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La danza come rinascita e come rivincita. Intervista a Silvia Gribaudi

La danza come rinascita e come rivincita. Intervista a Silvia Gribaudi

 

Silvia Gribaudi performer e coreografa, vincitrice del premio del pubblico e della giuria GD’A Veneto 2009, selezionata nel 2010 in Aerowaves Dance Across Europe, è ospite in numerosi festival nazionali e internazionali tra cui nel 2009 alla Biennale di Venezia Ground 0 e nel 2012 all’Edinburgh Fringe Festival. Segue progetti artistici di ricerca di danza sostenuti da: Il Cassero Bologna, Opera estate Festival Veneto, The Place (UK), Dansateliers (NL), Dansescenen (DK), Pasoa 2-Certamen Coreogràfico de Madrid (ES), Dance Week Festival (HR), Circuit Est Montreal, The dance center Vancouver, Nederlanse Dansdagen Maastricht, Dance House Lemesos Cipro. Docente fino al 2010 presso Accademia Teatrale Veneta conduce numerosi workshop in Italia e all’Estero su qualità di presenza ed espressione corporea. Quest’anno, dal 27 novembre al 4 dicembre, ha tenuto nell’ambito di Agorà, la stagione teatrale artisticamente diretta da Elena Di Gioia a Pieve di Cento (BO), il workshop legato al suo Progetto speciale Over 60, rivolto a un gruppo di partecipanti esclusivamente femminile.

 

Guardando ai successi conseguiti negli ultimi anni Duemila, spiccano sia il Premio del pubblico e della giuria Giovani DanzAutori del Veneto nel 2009 sia la selezione alledizione 2010 dellAerowaves Dance Across Europe. Come ha vissuto le due esperienze, soprattutto in relazione al confronto della visione nazionale e internazionale della danza?

Sono stati entrambi  importanti step di visibilità e confronto con una rete nazionale e internazionale. Quando ho vinto il GD’A Veneto avevo 34 anni e fino a quel momento avevo vissuto esperienze importanti di danza, in qualità di interprete e assistente coreografa di Luciano Padovani, oppure presso enti lirici e di teatro comico al fianco di Vasco Mirandola. Mi sono sempre interessata all’incontro tra linguaggi espressivi e artistici differenti e alla loro contaminazione. Presentavo dal 2006 alcuni assoli di danza, ma il progetto del GD’A Veneto ha stravolto in positivo il mio percorso, perché mi ha permesso di ricevere feedback da artisti e curatori nazionali e internazionali. La Rete Anticorpi, ha poi sostenuto la performance valorizzandola nel territorio nazionale. Aerowaves è stato stupendo! Portare la performance ironica e leggera A Corpo Libero in Finlandia, Danimarca, Olanda, nonché percepire come la cultura italiana sia apprezzata e ricercata, mi ha sorpreso e  sostenuto a tornare “a casa” con una consapevolezza differente del valore e dell’identità artistica che stavo costruendo e che poi, grazie ad altri percorsi curati da Roberto Casarotto (ad es. Choreoroam), ho potuto approfondire e allargare, in una visione artistica che fino a quel momento era circoscritta alla cultura italiana. Per esempio, l’incontro con Peggy Olislaegers mi ha donato la possibilità di conoscere nuove visioni drammaturgiche e di costruzione del processo creativo – tuttora persistenti – che danno largo spazio al lavoro coreografico, in una valorizzazione del percorso e del processo creativo come centro del linguaggio nella performance.

In relazione al panorama internazionale, si annovera nel suo curriculum unulteriore occasione di grande prestigio: ledizione 2012 dellEdinburgh Fringe Festival, per la quale lei è stata ricevuta come artista ospite. Mi vuole raccontare cosa ha provato e che cosa le ha lasciato questa esperienza vissuta maggiormente sotto i riflettori?

L’Edinburgh Fringe Festival è una grande occasione di visibilità, da sfruttare al meglio per non incappare nel facilissimo gap di dispersione che lo caratterizza, visto il numero infinito di artisti e manager che vi partecipano. Mi ritengo davvero fortunata nell’essere stata selezionata nel 2012 dal MIBACT insieme ai 4 artisti italiani Chiara Frigo, Paola Bianchi, Alessandro Sciarroni e Sanpapiè per un sostegno alla partecipazione del Fringe. Eravamo in una splendida location, il Dance Base, che ha offerto a ognuno di noi la possibilità di ottenere numerose recensioni della critica. Inoltre lì ho avuto la fortuna di incontrare la coreografa canadese Tara Cheyenne Frienderberg, con cui è nata una collaborazione artistica. Nel 2014 abbiamo vinto Dance Victoria Prize, con un contributo alla produzione Empty Swimming Pool, produzione che ci vede in scena insieme e che debutterà a gennaio 2017 a Vancouver (in Italia lo spettacolo è stato ospitato in residenza a Castiglioncello, al Festival Armunia e al CSC Nardini Bassano del Grappa).

Numerosissimi i sostegni, italiani e non, a favore dello sviluppo dei suoi progetti artistici: Il Cassero di Bologna, Opera Estate Festival Veneto, The Place (Regno Unito), Dansateliers (Paesi Bassi) e Dansescenen (Danimarca), solo per citarne alcuni. Come vive questa fervente attività performativa di ampio respiro internazionale?

Vivo tutto questo cercando di organizzare il lavoro, mantenendo uno sguardo attento a cosa posso portare in Italia di quello che sperimento ed incontro fuori e viceversa. Ho 42 anni, faccio parte di una generazione di superstiti nella danza. I miei colleghi giovani hanno una dinamicità con l’estero che è meravigliosa, parlano bene l’inglese e sono cresciuti nell’epoca dove viaggiare in Europa è a volte più economico e facile che viaggiare in Italia. Io ho catturato l’opportunità dell’estero in età più matura e ho dovuto correre e “svecchiarmi” per stare dentro ai gruppi con disinvoltura. Sono grata a questi meravigliosi progetti e alle persone e strutture come Gender Bender, Bassano Opera Estate, Armunia – Castiglioncello, che mi hanno coinvolta e dato una base solida da cui poter oggi costruire con una progettualità più complessa e che mette in relazione una rete di organizzatori e artisti nazionali e internazionali.

Sempre in questo climadi pregnante performatività compare la sua collaborazione con il Circuit-Est di Montreal e The dance center di Vancouver. Come viene percepita e recepita la sua arte oltreoceano?

Grazie intanto di usare “pregnante performatività”, perché in effetti tutto il processo creativo che mi interessa sviluppare è legato alle arti performative e all’impatto che si ha nella relazione con gli altri attraverso un linguaggio poetico la cui parola chiave è destrutturazione, comicità viscerale, danza e comunicazione dinamica e informale tra performer e pubblico. In questo processo creativo in cui la relazione umana è la cosa più importante anche all’estero ho avuto molte soddisfazioni. In ogni caso è difficile rispondere, bisognerebbe chiedere al pubblico oltreoceano, ma ciò che percepisco è che probabilmente questa  relazione così diretta con il pubblico e con le persone attraverso un corpo “mediterraneo” – perché di fatto quando porto i miei lavori si parla di un corpo e linguaggio estremamente italiano, poetico, morbido e dissacrante – piace e fa bene, in particolare nei paesi del Nord Europa e in Canada, nei paesi più freddi probabilmente! Come è proprio nella mia indole, amo lavorare in luoghi e contesti culturali dove la sfida è aprire, cercare di abbattere dei muri attraverso la performance.

Ho letto che i suoi workshop focalizzano lattenzione sulla qualità di presenza ed espressione corporea. Le andrebbe di raccontarmi quali studi e riflessioni ci sono dietro?

Ciò a cui sono interessata in un processo creativo di danza è valorizzare il performer con cui lavoro. Nel caso in cui uso la mia fisicità, o lavoro con altri o faccio dei laboratori, applico sempre  lo stesso principio. Sono affascinata dal creare veri e propri ritratti sull’interprete che scelgo. Fino al 2015 ho lavorato principalmente con il mio corpo in scena e in base al tema ne ho valorizzato diversi aspetti, poi mi è stato commissionato un lavoro dalla compagnia Qui e Ora Residenza Teatrale sul tema del corpo e la casa. Con loro ho sperimentato maggiormente un processo creativo e di composizione coreografica che parte  dall’ascolto della bellezza della persona che ho davanti. Ho cercato di capire i punti forza del gruppo e di spostarlo verso un linguaggio della danza più che del teatro (la loro storia è legata al teatro di parola). Così è nato My Place, uno lavoro in cui regista e performer costruiscono un processo creativo costruttivo e sperimentale per entrambi. Dal 2009, dalla performance A corpo libero, è nata la necessità di lavorare con corpi morbidi, “boteriani”, e ampliare il concept sviluppato nel GD’A. Ho fatto vari tentativi, collaborazioni con altri artisti e registi, poi nel 2016  ho costruito su Claudia Marsicano una performance intorno a corpo, bellezza e virtuosismo dal titolo R. OSA, prodotta grazie alla collaborazione con La Corte Ospitale. Claudia è stata segnalata come premio Ubu 2017 Nuova attrice Under 35 e, dopo questa sua prima esperienza nella danza, costruirò un percorso con lei a Malmö in Svezia, nel dicembre 2017, grazie all’offerta che mi è stata concessa di una borsa di studio e residenza per fare ricerca coreografica. Perché racconto questo? Perché gli studi che approfondisco attraversano l’esperienza e partono dalla necessità, dal desiderio e dal piacere di affrontare il tema del corpo e dell’identità oggi, nonchè di cercare  di mettere semi di riflessione su aspettative che abbiamo socialmente e nell’ambiente della danza su come il corpo debba essere o non essere per poter esprimere bellezza. Quando lavoro per una performance o per un workshop non c’è differenza: chi è davanti a me diventa il protagonista e nasce la sfida di valorizzare la persona al meglio, di creare quadri che possano farla sentire leggera e permettere a chi guarda di fare un’esperienza di apertura e vitalità. Gli studi si basano su questa necessità, poi tecnicamente uso le esperienze fatte nella danza sensibile di Claude Coldy, nel teatro comico, nella danza contemporanea di gioventù con Peter Goss, nel balletto, nelle opere e operette in cui ho danzato per molti anni, dai 19 ai 25, nelle esperienze di studio fatte all’estero durante i progetti europei, nelle collaborazioni con artisti visivi come Anna Piratti, che produce lavori che parlano di “linguaggio alla pari” o come Matteo Maffesanti che è regista, videomaker, formatore e perfomer con cui collaboro in particolare in progetti artistici territoriali dal 2013 e con cui abbiamo condiviso la creazione per la prima infanzia presso il Teatro delle Briciole di Parma dal titolo Felice (Cantiere «Nuovi sguardi per un pubblico giovane»). Ciò che mi sostiene nel mio percorso artistico è la pratica buddista, grazie a cui approfondisco gli insegnamenti di Nichiren Daishonin e le guide di Daisaku Ikeda, presidente della Soka Gakkai Internazionale, con cui sto facendo un percorso che nella pratica si chiama Rivoluzione Umana. Nel mio caso da quando ho iniziato a praticare questa filosofia  riesco a vivere con più felicità il mio lavoro e  a  sforzarmi di mettere davanti all’artista la persona, a credere che in ogni luogo possiamo creare valore aldilà che lo spettacolo possa andare bene o male. L’obiettivo è creare valore in ogni progetto, cercando di non farmi distrarre da momenti di “successo“ o “insuccesso”, “visibilità” o “non visibilità”, credere nel percorso in ogni istante. La mia guida è questa pratica che seguo dal 2003.

La sua arte sfocia anche in campo televisivo, con la partecipazione al programma su Rai 3 Vieni via con me con Roberto Saviano e Fabio Fazio. Che ricordo ha di questa esperienza fuori dal palcoscenico teatrale?

Una bellissima esperienza realizzata grazie al progetto coreografico a cura di Roberto Castello dal titolo Sfavillante parte IX de Il migliore dei mondi possibili. Fantastica esperienza che Roberto Castello ha saputo realizzare chiamando alcuni coreografi italiani, tra cui tutti i Sosta Palmizi e altre generazioni, coordinandoci tutti insieme. Io ho portato la coreografia A corpo libero ed è stato stupendo poter entrare in un mondo televisivo anche solo per qualche minuto con la danza contemporanea, ironica e dissacrante in un programma di qualità. Grande Roberto Castello! Progetto unico di “messa in rete” a tanti diversi livelli!

Negli ultimi 5 anni ha inizio il suo percorso coreografico di approfondimento sulla danza rivolta al mondo degli ultrasessantenni, dapprima con lattuazione del Performing Gender Project, poi con What age are you acting?, produzione del progetto europeo Act your age, selezionata tra laltro alla Piattaforma della danza italiana NID nel medesimo anno. Come mai il suo sguardo ha puntato proprio verso questo target?

Ho esordito con l’attuazione di progetti di danza site specific con donne over 60 grazie a Bassano Opera Estate Festival nel 2011: ho così scoperto lo spirito gioioso delle donne di questa età, che osano destrutturare l’immagine che si ha del modo di invecchiare. Poi sono stata coinvolta in Act your age, progetto  su invecchiamento attivo attraverso l’arte della danza, realizzato da CSC – Bassano del Grappa, Nederlanse Dansdagen – Maastricht Dance House Lemesos, sostenuto da EU Culture Program 2007-2013, da cui è nata la produzione What Age are you acting? con il performer Domenico Santonicola, le luci di Leonardo Benetollo e lo sguardo drammaturgico di Giulia Galvan. Le “ragazze” con cui lavoro sono imprevedibili, “matte” e piene di voglia di dire “basta!”. Basta con l’ipocrisia, le false immagini delle donne nella società, insomma sono profondamente rock! Il progetto con il territorio si è consolidato grazie anche all’incontro con Angela Fumarola, con cui ad Armunia dal 2015 facciamo un percorso a tappe con le donne, ospitando anche in residenza partecipanti ai miei laboratori di donne over 60 provenienti da altre città. Un’esperienza unica di tournée che 5 o 6 donne di Bologna ormai fanno ogni anno. Il titolo del lavoro è Dov’è Adamo?, farà parte nel 2017 di un percorso di ricerca, sostenuto da ResiDance XL Anticorpi, chiamato Ex aequo progetto territorio e performance. Questo progetto mi aiuterà nella ricerca di materiale per la prossima performance del 2018: mettere in scena questo modo di lavorare con donne over 60.

Sempre a tal proposito, questanno, da domenica 27 novembre a domenica 4 dicembre, lei ha tenuto nellambito di Agorà, la stagione teatrale artisticamente diretta da Elena Di Gioia a Pieve di Cento (BO), il workshop legato al suo Progetto speciale Over 60, rivolto a un gruppo di partecipanti esclusivamente femminile. Quale scambio emotivo crede si sia maggiormente verificato in questo laboratorio?

Libertà, bellezza, intimità, complicità, rispetto, ricerca e, come dicevo prima, qualità rock! Ogni persona partecipa al laboratorio e alla fine è contemplata una perfomance. Ci tengo a dire che sono libere fino all’ultimo di non farla. Infatti il progetto prevede che ogni partecipante performi solo se lo sente necessario rispetto al processo creativo del lavoro. Questo aspetto rende sempre viva la coreografia e anche per me l’esperienza performativa, a tal proposito cito una frase che amo di Herbie Hancock: “Improvvisare significa esplorare ciò che non sai. Significa lasciarti guidare dall’istinto più che dalla mente. E’ un obiettivo al quale continuo a lavorare ogni giorno: imparare a togliermi di mezzo. Non è facile, ma quando si riesce è magia vera”. A Pieve di Cento, grazie a Elena di Gioia, il progetto Over 60 è stato un tempo di incontro, di laboratorio, ha creato un’eco e una rete di relazioni. Per esempio con Cira Santoro, che ha seguito il progetto in sala e sta scrivendo dei ritratti, prendendo spunto dalle coreografie. Il progetto si è quindi diffuso tramite incontri in biblioteca e grazie all’apporto di Eugenia Casini Ropa, Elena Cervellati, Daniele Dal Pozzo, complici il Comune, la rete dei Comuni e le partecipanti. Una esperienza che ha costruito unità e messo in dialogo tanti aspetti: artistico, territoriale e accademico, che hanno contribuito a far sentire le partecipanti parte di una comunità in movimento e in dialogo .

Giungo al termine permettendomi di rigirarle una domanda che lei stessa ha posto a mio avviso con un pizzico di provocazione: Chi sono queste Donne Over60 di oggi?

Sono esempi di come la vita sia profondamente gioiosa anche dopo tante tragedie personali. Esempi di come la danza possa rivitalizzare lo spirito e far emergere bellezza, anche in persone che possono non averla mai incontrata prima. Esempi di quanto sia necessario divertirsi con serietà e di quanto nell’ironia si celi sempre una necessità profonda. Esempi, infine, del fatto che ridere facendo danza può essere un valore aggiunto, capace di migliorare la qualità del movimento  e della vita di chi lo pratica.

 

Marco Argentina

www.giornaledelladanza.com

Silvia Gribaudi © Anna Piratti

Silvia Gribaudi © Luca Giabardo

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