
Quando Rudolf Nureyev si lanciava nello spazio del palcoscenico, non era semplicemente un corpo che obbediva a un impulso muscolare. Era come se la terra, per un istante, rinunciasse al suo diritto di reclamare peso.
La gravità esitava, confusa, e il tempo si assottigliava fino a diventare un filo impercettibile. In quell’attimo sospeso, il pubblico smetteva di respirare: non per educazione, ma per istinto, come si fa davanti a un miracolo che non osa essere disturbato.
Il salto di Nureyev non era mai un gesto isolato. Era un atto di rottura. Un’affermazione feroce di esistenza. Un grido muto lanciato contro i limiti imposti al corpo, alla storia, all’identità.
Ogni elevazione era una dichiarazione d’indipendenza: da uomo che rifiutava la docilità, da artista che non accettava confini, da figlio dell’Asia centrale che si sarebbe fatto emblema dell’Occidente senza mai dissolversi in esso.
Fu per questo che il mondo iniziò a chiamarlo Il tartaro volante. Un nome che sembrava nascere più dalla leggenda che dalla cronaca.
La stampa europea lo scolpì con un gusto vagamente esotico, intriso di fascinazione e distanza.
Tartaro evocava steppe infinite, cavalli lanciati al galoppo, popoli nomadi e indomabili. Una parola che sapeva di vento e di polvere, di sangue antico e orgoglio feroce.
Un’etichetta poetica, certo, ma anche un tentativo di contenere l’incontenibile, di dare una forma comprensibile a una presenza che sfuggiva ai canoni.
Eppure Nureyev sembrava nato proprio per incarnare quel mito. Venuto al mondo su un treno transiberiano in corsa, come se la quiete non gli fosse mai stata destinata, cresciuto tra la durezza della steppa e la disciplina implacabile delle scuole sovietiche, portava nel corpo una tensione primordiale.
Non era solo un ballerino: era una tempesta compressa in muscoli e ossa, un uragano educato alla perfezione.
La parola volante, al contrario, non aveva nulla di metaforico. Era una constatazione. Il suo corpo non si limitava a danzare: si sollevava, si sottraeva, si negava alla caduta.
I suoi salti possedevano una sospensione irreale, come se l’aria stessa lo trattenesse per rispetto.
Non era virtuosismo, non era semplice tecnica raffinata fino all’estremo. Era qualcos’altro. Qualcosa che apparteneva più al dominio della fede che a quello dell’allenamento.
Ogni slancio sembrava dire: è possibile. Possibile superare il peso, possibile attraversare il tempo, possibile diventare altro da ciò che ci è stato assegnato.
In quel battito d’ali danzante — perché di ali si trattava — Nureyev affermava una visione: l’arte come mezzo di trasfigurazione, il corpo come strumento di libertà.
Non fu mai addomesticabile. Né dall’ideologia, né dalla tradizione, né dalla paura. Quando nel 1961, durante una tournée del Kirov a Parigi, decise di non tornare indietro, il suo gesto non fu soltanto una defezione politica. Fu un atto di necessità interiore. Un’evasione dell’anima prima ancora che del corpo. Lasciò la madrepatria, sì, ma non per rinnegare le proprie radici.
Il tartaro volante non poteva essere rinchiuso in confini tracciati con l’inchiostro della propaganda né imprigionato in coreografie pensate per servire un’idea di Stato.
Il mondo occidentale lo accolse come si accoglie un presagio: con stupore, con timore, con venerazione.
A Londra, al Royal Ballet, trovò una nuova casa e una nuova lingua. Con Margot Fonteyn creò un sodalizio che appartiene ormai al mito: non solo una coppia artistica, ma un dialogo tra epoche, corpi e sensibilità.
Con Nureyev il ruolo maschile nel balletto cessò di essere accompagnamento. Prima di lui, l’uomo sosteneva, incorniciava, serviva. Con lui, l’uomo divenne centro, fuoco, narrazione.
Non tolse spazio alle ballerine: ne creò uno nuovo, più vasto, più intenso.
E quando il tempo, infine, cominciò a presentare il conto — quando il corpo iniziò a incrinarsi, a perdere quella leggerezza che lo aveva reso leggenda — Nureyev non smise di volare.
Trasferì il volo nella mente, nella creazione, nella visione. Continuò a sfidare i limiti, anche quando i muscoli non rispondevano più come prima.
Oggi la sua figura rimane avvolta da un’aura mitologica, come se il soprannome avesse finito per inghiottire l’uomo.
Ma per comprendere davvero chi fosse il tartaro volante, non basta guardare le fotografie dei salti impossibili, i costumi dorati, le ovazioni nei teatri di Parigi, Londra o Milano. Bisogna ascoltare il silenzio.
Quel silenzio sottilissimo che si crea tra l’ascesa e il ritorno a terra.
L’istante in cui il corpo è ancora in aria, ma l’atterraggio non è stato deciso. È lì che Nureyev vive ancora. In quell’attimo fragile e assoluto in cui l’anima dell’artista, finalmente libera, sfiora il cielo.
Michele Olivieri
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