
Scoprì e lanciò talenti giovanissimi: Fu lui a credere per primo in Vaslav Nijinskij, George Balanchine e Serge Lifar, quando erano ancora poco conosciuti.
Aveva un gusto estetico raffinatissimo: Diaghilev aveva un vero culto per l’eleganza e l’impatto visivo: costumi, scenografie e colori dovevano essere audaci e memorabili. Nulla era lasciato al caso.
Era ossessionato dalla novità: Detestava ripetersi. Se uno stile funzionava troppo, lo abbandonava. Preferiva rischiare il fallimento piuttosto che annoiare il pubblico.
Fu un ponte tra Russia ed Europa occidentale: Anche se russo, ebbe il suo massimo successo a Parigi, portando l’arte russa a dialogare con l’avanguardia europea.
Non era un ballerino (né un coreografo): Diaghilev non danzava e non coreografava: il suo talento era tutto nell’avere un fiuto incredibile per l’arte e nel mettere insieme le persone giuste al momento giusto.
Non tornò mai più a vivere in Russia: Dopo l’inizio della Rivoluzione russa rimase in esilio volontario, diventando di fatto un cittadino del mondo, sempre in tournée.
Ha rivoluzionato il balletto unendo le arti: Con i Ballets Russes mescolò danza, musica, pittura e moda come non si era mai visto prima. Coinvolse artisti come Picasso, Matisse, Bakst e compositori come Stravinskij.
Il “Rito della Primavera” fece scandalo: La prima del Sacre du Printemps (1913) di Stravinskij fu un caos totale: fischi, urla, quasi rissa in sala. Oggi è considerato uno dei capolavori del Novecento
Aveva un carattere difficile (ma magnetico): Era famoso per essere autoritario, esigente e spesso spietato… ma gli artisti lo seguivano comunque, perché lavorare con lui significava fare la storia.
Morì povero, ma cambiò tutto: Nonostante l’enorme influenza culturale, morì nel 1929 pieno di debiti. Però senza di lui il balletto moderno, così come lo conosciamo, non esisterebbe.
Michele Olivieri
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