
Debuttata il 18 ottobre 2025 all’Opera Nazionale Finlandese, questa nuova Giselle firmata dal coreografo messicano-finlandese Javier Torres Lopéz (dopo Jean Coralli, Jules Perrot, Marius Petipa) per il Finnish National Ballet si è rivelata fin dalla prima rappresentazione uno degli appuntamenti più curiosi della stagione. L’ambientazione “moderna” nell’Italia degli anni Cinquanta, con il suo portato sociale e simbolico, trova piena realizzazione grazie a un cast di solidità tecnica e intensità interpretativa.
Nel ruolo del titolo, Seo Yeun Kim offre una Giselle di notevole finezza. Tecnicamente impeccabile nei passaggi di allegro del primo atto, con batterie leggere e salti sospesi che restituiscono l’innocenza del personaggio, costruisce una scena della follia di notevole controllo drammatico: il lavoro sulle braccia, progressivamente svuotate di energia, e l’uso calibrato degli equilibri instabili rendono credibile il crollo psicologico senza indulgere in eccessi melodrammatici. Nel secondo atto la sua danza si fa diafana, con arabesques filati e développés sostenuti da un controllo del centro che conferisce alla figura una qualità quasi ultraterrena.
Accanto a lei, Martin Nudo disegna un Albrecht elegante e tecnicamente autorevole. I suoi tour en l’air sono puliti, ben atterrati, e i manège di grandi salti nel secondo atto mantengono ampiezza e resistenza senza perdere precisione. Ma è soprattutto nel lavoro di partnering che emerge la maturità artistica: prese sicure, sollevamenti fluidi e una presenza scenica che evolve credibilmente dall’arroganza iniziale alla disperazione finale.
Nel ruolo di Hilarion, David Rathbun evita la caricatura del rivale brutale, scegliendo una linea interpretativa più umana e tormentata. La sua danza è energica, con un uso incisivo del plié che radica il personaggio a terra, in contrasto con l’elevazione aristocratica di Albrecht. La scena della morte tra le Wilis è risolta con forte impatto teatrale e rigore tecnico.
Heidi Salminen, nel ruolo di Bathilde, restituisce con misura la dimensione aristocratica del personaggio, lavorando su una qualità del movimento composta, quasi trattenuta, che ben si inserisce nell’ambientazione anni Cinquanta. Notevole la pulizia delle linee e l’equilibrio nei passi d’assieme del primo atto.
Imponente e glaciale la Myrtha di Min Young Kim, tecnicamente saldissima: i suoi grands jetés in diagonale e i lunghi equilibri in arabesque dominano la scena del secondo atto. L’autorità del personaggio emerge attraverso una precisione quasi geometrica del gesto, sostenuta da una musicalità rigorosa che guida l’intero corpo di ballo delle Wilis.
Proprio il corpo di ballo del Finnish National Ballet merita un plauso. Nel secondo atto, la coesione delle linee, l’uniformità delle braccia e la sincronia nei movimenti corali creano quell’effetto ipnotico e spettrale che costituisce il cuore visivo di Giselle. Le Wilis si muovono come un unico organismo, con entrate e diagonali perfettamente calibrate nello spazio scenico. Anche nel primo atto le danze contadine risultano vivaci e ben articolate, grazie anche al contributo degli allievi della Ballet School of the Finnish National Opera and Ballet, che partecipano con freschezza e disciplina scenica.
Sul versante musicale, l’Orchestra of the Finnish National Opera, diretta da Gavin Sutherland, offre un’esecuzione di grande respiro. La direzione privilegia tempi narrativi distesi, senza mai sacrificare la tensione drammatica. I legni emergono con particolare chiarezza nei temi pastorali del primo atto, mentre gli archi costruiscono nel secondo un tappeto sonoro compatto e trasparente, ideale per sostenere le sospensioni coreografiche. L’equilibrio tra buca e palcoscenico appare attentamente calibrato, permettendo ai danzatori di respirare musicalmente e di fraseggiare con naturalezza.
Nel complesso, questa produzione del 2025 (visibile attualmente in streaming con la regia televisiva di Ilmari Aho), in stagione ad Helsinki fino a febbraio 2026 con alternanza di cast, pur riconoscendo l’intelligenza dell’operazione drammaturgica e la coerenza della rilettura, è innegabile che una simile impostazione contemporanea comporti alcune rinunce sul piano della tradizione visiva. In particolare nel primo atto, l’ambientazione modernizzata e la scelta di un’estetica popolare romana attenuano quell’immaginario rurale idealizzato che, nella consuetudine ottocentesca, costituisce parte integrante dell’identità di Giselle. Le scene, costumi e luci (a firma rispettivamente di Annukka Pykäläinen, Erika Turunen, Heikki Paasonen) si discostano deliberatamente dall’iconografia romantica fatta di villaggi idilliaci, cromie pastorali e dettagli folklorici codificati. La linea scenografica privilegia una sobrietà quasi cinematografica, con un realismo misurato che riduce l’elemento decorativo in favore di una maggiore essenzialità narrativa. Tale scelta, se da un lato rende la vicenda più prossima alla sensibilità contemporanea, dall’altro può apparire una sottrazione di quella dimensione fiabesca e pittorica che tradizionalmente avvolge il primo atto. Anche sul piano dei costumi, l’abbandono nella prima parte del tutù romantico e delle silhouette storicamente consolidate incide sulla percezione dell’opera come monumento del repertorio classico. L’estetica adottata, pur elegante e coerente con l’ambientazione prescelta, non si impone per particolare audacia innovativa, né per una radicalità tale da compensare la perdita dell’apparato tradizionale. Ne risulta un equilibrio forse più concettuale che spettacolare: una modernità misurata, che evita l’eccesso ma che, proprio per questo, potrebbe non soddisfare pienamente chi considera l’impianto scenico originario parte imprescindibile del patrimonio storico di Giselle. In definitiva, la produzione si colloca in quella linea interpretativa che privilegia la rilettura ideologica e narrativa rispetto alla conservazione dell’immaginario romantico (a parte qualche accenno nel secondo atto), accettando consapevolmente il rischio di apparire meno sontuosa e meno “iconica” agli occhi di un pubblico legato alla tradizione. La solidità del cast principale, la compattezza del corpo di ballo e la qualità dell’esecuzione orchestrale concorrono comunque a restituire una Giselle che parla con voce nitida e attuale – in particolare – allo spettatore contemporaneo.
Nel quadro della costruzione dell’identità culturale finlandese del primo Novecento, la fondazione del Finnish National Ballet rappresenta uno dei passaggi più significativi nel processo di istituzionalizzazione delle arti performative nel Paese. La creazione della compagnia, nel 1922, non fu un evento isolato ma il risultato di una precisa strategia culturale promossa da Edward Fazer, primo direttore del Finnish National Opera, il quale comprese come l’opera lirica non potesse dirsi compiutamente europea senza una solida tradizione coreutica integrata nella propria struttura.
La formazione della compagnia avvenne attraverso un articolato dialogo con le grandi scuole del continente. Da un lato, la tradizione danese della Scuola Bournonville, con la sua enfasi sulla purezza tecnica e sulla musicalità; dall’altro, l’eredità russa, portatrice di una visione accademica rigorosa e spettacolare, incarnata anche dalla presenza di maestri provenienti da San Pietroburgo. Questo intreccio di influenze determinò fin dall’inizio un’identità stilistica ibrida, capace di coniugare disciplina formale e slancio espressivo.
La decisione di inaugurare il percorso artistico con Il Lago dei Cigni ebbe un valore simbolico e programmatico: si trattò della prima rappresentazione dell’opera in Europa occidentale, affidata a un organico composto in larga parte da giovani danzatori ancora in formazione, affiancati tuttavia da figure di fama internazionale come Anna Pavlova. Il successo fu immediato e sancì la credibilità del progetto. Non si trattò soltanto di un’affermazione di pubblico, ma della dimostrazione che la Finlandia poteva inserirsi autorevolmente nel circuito europeo del grande balletto classico.
Nel corso dei decenni successivi, il repertorio si ampliò includendo altri pilastri della tradizione ottocentesca. I gala degli anni Cinquanta e Sessanta segnarono una fase di consolidamento: Margot Fonteyn e Beryl Grey del Royal Ballet londinese, Claude Bessy e Attilio Labis dell’Opéra di Parigi, e soprattutto Maya Plisetskaya del Bolshoi di Mosca – presente a Helsinki in numerose occasioni tra il 1960 e il 1973 – contribuirono a rafforzare il prestigio internazionale dell’istituzione. La loro partecipazione non fu meramente celebrativa, ma costituì un vero momento di scambio artistico, capace di elevare il livello tecnico della compagnia e di ampliare i suoi orizzonti interpretativi.
A questa fase seguì un periodo di intensa cooperazione con intere compagnie europee, tra cui il Balletto dell’Opera di Stato Ungherese, il Teatro di Stato Bavarese, l’Estonian Théâtre Ballet e i Royal Ballets di Copenaghen, Londra e Stoccolma. Tali collaborazioni inserirono stabilmente il Finnish National Ballet in una rete internazionale di relazioni artistiche, consolidandone il ruolo di interlocutore riconosciuto nel panorama coreutico continentale.
L’inizio del XXI secolo segnò un’evoluzione strutturale e gestionale. Con la direzione di Dinna Bjørn (2001-2008), figura di spicco della tradizione danese, l’attenzione si concentrò sulla solidità organizzativa e sulla definizione di una linea amministrativa coerente. Il successivo mandato di Kenneth Greve (2008-2018) introdusse una chiara articolazione gerarchica interna – corpo di ballo, solisti, primi ballerini, étoile – e favorì l’ingresso di nuove creazioni coreografiche, aprendo la compagnia ad un dialogo più serrato con la contemporaneità. Sotto la sua guida, il balletto raggiunse una piena equiparazione istituzionale con l’Opera, sancendone il ruolo di asse portante dell’intera struttura teatrale.
Dopo la direzione di Madeleine Onne (2018-2022) l’incarico è stato assunto da Javier Torres Lopéz, la cui visione si colloca nel solco di una tradizione ormai centenaria, ma con una marcata apertura internazionale. La sua gestione si caratterizza per un equilibrio tra conservazione del grande repertorio classico e promozione di nuove prospettive estetiche, in sintonia con le trasformazioni culturali del nostro tempo.
A oltre un secolo dalla sua fondazione, il Finnish National Ballet non appare soltanto come una compagnia di tradizione, ma come un organismo artistico in continua ridefinizione, capace di metabolizzare influenze diverse e di rinnovare costantemente il proprio linguaggio. La sua storia testimonia come, anche in un contesto geografico periferico rispetto ai grandi centri storici del balletto, sia stato possibile costruire un’istituzione di eccellenza, fondata su rigore pedagogico, apertura internazionale e consapevolezza culturale.
A margine della già sopraindicata riflessione sulla tensione fra tradizione e aggiornamento estetico, può risultare utile soffermarsi, sia pure sinteticamente, sulle principali linee interpretative che hanno caratterizzato le riletture moderne di Giselle nel corso del Novecento e del XXI secolo. L’originale romantico ottocentesco costruiva un doppio registro di idealizzazione: da un lato il villaggio contadino come spazio arcadico, quasi fuori dal tempo storico; dall’altro il regno delle Wilis come proiezione di un soprannaturale etereo, dominato dal bianco del tutù lungo e da una geometria coreografica che sublimava il dolore in pura astrazione. Il ballet blanc del secondo atto, nella sua simmetria lunare, divenne il paradigma stesso dell’estetica romantica, fondando un immaginario che avrebbe segnato l’intero repertorio classico. Le versioni novecentesche più fedeli alla tradizione — si pensi a quelle derivate dalla linea petipiana — hanno generalmente preservato questa duplice idealizzazione, intervenendo piuttosto sulla qualità tecnica e sulla definizione psicologica dei personaggi, senza alterare l’impianto scenografico. In tali allestimenti, la modernità si è espressa soprattutto nell’interpretazione: una Giselle meno ingenua, un Albrecht più tormentato, una Myrtha meno puramente algida e più consapevolmente autoritaria, ma sempre all’interno di un quadro visivo storicizzato. Diverso è il caso delle reinterpretazioni radicali, sviluppatesi soprattutto dalla seconda metà del Novecento. Alcuni coreografi hanno operato una decostruzione dell’elemento fiabesco, trasferendo l’azione in contesti sociali determinati — industriali, urbani, postbellici — e leggendo la vicenda come allegoria delle dinamiche di classe o delle strutture patriarcali. In queste versioni, l’idealizzazione romantica viene sostituita da un realismo critico: il villaggio non è più Arcadia, ma microcosmo sociale segnato da tensioni economiche; le Wilis non sono soltanto spiriti vendicativi, bensì metafora collettiva di un trauma femminile condiviso. Parallelamente, sul piano estetico, si è assistito a un’evoluzione delle scelte scenografiche: dall’opulenza pittorica si è passati talvolta a una stilizzazione essenziale, talaltra a un minimalismo quasi astratto. Il tutù romantico, simbolo iconico del secondo atto, è stato in alcune produzioni mantenuto come segno di continuità, in altre rielaborato o eliminato per sottolineare una volontà di rottura. L’uso della luce, spesso più drammaturgico che decorativo, ha assunto un ruolo centrale nel costruire l’atmosfera spettrale senza ricorrere necessariamente ai codici tradizionali. In questo panorama, le versioni contemporanee – come quella in oggetto di Javier Torres Lopéz — oscillano tra due poli: da un lato la conservazione filologica dell’immaginario romantico come patrimonio identitario del balletto classico; dall’altro la reinterpretazione concettuale che vede in Giselle un testo aperto, suscettibile di continue riscritture ideologiche ed estetiche. Ogni nuova produzione si colloca inevitabilmente lungo questo asse, scegliendo quanto preservare e quanto trasformare. La persistenza di Giselle nel repertorio internazionale testimonia proprio questa sua straordinaria plasticità: opera nata in un preciso contesto storico e culturale, ma capace di attraversare epoche e sensibilità diverse, adattandosi alle inquietudini di ciascun tempo. Se alcune scelte moderne possono apparire, agli occhi dei puristi, come una sottrazione rispetto alla magnificenza romantica, esse rappresentano per altri il segno di una vitalità che impedisce al capolavoro di cristallizzarsi in mera reliquia museale.
Michele Olivieri
Foto di Roosa Oksaharju
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