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Colau firma il suo lago in chiave siciliana [RECENSIONE]

ph © rosellina garbo

Nella cornice monumentale del Teatro Massimo di Palermo, la cui storia affonda le radici nel fervore culturale della fine dell’Ottocento e che, inaugurato nel 1897 come il più grande teatro lirico d’Italia e tra i più imponenti d’Europa, continua a rappresentare un simbolo identitario della città, il nuovo allestimento de Il lago dei cigni andato in scena a gennaio nella Sala Grande si è imposto come un evento di rara intensità artistica e di forte impatto evocativo. Non si trattava soltanto della riproposizione di un caposaldo del repertorio classico sulle musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij, ma di una sua rifondazione poetica, resa possibile dalla visione coreografica di Jean-Sébastien Colau, qui anche direttore del Corpo di ballo, che ha saputo imprimere alla tradizione una nuova stratificazione semantica.

Colau sceglie infatti di trasporre l’immaginario fiabesco del lago in una Sicilia intrisa di memorie letterarie e suggestioni visive riconducibili al mondo de Il Gattopardo, evocando così un universo aristocratico sospeso tra decadenza e splendore. Questa operazione, lungi dall’essere un mero esercizio estetico, si traduce in una riscrittura drammaturgica coerente, in cui il destino di Odette e Siegfried sembra inscriversi in una dimensione storica più concreta, quasi crepuscolare, dove il tema della trasformazione – centrale nel balletto – si carica di risonanze politiche e culturali. La collaborazione con il coreografo collaboratore Vincenzo Veneruso contribuisce a rafforzare la fluidità narrativa, mentre l’impronta stilistica di Colau emerge con chiarezza nella costruzione dei quadri d’insieme, caratterizzati da una rigorosa architettura spaziale e da un uso del corpo di ballo come organismo unitario e pulsante.

In questo contesto, la direzione musicale di Nicola Giuliani si distingue per una sensibilità capace di coniugare precisione e respiro lirico. L’Orchestra del Teatro Massimo restituisce la partitura di Čajkovskij in tutta la sua densità emotiva, evitando tanto il rischio di un eccesso di enfasi quanto quello di una lettura puramente decorativa. Ne scaturisce un dialogo serrato tra buca e palcoscenico, in cui la musica non accompagna semplicemente la danza, ma ne diventa matrice espressiva, amplificando la tensione drammatica e sostenendo le dinamiche coreografiche.

La risposta del pubblico si è manifestata attraverso applausi a scena aperta che hanno scandito l’intero arco della rappresentazione, fino a culminare in un’ovazione finale che ha consacrato il successo dello spettacolo. Tale entusiasmo trova una giustificazione evidente nell’ottimo livello interpretativo della compagnia e, in particolare, nella prova dei protagonisti. Maia Makhateli, principal del Dutch National Ballet, offre una Odette/Odile di straordinaria complessità, in cui la purezza lirica del cigno bianco e la seduzione tagliente del cigno nero si articolano attraverso una tecnica impeccabile e una finezza interpretativa che evita ogni manierismo. Accanto a lei, Andrea Sarri, primo ballerino dell’Opéra di Parigi e profondamente legato alla sua Palermo, costruisce un Siegfried di notevole intensità, capace di coniugare slancio virtuosistico e introspezione, suscitando un’immediata empatia con il pubblico.

Di rilievo anche le interpretazioni di Diego Millesimo nel ruolo di Rothbart e di Alessandro Cascioli e Francesca Davoli nei ruoli di contorno, che contribuiscono a dare spessore alla tessitura narrativa. Tuttavia, è soprattutto il Corpo di ballo, guidato dallo stesso Colau, a emergere come protagonista collettivo, dimostrando una coesione e una maturità stilistica che testimoniano un percorso di crescita ormai consolidato.

Sul piano visivo, le scene di Francesco Zito e i costumi di Cécile Flamand costruiscono un impianto estetico di particolare suggestione, in cui la raffinatezza dei dettagli dialoga con una visione d’insieme fortemente caratterizzata. Le luci di Bruno Ciulli modellano lo spazio scenico con sensibilità pittorica, contribuendo a creare quell’atmosfera sospesa che costituisce uno degli elementi più riusciti dell’allestimento. In questo quadro, il lago – elemento simbolico per eccellenza del balletto – non è soltanto un luogo fisico, ma diventa una dimensione mentale, uno specchio delle inquietudini e dei desideri dei personaggi, reinterpretato attraverso una lente mediterranea che ne modifica profondamente la percezione.

Ne risulta uno spettacolo che, pur rispettando l’eredità del grande repertorio, riesce a rinnovarne il senso, dimostrando come il balletto classico possa ancora oggi essere terreno di ricerca e di reinvenzione. In questa prospettiva, il lavoro di Colau si impone come un esempio significativo di regia coreografica contemporanea, capace di dialogare con la tradizione senza esserne schiacciata, mentre il Teatro Massimo conferma la propria vocazione ad essere non solo custode della memoria, ma anche laboratorio vivo di nuove visioni sceniche.

Michele Olivieri

Foto di Rosellina Garbo

www.giornaledelladanza.com

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