
Nel giorno dell’anniversario di nascita di Vittoria Ottolenghi, il ricordo si fa inevitabilmente riflessione sul peso che una singola voce può esercitare nel plasmare un intero panorama culturale. Non si tratta soltanto di celebrare una figura eminente della critica di danza, ma di riconoscere un’intelligenza capace di attraversare epoche, linguaggi e mutamenti sociali, mantenendo sempre una lucidità rara e una passione inesauribile.
Nata a Roma l’8 aprile 1924, Ottolenghi cresce in un contesto in cui l’arte è già parte integrante della vita quotidiana, ma sarà la danza, in particolare, a diventare il suo territorio privilegiato di indagine. In un’Italia che usciva lentamente dalle macerie della guerra e cercava nuovi codici espressivi, la sua voce si impose con un rigore e una sensibilità fuori dal comune. Non era una semplice osservatrice: era una mediatrice tra il gesto scenico e il pubblico, tra l’effimero della performance e la permanenza della parola scritta.
La sua scrittura si distingueva per una qualità rara: la capacità di rendere visibile ciò che per natura è destinato a svanire. La danza vive nell’istante, si consuma nel tempo di un’esecuzione; Ottolenghi, invece, riusciva a fissarla sulla pagina senza tradirne l’essenza. Nei suoi articoli e saggi, il movimento non si irrigidiva mai in una descrizione fredda, ma continuava a vibrare, a respirare. Era come se la parola diventasse corpo, e il corpo, a sua volta, linguaggio.
Nel corso della sua lunga carriera, collaborò con alcune delle più importanti testate italiane, contribuendo in modo determinante alla diffusione della cultura coreutica in un paese dove essa non aveva ancora trovato uno spazio adeguato nel dibattito pubblico. Tra i suoi impegni più significativi, va ricordata anche la sua presenza nella nostra redazione (giornaledelladanza.com) fin dalla sua fondazione, un contributo che testimonia non solo il suo prestigio, ma anche la fiducia che il mondo della danza riponeva nella sua competenza e nella sua visione.
La sua attività non si limitava alla recensione: Ottolenghi costruiva contesti, offriva chiavi di lettura, tracciava genealogie artistiche. Sapeva collegare un balletto classico alle avanguardie contemporanee, un coreografo emergente ai grandi maestri del Novecento.
Fu anche una presenza significativa nel mondo della televisione, dove portò la danza a un pubblico più ampio, contribuendo a renderla accessibile senza mai banalizzarla. In questo senso, la sua opera può essere letta come un costante tentativo di democratizzazione della cultura: rendere comprensibile ciò che è complesso, senza ridurlo; avvicinare lo spettatore, senza semplificare l’opera.
Il suo sguardo era insieme critico e profondamente empatico. Non indulgeva mai in facili entusiasmi, ma nemmeno in stroncature gratuite. La sua autorevolezza derivava proprio da questo equilibrio: una severità guidata dalla conoscenza e una sensibilità alimentata da un’autentica passione. Chi leggeva Ottolenghi percepiva immediatamente di trovarsi di fronte ad una mente che non giudicava dall’esterno, ma partecipava, comprendeva, dialogava.
Nel ricordarla oggi, non si può ignorare il contesto storico e culturale in cui ha operato. Il Novecento è stato un secolo di profonde trasformazioni per la danza: dalla codificazione del balletto classico alle rivoluzioni della danza moderna e contemporanea. Ottolenghi ha attraversato tutte queste fasi, osservandole con uno sguardo sempre vigile e aggiornato. Non si è mai lasciata imprigionare da una visione nostalgica o conservatrice; al contrario, ha dimostrato una straordinaria apertura verso le nuove forme espressive.
La sua eredità non è fatta soltanto di testi, ma di un metodo, di un atteggiamento intellettuale. In un’epoca in cui la critica rischia spesso di ridursi a opinione rapida, la lezione di Ottolenghi appare quanto mai attuale: studiare, contestualizzare, comprendere prima di giudicare. E soprattutto, mantenere viva la curiosità.
C’è, infine, un aspetto più intimo che rende il suo ricordo particolarmente significativo. Vittoria Ottolenghi non ha mai separato la dimensione professionale da quella umana. Nei suoi scritti si avverte sempre una partecipazione autentica, una capacità di emozionarsi che non viene mai nascosta dietro il filtro dell’analisi. È forse proprio questa fusione tra rigore e passione a renderla ancora oggi una figura di riferimento.
Nel giorno della sua nascita, dunque, il suo nome non è soltanto memoria, ma presenza viva. Ogni volta che uno spettacolo di danza viene raccontato con attenzione, rispetto e profondità, c’è qualcosa del suo insegnamento che continua a operare. E in questo senso, la sua voce non si è mai davvero spenta: continua a risuonare, discreta ma tenace, nel modo in cui guardiamo e raccontiamo il movimento.
Michele Olivieri
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