
Nella danza di Uwe Scholz si avverte una tensione verso l’assoluto, come se il movimento fosse chiamato a rendere visibile una struttura invisibile, una geometria interiore che precede il gesto e lo guida con rigore silenzioso.
Nulla appare lasciato al caso: ogni linea è pensata, ogni traiettoria è necessaria, eppure l’insieme non risulta mai rigido, ma attraversato da una luminosità che lo rende sorprendentemente vivo. Il suo rapporto con la musica non è accompagnamento, ma adesione profonda.
Il corpo non interpreta, ma si inscrive nella partitura, come se ne fosse un’estensione naturale. Le frasi coreografiche si sviluppano con una chiarezza quasi musicale, seguendo una logica che non ha bisogno di essere spiegata, perché si impone con evidenza.
È una danza che non racconta, ma costruisce: architetture in movimento che si elevano e si dissolvono con la stessa inevitabilità di un pensiero compiuto. In questo universo, la purezza della forma non è mai decorativa. È piuttosto una disciplina dello sguardo, una ricerca di essenzialità che elimina il superfluo per lasciare emergere ciò che conta davvero.
I corpi si muovono come attraversati da una necessità interna, senza compiacimento, senza enfasi. Anche il virtuosismo, quando appare, è sempre subordinato a un disegno più ampio, a una visione che lo contiene e lo giustifica. C’è, nella sua scrittura, una qualità quasi spirituale, ma priva di retorica.
Non si tratta di elevazione nel senso tradizionale, bensì di una forma di concentrazione assoluta, in cui ogni elemento trova il proprio posto in un ordine che sembra inevitabile. La danza diventa allora uno spazio di ascolto, un luogo in cui il tempo si organizza secondo una logica più profonda, sottraendosi alla superficialità dell’effetto immediato.
Eppure, sotto questa apparente perfezione, si percepisce una fragilità sottile, come se l’equilibrio raggiunto potesse incrinarsi da un momento all’altro. È proprio questa tensione a rendere la sua arte così intensa: non la sicurezza della forma, ma il rischio che essa comporta, la consapevolezza che ogni costruzione è anche, inevitabilmente, esposta al proprio limite.
Osservare una sua coreografia significa entrare in un ordine che non opprime, ma chiarisce; non impone, ma rivela. La sua eleganza non è mai superficiale, perché nasce da una necessità profonda, da un dialogo continuo tra pensiero e movimento.
E quando il gesto si spegne, ciò che resta non è un’immagine, ma una struttura interiore, una traccia precisa e silenziosa che continua a risuonare, come una musica che non ha bisogno di essere udita per essere compresa.
Michele Olivieri
Foto di Andreas Birkigt
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