
Il Festival Nutida si conferma anche quest’anno uno spazio d’elezione per la danza contemporanea d’autore, accogliendo tra i suoi protagonistin Mariana Basso, coreografa, danzatrice e ricercatrice del movimento, capace di trasformare il movimento in un’indagine cruda e profondamente umana. Il lavoro dell’artista si muove sul filo sottile che separa il vissuto dal performativo. Che si tratti di esplorare le turbolenze inebrianti dell’adolescenza, la violenza rivelatoria dell’amore o l’alienazione dello sguardo “diverso”, la sua ricerca coreografica non cerca mai la rassicurazione. Al contrario, ogni sua creazione agisce come uno specchio: costringe il pubblico ad affrontare le proprie contraddizioni, le paure e quella fragilità che, spesso, si cerca di nascondere dietro le maschere della quotidianità. Marianna Basso si distingue nel panorama contemporaneo per una cifra stilistica che fonde introspezione psicologica e vigore fisico. La sua poetica è un invito costante a spogliarsi di ogni orpello, sociale, culturale o emotivo, per arrivare all’essenza del gesto. In questa intervista esclusiva abbiamo approfondito con lei le tematiche e la genesi dei tre titoli presentati al Festival Nutida 2026: Youth, The King Is Love e Dive Reloaded, lavori che, pur nella loro diversità, condividono la stessa tensione verso un’indagine profonda dell’identità, dell’appartenenza e della condizione umana.
In “Youth” Lei racconta l’adolescenza come una condizione sospesa, attraversata da energie contrastanti, slanci improvvisi e profonde fragilità, come “lava sotto la pelle”. Come ha lavorato con i danzatori per trasformare in linguaggio corporeo quella sensazione di esplosione imminente, di tumulto e di continua trasformazione che caratterizza questa fase della vita?
È stato infinitamente semplice, gli interpreti sono adolescenti, cerco sempre di rimanere coerente e di cercare la verità, questi tre ragazzi che cresco personalmente (nel campo artistico) facenti parte di Contemporary ACNE Junior Company con sede in provincia di CN (IL GECKO SSDARL) e che conosco profondamente si sono dati con sincerità in questa creazione, è stato tutto molto spontaneo.
In “The King Is Love” l’amore che “rivela” anziché “salvare”, non appare come un rifugio rassicurante o una forza salvifica, ma come un’esperienza capace di mettere a nudo l’individuo, rivelandone desideri, fragilità e contraddizioni. Da quale esigenza artistica nasce la scelta di ribaltare la narrazione tradizionale dell’amore come conforto e redenzione?
Non conosco esigenza artistica in “THE KING IS LOVE” ma conosco solo esigenza umana, un esigenza profonda non cercata ma trovata, grazie ad una amicizia pura dei due ragazzi, interpreti, ho potuto indagare, approfondire, distruggere e molto altro… Grazie a loro, mi sono imbattuta in me, una me cresciuta che ancora adesso si chiede, che cos’è l’amore? Molto di più di quello che pensiamo che sia.
In quest’opera Lei definisce l’amore come “violento perché non mente”. Come si concilia, sul piano tecnico e artistico, la ricerca di una verità così diretta e talvolta brutale con l’esigenza di costruire un’estetica coreografica compiuta?
La forza emotiva stessa costruisce “un’estetica coreografica”, sono partita dalla pancia, cercando di orientare la ricerca in luoghi interiori dove di solito è più faticoso insinuarsi. Immagini molto semplici come una carezza che può fare male come se fosse uno schiaffo o dove un abbraccio può diventare solo un modo per elevarsi. Sinceramente sono molto divertita nel creare situazioni ambigue che si rivelano poi, forse, il frutto di paradigmi sociali che abbiamo interiorizzato senza nemmeno accorgercene.
Considerando il corpo come archivio di memoria, quale peso ha la memoria sensoriale nel suo processo creativo e nella definizione del suo linguaggio coreografico?
Collego i ricordi alla memoria sensoriale, l’emotività dei ricordi per me è tutto. Siamo quello che siamo o quello che facciamo? Me lo chiedo spesso, perché io sento di essere quello che faccio ma faccio fondamentalmente quello che sono, e cosa sono? Sono le situazioni che ho vissuto, gli odori che ho annusato, ciò che ho toccato, e molto altro.
In “Dive Reloaded”, Lei parla della “sindrome del pesce rosso”. Come ha tradotto spazialmente questa idea di “bolla di vetro”?
Io ed il mio collettivo, NANOUK, non l’abbiamo tradotta spazialmente ma interiormente, una limitazione della percezione del mondo da parte dell’umano limitato, bloccato che non apre lo sguardo oltre i suoi confini e che incontra un essere nudo, privo di ornamenti e preconcetti sociali e che quindi si presenta nella sua essenza, pura.
In “Youth” che in “Dive Reloaded”, il concetto di “confine”ritorna con forza. Come avviene, coreograficamente, la gestione del limite?
Avviene spogliandosi, con sincerità e coraggio.
In “Dive Reloaded” l’alieno è una figura che disarma lo sguardo sottraendolo ai consueti punti di riferimento. Come si trasforma la scrittura coreografica quando si lavora immaginando uno sguardo estraneo ai nostri codici e ai nostri pregiudizi umani?
La scrittura coreografica di “DIVE” è stata divertente e profondamente toccante allo stesso tempo, sono ritornata bambina, un essere che si scopre, si tocca, indaga nel suo intimo, maldestramente inciampa e elegantemente diventa.
I Suoi lavori sembrano attraversare territori di profonda vulnerabilità: la confusione dell’adolescenza, l’esposizione di chi viene percepito come “altro”, la forza disarmante e talvolta crudele dell’amore. Qual è la sfida più grande nel tradurre queste fragilità in materia scenica senza tradirne l’autenticità?
La sfida è rimanere radicati all’umano e non solo al danzatore, quindi non alla forma ma bensì alla sostanza, siamo molto di più di performer che cercano di essere umani. È fondamentale per me, portare autenticità e potenza nella semplicità.
Le opere da Lei presentate al Festival Nutida sono profondamente diverse per linguaggio, tematiche e struttura interpretativa, spaziando dal solo al trio fino alla dimensione collettiva. Al di là delle differenze, qual è il “fil rouge” che unisce queste creazioni?
Il “fil rouge” che unisce queste creazioni è la poetica del gesto legata ad una ricerca di un linguaggio definito. Sicuramente la mia crescita emotiva ed umana ha portato coerenza nei miei lavori.
Il Suo lavoro sembra richiedere al pubblico di spogliarsi di certezze e pregiudizi. Quanto è importante per Lei che lo spettatore si senta “disarmato” di fronte alle Sue opere?
Non è solo importante è TUTTO.
Lorena Coppola
Photo Credits: Claudia Rossi e Paolo Serrau
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