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Emozioni chimeriche per “Carmen K” di Artemis Danza

Emozioni chimeriche per “Carmen K” di Artemis Danza

 

Dall’8 al 13 aprile è andato in scena al Teatro Comunale di Bologna in prima assoluta l’ultimo lavoro della compagnia Artemis Danza/Monica Casadei dal titolo Carmen K, dove l’ultima consonante sta per Kimera, mentre il nome proprio di persona celebra la protagonista dell’opera di Georges Bizet. O forse no.

Sulla scena, infatti, non è il triangolo amoroso tra la zingara, Don José ed Escamillo – seppur rappresentato nell’“Atto II” – a dare senso allo spettacolo, tanto meno l’ambientazione rimanda alla Spagna delle sigaraie e del toreador. Il segreto della rappresentazione si cela, dunque, in quella K, nell’essenza chimerica che le luci, i suoni, i colori e le emozioni compongono e suggeriscono.

Ma perché tutto ciò? A che scopo detronizzare il capolavoro per eccellenza del compositore parigino, scomponendolo nelle sue arie più celebri (remixate live da ben cinque diversi dj) e riducendo – oserei dire – all’osso la drammaturgia trionfante e passionale che contraddistingue la pièce nella storia dell’opera e del balletto?

La probabile risposta è legata al desiderio di manifestare una chiave di lettura fortemente al passo coi tempi, dimostrando come la vicenda gitana possa oltrepassare le barriere del tempo, catapultandosi fino al giorno d’oggi in atmosfere dark misteriose e sensuali.

Carmen allora assume molte forme, s’incarna negli sguardi dei performer femminili e maschili: è una giovane contorsionista incurante delle presenze tenebrose che le gironzolano intorno, sprezzante del timore che una sorta di Gollum tenta di incutere danzandole affianco; è una maîtresse senza volto, abbigliata di una pelliccia fin troppo fluorescente, che con un prodigioso wave addominale calamita alla sua poltrona una pletora di uomini/burattini, dando vita alla (utopistica) coreografia del peggiore rave party; è la personificazione dell’habanera, lenta e sensuale, morbida e pungente, capace di rincretinire qualsiasi uomo che desideri anche solo regalarle dei fiori; è, poi, il “vaso” di questi fiori, rose rosse dal gambo lungo che si fanno ingombranti, inficianti ogni movimento, destinate quindi a morire per terra destabilizzando l’equilibrio di chi non ha saputo (o voluto) averne cura; e, infine, è lei, è la femme fatale che Bizet ha ritratto tra i personaggi del suo chef-d’œuvre, spavalda sotto gli occhi di “comuni mortali”, nonché dominatrice dei loro cuori – in bella(?) vista ai bordi del proscenio.

Applausi vigorosi, cala il sipario, il pubblico mormora. Evidentemente la chimera non è riuscita a palesarsi, il messaggio non è stato ben recepito: Carmen K è lo specchio della realtà, è l’immagine più cruda dell’essere umano, sfociante fin nell’animalesco per ritrovare l’autentico io.

Dopo l’intervallo, corpi nudi o agghindati con stralci di pelle nera e gigantesche rose di raso rosso (ovunque per le donne, sul pube per gli uomini) invadono il palcoscenico in un susseguirsi di variazioni energiche e senza troppe sbavature, cornice impeccabile attorno alla “tela” dei tre fantomatici protagonisti, dove – grazie al supporto illuminotecnico e scenografico – sul rosso di amplessi furtivi viene spennellato il verde di una gelosia primordiale.

Arroganza, prepotenza e machismo insorgono per confermare apparentemente la predominanza virile, capace di immobilizzare (letteralmente) la voluttuosa Carmen in una posa estatica nient’affatto confortevole. Ma è solo una fragile illusione. La furia dell’innamorato tradito si ghiaccia in un batter d’occhio, cedendo al consueto asservimento: in ginocchio e a testa bassa di fronte alla sua Signora, si lascia ipnotizzare da un banalissimo sventagliare di dita, esca irresistibile anche per tutti gli altri compagni. L’amour est un oiseau rebelle / Que nul ne peut apprivoiser.

 

Marco Argentina

www.giornaledelladanza.com

Compagnia Artemis Danza/Monica Casadei / Carmen K (Kimera)

Carmen K (Kimera) © Beatrice Pavasini

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