Find the latest bookmaker offers available across all uk gambling sites www.bets.zone Read the reviews and compare sites to quickly discover the perfect account for you.
Home / Attualità / Martha Graham, il corpo come destino

Martha Graham, il corpo come destino

Nel panorama del Novecento artistico, Martha Graham appare come una creatura quasi incompatibile con la propria epoca: troppo feroce per il gusto decorativo del suo tempo, troppo moderna persino per la modernità che contribuì a inventare.

Non entrava in scena per essere ammirata; entrava per mettere a nudo qualcosa. Nei suoi spettacoli non vi era alcuna ricerca della grazia intesa come leggerezza o seduzione: il corpo diventava un luogo di tensione morale, una superficie attraversata dalla paura, dal desiderio, dalla memoria.

Chi la vide danzare negli anni della maturità raccontò spesso la sensazione di assistere non a una coreografia, ma a una specie di rito severo, quasi antico.

Era nata nel 1894 in Pennsylvania, in un’America ancora provinciale, protestante, attraversata da un senso rigidissimo del dovere. Suo padre, medico specializzato nei disturbi nervosi, osservava i pazienti con attenzione quasi investigativa e sosteneva che il corpo tradisce sempre ciò che la mente tenta di nascondere.

Martha assimilò quell’idea con una radicalità impressionante: avrebbe passato la vita a cercare nei movimenti involontari la verità emotiva dell’essere umano. È significativo che abbia iniziato a studiare danza relativamente tardi. Non fu una bambina prodigio; arrivò all’arte già abitata da un’urgenza interiore adulta, da un senso di inquietudine che la distingueva dalle altre allieve.

I primi anni trascorsi alla Denishawn School le offrirono visibilità, ma anche una forma di insofferenza. Le atmosfere esotiche, le pose orientaleggianti, le scenografie sontuose che affascinavano il pubblico americano le sembravano, in fondo, superfici decorative.

Martha voleva sottrarre, scavare, ridurre tutto all’essenziale. Quando iniziò a presentarsi avvolta in abiti austeri e tessuti pesanti, senza alcuna concessione ornamentale, molti critici reagirono con sconcerto. Una recensione dell’epoca definì i suoi lavori “angosciosi”. In realtà, quella tensione era precisamente il cuore della sua ricerca: la danza non doveva rassicurare, ma rivelare.

La sua celebre tecnica della contrazione e rilascio nacque da un’intuizione quasi brutale nella sua semplicità: il respiro è il primo gesto drammatico dell’essere umano. Per Graham il movimento non partiva dalle gambe, come nel balletto classico, ma dal centro del corpo, dalla cavità addominale, da quel luogo vulnerabile in cui paura e desiderio sembrano incontrarsi.

Nei suoi danzatori non c’era nulla di etereo; erano figure terrestri, pesanti, spesso piegate verso il basso come se la gravità fosse una presenza psicologica oltre che fisica. Persino il dolore, nelle sue opere, possedeva una forma plastica.

Esiste una fotografia poco nota che la ritrae dietro le quinte, seduta da sola, mentre osserva le proprie mani con concentrazione quasi ossessiva. È un’immagine rivelatrice. Martha Graham aveva un rapporto maniacale con le mani: pretendeva che ogni falange avesse una tensione precisa, che ogni dito partecipasse all’emozione della scena. Diceva che una mano rilassata può distruggere la verità di un’intera coreografia. Alcuni allievi ricordavano che durante le prove interrompeva improvvisamente la musica solo per correggere l’inclinazione di un polso.

Dietro la disciplina inflessibile conviveva però una donna vulnerabile, tormentata da una malinconia profonda. Con il passare degli anni sviluppò un rapporto quasi doloroso con l’invecchiamento del proprio corpo. Dopo la fine del matrimonio con Erick Hawkins, molto più giovane di lei, attraversò un periodo di isolamento severissimo. Si racconta che per settimane rimanesse chiusa nel suo appartamento senza rispondere al telefono, circondata da libri di mitologia greca e bottiglie mezze vuote. Eppure, anche nei momenti più oscuri, continuava a immaginare movimenti.

Una sua collaboratrice raccontò che Martha coreografava persino parlando: il modo in cui si alzava da una sedia o attraversava una stanza conservava qualcosa di teatrale e assoluto.

Aveva inoltre un lato sorprendentemente ironico, quasi crudele nella lucidità. Diffidava degli artisti che parlavano troppo di ispirazione. Per lei il talento era una responsabilità, non un privilegio romantico. Durante un’audizione, vedendo una giovane danzatrice particolarmente compiaciuta della propria eleganza, le disse freddamente: “È tutto molto bello. Adesso prova a essere vera.”

Questa ricerca della verità attraversò tutta la sua opera, specialmente nei personaggi femminili che costruì nel corso della carriera. Le sue donne non erano muse passive né creature decorative: erano presenze divorate da conflitti interiori, figure attraversate da colpa, desiderio, rabbia, vendetta.

Un aspetto raramente ricordato riguarda il suo rapporto con il silenzio. Graham temeva profondamente il rumore inutile. Prima degli spettacoli chiedeva spesso che il backstage restasse quasi immobile, come se il vuoto acustico fosse necessario per entrare in uno stato mentale particolare. Alcuni danzatori raccontavano che, pochi minuti prima di andare in scena, lei chiudesse gli occhi e respirasse lentamente con un’intensità quasi meditativa. Non era superstizione: era controllo assoluto dell’energia.

Anche il suo legame con gli oggetti scenici aveva qualcosa di rituale. Le sculture essenziali create da Isamu Noguchi non venivano considerate semplici elementi decorativi; Martha le trattava come simboli vivi.

Talvolta rimaneva sola sul palco vuoto dopo le prove, toccando quelle forme geometriche in silenzio, come se dovesse stabilire con esse una specie di dialogo segreto.

Forse il motivo per cui Martha Graham continua a sembrare contemporanea risiede proprio nella sua capacità di trasformare il corpo in linguaggio psicologico.

Molto prima che il Novecento imparasse a parlare apertamente di trauma, identità e frattura interiore, lei aveva già intuito che il movimento umano custodisce una memoria invisibile. Le sue coreografie non raccontano semplicemente delle storie: mostrano ciò che accade sotto le parole, in quella regione oscura dove l’emozione prende forma fisica prima ancora di diventare pensiero.

Ed è lì che la sua arte continua a vivere: nella tensione irriducibile tra disciplina e abisso, tra controllo e ferita, che rende ancora oggi Martha Graham una figura impossibile da addomesticare.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

Check Also

Broadway Musical Dance Company in The Night of Musicals

The Night of Musicals porterà il pubblico in un viaggio affascinante attraverso il mondo dei ...

Artemis Danza al Regio di Parma con “Verdi/Shakespeare”

Al Teatro Regio di Parma, per Parma Danza, Artemis Danza presenta in prima nazionale e ...

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. E maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi