
L’idea che il lavoro sulle punte sia nato esclusivamente nel balletto romantico dell’Ottocento è oggi considerata una semplificazione.
Da alcuni studi si può ipotizzare che forme embrionali di danza “in punta” fossero già state sperimentate nel XVIII secolo, in particolare nell’ambito dei teatri popolari e delle fiere, dove danzatori — anche uomini — cercavano effetti spettacolari e virtuosistici.
In questo contesto, è stato talvolta suggerito un possibile contributo di ambienti teatrali napoletani, noti per la vivacità e l’inventiva delle loro tradizioni performative.
Tuttavia, queste pratiche erano sporadiche e non ancora codificate: mancavano sia una tecnica strutturata sia le calzature rinforzate che oggi associamo alle scarpe da punta.
Il vero sviluppo del lavoro sulle punte avvenne infatti all’inizio del XIX secolo, quando, nell’ambito del balletto accademico, si affermò una nuova estetica legata all’idea di leggerezza, sospensione e trascendenza.
Figura centrale di questa trasformazione fu Marie Taglioni, che nel 1832, con La Sylphide, contribuì a rendere la danza sulle punte un elemento espressivo fondamentale.
In questo periodo le punte vennero progressivamente associate alla figura femminile, diventando simbolo della ballerina eterea e romantica.
Nel corso dell’Ottocento, mentre la tecnica si consolidava e le scarpe si evolvevano, l’uso delle punte divenne quasi esclusivamente femminile nel balletto classico, riflettendo sia scelte estetiche sia convenzioni di genere proprie dell’epoca.
Solo in tempi recenti, con il rinnovamento del linguaggio coreutico, anche danzatori uomini hanno ricominciato a esplorare questa tecnica, talvolta in chiave sperimentale o performativa.
In sintesi, se è plausibile che esperimenti precoci di danza sulle punte siano avvenuti già nel Settecento, è nell’Ottocento che questa pratica viene codificata, perfezionata e definitivamente associata all’immaginario del balletto classico.
Michele Olivieri
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