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Nutida 2026 ‒ VII edizione: la visione della direttrice artistica junior Jennifer Lavinia Rosati [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Il Festival Nutida giunge nel 2026 alla sua settima edizione, trasformando ancora una volta il Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo di Scandicci in un crocevia internazionale per la danza contemporanea. Sotto la guida del direttore artistico Saverio Cona, affiancato dal direttore associato Diego Tortelli e dalla direttrice artistica junior Jennifer Lavinia Rosati, il Festival si conferma uno spazio di sperimentazione e ricerca, con un focus privilegiato sui talenti under 25 e under 35. Attraverso un fitto programma di performance immersive, prime nazionali e progetti site-specific, questa edizione intende interrogare il presente riflettendo su temi come identità, memoria e desiderio di connessione. In questa intervista esclusiva Jennifer Lavinia Rosati ci illustra la visione artistica che anima questo progetto e il suo impegno nel sostenere le nuove generazioni di danzatori.

Come si articola concretamente il suo lavoro di direttrice artistica junior del Festival Nutida  Nuovə Danzatrici/ori all’interno di un team che vede figure come Saverio Cona e Diego Tortelli?

Il mio ruolo si sviluppa all’interno di un dialogo costante con la direzione artistica del Festival e, in particolare, con Saverio Cona, che rappresenta il fulcro di un processo curatoriale costruito nel tempo attraverso una profonda conoscenza del settore e del territorio. Il lavoro è stato profondamente collaborativo, dalla selezione degli artisti alla costruzione di un dialogo con il pubblico. Allo stesso modo il confronto è stato continuo e molto stimolante, perché ha permesso di intrecciare esperienza, visione strategica e attenzione ai nuovi linguaggi della scena contemporanea. In questo dialogo il mio contributo nasce dal fatto che sono anche danzatrice e giovane autrice; vivere quotidianamente le stesse sfide, le stesse domande e le stesse trasformazioni che attraversano molti artisti emergenti, mi consente di avere uno sguardo particolarmente vicino alle nuove generazioni e alle loro esigenze.

Qual è l’impronta o la sensibilità specifica che ha cercato di portare in questa settima edizione del Festival?

Ho cercato soprattutto di valorizzare una dimensione di ascolto e attraversamento delle fragilità contemporanee perché credo in una danza che non sia solo un’esperienza estetica, ma un linguaggio capace di creare spazi di riflessione e consapevolezza. Attraverso il corpo e la presenza è possibile costruire connessioni profonde tra persone che spesso non condividono lo stesso linguaggio, la stessa età o lo stesso vissuto. Per questo ho immaginato il Festival come uno spazio in cui potersi riconoscere nell’altro e sentirsi parte di una comunità, temporanea ma autentica.

Nutida ha una forte vocazione per gli under 25 e under 35. Di quali spazi, tutele e opportunità hanno bisogno le nuove generazioni di danzatori e coreografi per trasformare il talento in professione?

Credo che i giovani artisti abbiano un forte bisogno di continuità. Sono necessari spazi di ricerca dove sia possibile sperimentare senza la pressione immediata del risultato produttivo, percorsi di accompagnamento professionale e reti più accessibili che favoriscano l’incontro con altri artisti affermati, con operatori, festival e circuiti nazionali e internazionali. Credo però che sia fondamentale affrontare il tema del sostegno economico. Troppo spesso ai giovani artisti viene chiesto di investire tempo, energie e competenze senza che questo corrisponda a un reale riconoscimento professionale. Se vogliamo che il talento si trasformi in professione dobbiamo creare condizioni economiche che permettano agli artisti di dedicarsi al loro lavoro con dignità e continuità.

Lei fa parte della commissione che ha selezionato i tre artisti di Calimala Evolution. Cosa ha cercato nei candidati e quale valore aggiunto apporta questo percorso di mentorship per i giovani danzatori?

Nei candidati ho cercato soprattutto un’urgenza espressiva oltre ad una ricerca originale e una visione artistica riconoscibile. La mentorship di Calimala Evolution rappresenta un’opportunità preziosa perché offre agli artisti emergenti la possibilità di approfondire il proprio processo creativo confrontandosi con professionisti esperti, ricevendo stimoli e strumenti concreti per poter trasformare un’intuizione creativa in un progetto maturo.

Oltre alla ricerca emergente, il Festival ospita grandi nomi della scena internazionale. Come avviene il confronto tra questi artisti affermati e i talenti emergenti?

Spesso questi confronti avvengono in modo del tutto spontaneo e informale: uno scambio durante le prove, una conversazione dopo la performance, una domanda nata dalla curiosità. Sono momenti in cui artisti emergenti e artisti affermati si trovano sullo stesso piano, condividendo dubbi, idee, processi creativi e feedback. Credo che questo sia un valore enorme, soprattutto per i più giovani, perchè permette di avvicinarsi a professionisti che spesso si immaginano lontani per poi invece scoprire di condividere percorsi fatti di ricerca e tentativi. Allo stesso tempo anche gli artisti più affermati hanno la possibilità di confrontarsi con nuovi sguardi; uno scambio reciproco che arricchisce tutti e contribuisce a creare un senso di comunità artistica reale.

Il Festival si svolge nel Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo. In che modo lo spazio fisico influenza la scelta delle performance e la loro fruizione da parte del pubblico?

Il Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo è una location molto suggestiva e quello che è più affascinante non è tanto il suo ruolo nel determinare la scelta delle performance quanto la sfida che propone agli artisti. Portare le opere in uno spazio naturale e aperto significa rinunciare, in parte, alla “protezione” del teatro, a quel contenitore che definisce e tutela la scena. Qui le opere sono esposte, respirano dentro un contesto vivo, umano e questo cambia profondamente la relazione con il lavoro permettendo un dialogo diretto con l’ambiente e con il pubblico. Lo spettatore infatti ha la possibilità di avvicinarsi al corpo danzante, cogliendone i dettagli, le micro- dinamiche e le fragilità. Mi piace pensare che sia un po’ come osservare qualcosa al microscopio: il corpo non è più distante, ma così vicino da essere quasi condiviso.

Identità, trasformazione, memoria e vulnerabilità sono temi centrali di questa edizione. Come pensa che la danza contemporanea possa rispondere a queste urgenze del presente?

Penso che la danza possa rispondere alle urgenze del presente proprio perché non si pone l’obiettivo di dare risposte, ma di porre domande. In un momento storico in cui spesso si cercano messaggi chiari e posizioni definite, la danza lavora invece sul dubbio e sulla complessità. Questa sua natura permette di affrontare temi come quelli proposti da questa edizione in maniera diretta; tutti, i perfomer, i coreografi, il pubblico stesso possono essere coinvolti in qualcosa che li riguarda direttamente.  La danza contemporanea ha secondo me la possibilità di attivare qualcosa di personale in chi guarda, anche in chi si avvicina per la prima volta, di far diventare l’interrogativo uno strumento di connessione e il dubbio un motivo di vicinanza. Gli artisti devono prendere atto del loro ruolo potenziale di poter trasformare l’individuale in qualcosa di collettivo. È lì che la danza, secondo me, trova una delle sue funzioni più urgenti oggi.

Il progetto SPIGA unisce danzatori professionisti e anziani delle RSA. Qual è l’importanza di portare la danza fuori dai teatri e renderla un momento di inclusione sociale?

Penso che un’azione come quella di SPIGA sia ora fondamentale e necessaria perché esiste un forte bisogno di riavvicinare le persone all’esperienza artistica e culturale, rendendola parte della vita quotidiana. Le azioni urbane, i progetti partecipativi e gli interventi in luoghi non teatrali sono strumenti preziosi perché intercettano pubblici nuovi e costruiscono un rapporto più diretto tra arte, comunità e territorio. Inoltre, avendo portato personalmente anche io lavori  all’interno delle RSA, ho potuto vedere quanto sia prezioso il dialogo che si crea tra generazioni diverse. Viviamo in una società che tende a guardare costantemente avanti, dimenticando talvolta l’importanza di chi è venuto prima di noi. Invece credo che sia fondamentale educare all’ascolto, imparare a riconoscere il valore delle esperienze vissute dagli anziani e restituire loro attenzione e cura, così come loro, in modi diversi, si sono presi cura delle generazioni che sono venute dopo.

Lei è anche direttrice della The Gate Florence Dance Urban School, insieme a Lorenzo Di Rocco e Teresa Bagnoli. Come integra il Suo lavoro pedagogico con la programmazione artistica del Festival?

La realtà di The Gate Florence Dance Urban School e del percorso “Get The Floor” è nata e cresciuta con principi molto vicini a quelli che oggi animano il Festival Nutida: l’attenzione alla formazione, alla ricerca e alla crescita delle nuove generazioni di danzatori, autori e professionisti del settore. Fin dall’inizio abbiamo sentito la responsabilità di offrire ai giovani non solo una formazione tecnica, ma anche occasioni concrete di confronto con il mondo professionale. Per questo il Festival rappresenta un’opportunità preziosa: da un lato permette ai nostri giovanissimi danzatori di portare in scena produzioni create da coreografi affermati e semi di propri progetti autoriali, dall’altro offre loro la possibilità di incontrare da vicino artisti, performer e autori con percorsi e linguaggi molto diversi tra loro. Credo sia fondamentale che chi si sta formando possa entrare in contatto anche con realtà lontane dal proprio immaginario o dalla propria pratica quotidiana. È proprio nel confronto con l’altro che si cresce, che si mettono in discussione le proprie certezze e si ampliano gli orizzonti. Allo stesso modo, considero essenziale l’esperienza della visione. Vedere spettacoli, confrontarsi con poetiche differenti e interrogarsi su ciò che accade in scena è uno strumento indispensabile per costruire un pensiero critico, sviluppare una sensibilità artistica e iniziare a costruire una propria identità. È così che Nutida vive anche come uno spazio di formazione e di crescita.

Come immagina l’evoluzione futura di Nutida come hub di ricerca e sperimentazione performativa?

Credo che Nutida sia già su una strada molto interessante e solida. Più che immaginare una trasformazione radicale, mi auguro che possa continuare a crescere in ciò che sta già costruendo: un luogo di incontro, ricerca, confronto e sostegno per gli artisti. Spero che negli anni possa rafforzare sempre di più le proprie reti, sia a livello nazionale che internazionale, trovando un sostegno sempre maggiore da parte degli operatori, delle istituzioni e delle realtà che credono nel valore della cultura e della ricerca artistica. Questo permetterebbe a Nutida di ampliare ulteriormente le opportunità offerte agli artisti e di accompagnarne i loro percorsi in modo sempre più concreto. Mi piacerebbe continuare a veder vivere questo Festival come uno spazio di condivisione sana e autentica, dove le persone si incontrano, si confrontano e crescono insieme. Un luogo capace di ascoltare le esigenze degli artisti e offrire loro occasioni concrete.

Lorena Coppola

Photo Credits: Giampaolo Boccherini e Letizia Cossa

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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