato una frattura epistemologica di portata storica. In un’epoca in cui la grande coreografia restava gelosamente custodita nei templi chiusi e talvolta aristocratici delle fondazioni liriche, Ottolenghi ha compiuto un gesto di autentica e visionaria audacia: scardinare la distanza elitaria per insediare il balletto e la danza contemporanea nel cuore vivo e pulsante del pubblico immaginario, trasformando il piccolo schermo in una grande agorà della bellezza.

 

Una visione oltre il tempo: la televisione come spazio sacro e popolare

La Maratona d’Estate non fu un mero contenitore d’intrattenimento, bensì un manifesto di politica culturale e poetica della visione. Vittoria Ottolenghi comprese prima d’altri la potenza eidetica del mezzo televisivo, intravedendo in esso la possibilità di erigere un ponte ideale tra il rigore della disciplina e la sensibilità delle masse.

Nel compiere questa transizione, sfidò una duplice pregiudiziale d’ispirazione idealista: da un lato la presunta subordinazione della danza rispetto alle arti verbali o plastiche; dall’altro la diffidenza accademica verso la televisione, ritenuta incapace di farsi veicolo di istanze estetiche elevate.

Con irresistibile carisma, rigore filologico ed edotta chiarezza, la critica romana offriva al pubblico non già una semplice rassegna di passi, ma un raffinato eolico excursus attraverso le correnti, la memoria storica e la semantica del gesto.

Le sue prolusioni, mirabile sintesi di dottrina ed empatico trasporto, educavano il pubblico all’analisi dei linguaggi senza mai cedere all’erudizione accademica, creando uno spettatore consapevole e appassionato.

L’inclusione come vocazione ieratica e democratica

Iride cangiante di stili e poetiche, la Maratona si distinse per una vocazione intrinsecamente egualitaria e plurale. Sul medesimo proscenio mediale, Ottolenghi chiamava a dialogo le étoiles consacrate dei grandi teatri internazionali e i giovani talenti dell’avanguardia, le accademie di tradizione e le compagnie indipendenti.

Il suo insegnamento era un dogma luminoso: il linguaggio del corpo non conosce barriere di censo né di scuola. È narrazione dell’umano nelle sue infinite modulazioni spirituali e formali. La Maratona divenne così un cantiere permanente di talenti, un trampolino di lancio per il nuovo professionismo e un’epifania per generazioni di spettatori che, per la prima volta, scoprivano la complessità e la grazia della Terpsichore.

Un archivio vivente della memoria coreutica

Per sua natura ontologica, la danza è un’arte effimera: vive nel presente assoluto d’un respiro, nell’invisibile vibrazione d’un salto, nella fragilità del corpo che sfida la gravità per poi dissolversi nel silenzio. Ottolenghi ebbe il merito storico di conferire a quest’arte una sempiternità mediatica e documentale.

Attraverso le registrazioni e i cicli della Maratona, le performance più preziose — altrimenti destinate a svanire nell’istantaneità della scena — vennero sottratte all’oblio e consegnate alla memoria collettiva. Non si trattava di una semplice catalogazione, bensì della costruzione di un archivio vivente della coreografia italiana e internazionale, un tesoro documentario che oggi testimonia con inestimabile valore il percorso estetico del nostro Paese.

L’eredità di un’apostola del gesto

La portata storica dell’operato di Vittoria Ottolenghi si articola su quattro direttrici fondamentali:

La Democratizzazione dell’Ipersensibile: aver condotto la grande danza oltre i velluti dei teatri di tradizione, trasformandola in patrimonio accessibile a chiunque possedesse la curiosità dello sguardo.

L’Educazione dello Sguardo: L’aver formato una coscienza critica diffusa, fornendo alle masse gli strumenti ermeneutici per comprendere la drammaturgia del corpo.

Il Mecenatismo Critico: L’aver sostenuto con incrollabile dedizione le nuove generazioni, creando una rete di continuità tra i maestri della tradizione e la sperimentazione contemporanea.

La Sintesi delle Arti: L’aver raccontato la danza in perenne dialogo transdisciplinare con la grande musica, la pittura, la letteratura e la filosofia, restituendo all’arte coreutica la sua originaria dignità umanistica.

A distanza di anni, la lezione di Vittoria Ottolenghi risuona con intatta e imperiosa attualità. La sua opera ci ricorda che la danza non è solo pura forma o virtuosismo: è pensiero incarnato, disciplina, estasi e libertà. E soprattutto ci insegna che la bellezza, quando viene offerta con intelligenza e passione, è il più nobile dei doni universali.

Proprio in virtù di questo valore inestimabile, si fa oggi urgente e indilazionabile un atto di restituzione culturale: che la RAI decida finalmente di attingere alle proprie teche e ai propri archivi per riproporre l’intera serie delle registrazioni della Maratona d’Estate.

È un patrimonio immenso che da troppi anni giace relegato nell’ombra d’un cassetto. Ridare luce a quei nastri non significherebbe soltanto rendere un doveroso omaggio a Vittoria Ottolenghi, ma offrire alle nuove generazioni di studiosi, danzatori, allievi, docenti e appassionati una bussola insostituibile, un giacimento vivo che attende solo di tornare a vibrare sui nostri schermi.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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