
Prima di Frank-N-Furter c’era Solange. Prima che Tim Curry diventasse l’icona immortale di The Rocky Horror Show e del cinema, esisteva un’altra creatura teatrale, nata nel 1971 sul palcoscenico del Citizens Theatre di Glasgow: Solange, la cameriera di Jean Genet interpretata da Curry nella visionaria messinscena di Lindsay Kemp.
È lì che bisogna tornare per comprendere una parte fondamentale della genesi di Frank-N-Furter, perché molto di ciò che sarebbe diventato il linguaggio fisico e visivo del personaggio era già comparso, in embrione, in quell’esperienza teatrale.
Lindsay Kemp non era semplicemente un regista. Era un artista della metamorfosi, un maestro capace di trasformare il corpo dell’attore in materia scenica, di cancellare i confini fra maschile e femminile, fra realtà e artificio, fra teatro e performance.
Il suo universo era fatto di trucco, costumi, sensualità, gestualità esasperata, ambiguità e libertà.
Portare in scena The Maids di Jean Genet significava quindi entrare in un mondo nel quale l’identità poteva essere indossata, reinventata e portata all’estremo.
Per Tim Curry, allora giovane attore, fu un’esperienza destinata a lasciare un’impronta profonda.
Nel ruolo di Solange, Curry entrò completamente nella dimensione estetica di Kemp e affrontò una trasformazione fisica che sarebbe rimasta nella sua memoria.
Il corpo dell’attore venne modellato dal costume e dalla scena: corsetto, trucco, femminilità teatrale, gestualità e quella particolare androginia che Kemp sapeva rendere potentissima.
Al centro di questa storia c’è un oggetto diventato leggendario: il corsetto.
Era un corsetto vittoriano acquistato a Glasgow per appena tre sterline e indossato da Tim Curry nei panni di Solange.
Quando, pochi anni più tardi, arrivò The Rocky Horror Show, Sue Blane, che aveva già lavorato con Curry proprio in The Maids, recuperò quel corsetto dal Citizens Theatre.
Sarebbe tornato sul corpo dell’attore, questa volta trasformando Solange in qualcosa di completamente nuovo: Frank-N-Furter.
È difficile immaginare una continuità più concreta tra due momenti così importanti della carriera di Curry. Lo stesso attore, la stessa costumista, lo stesso corsetto e una ricerca scenica che attraversa gli anni.
Curry avrebbe ricordato quell’esperienza come qualcosa di fondamentale. In The Maids aveva scoperto una fisicità che gli avrebbe permesso, in seguito, di affrontare Frank-N-Furter con una libertà assoluta.
Lindsay Kemp gli aveva mostrato che il corpo poteva diventare costume, trucco, provocazione, teatralità e identità. E quel linguaggio, una volta incontrato, non sarebbe più scomparso.
Quando Richard O’Brien scrisse Frank-N-Furter e Jim Sharman portò The Rocky Horror Show sul palcoscenico, Tim Curry arrivò quindi con un bagaglio artistico straordinario.
Aveva già attraversato la metamorfosi. Aveva già indossato il femminile senza cercare di nasconderne l’artificio. Aveva già sperimentato il potere scenico del corsetto e aveva già lavorato con Sue Blane.
Frank-N-Furter avrebbe naturalmente preso una strada propria, diventando un personaggio nuovo, irripetibile e molto più grande delle esperienze che lo avevano preceduto.
Ma dentro quella figura, nella postura, nella provocazione, nella silhouette e nella libertà con cui Curry occupava la scena, si può riconoscere l’eco di quella prima trasformazione avvenuta a Glasgow.
E in questa storia il merito di Lindsay Kemp è fondamentale.
Kemp apparteneva a una generazione di artisti che aveva capito prima di molti altri quanto il teatro potesse liberare il corpo dalle categorie convenzionali.
Il suo lavoro aveva una forza visiva quasi ipnotica e la sua influenza su Tim Curry fu decisiva.
The Maids non fu soltanto uno spettacolo interpretato da un giovane attore: fu un laboratorio nel quale Curry poté sperimentare una forma di presenza scenica che avrebbe portato con sé negli anni successivi.
Il corsetto, acquistato per poche sterline, diventa così il simbolo perfetto di questa storia.
Nel 1971 apparteneva a Solange. Nel 1973 sarebbe diventato parte dell’immagine di Frank-N-Furter. E nel 1975, con The Rocky Horror Picture Show, sarebbe entrato nell’immaginario collettivo.
È quasi come se il personaggio fosse passato attraverso una prima vita prima di trovare il proprio nome definitivo.
Solange fu quella prima vita.
Lindsay Kemp fu l’artista che rese possibile quella metamorfosi.
Tim Curry fu il corpo capace di portarla fino alle estreme conseguenze.
E Sue Blane fu colei che, attraverso quel corsetto, collegò materialmente Glasgow alla nascita di una delle più celebri icone della cultura pop.
Per questo, quando si racconta la storia di Frank-N-Furter, vale la pena tornare indietro di due anni, prima del castello, prima del laboratorio, prima del Time Warp.
Bisogna tornare al 1971. A Glasgow. A Jean Genet. A Lindsay Kemp. E a un giovane Tim Curry che, nei panni di Solange, indossava già quel corsetto che un giorno sarebbe diventato inseparabile dal volto, dal corpo e dal mito di Frank-N-Furter.
In quel momento Frank non aveva ancora un nome. Ma il suo linguaggio era già cominciato.
Michele Olivieri
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