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Cristina Roggerini e Gaia Mondini – “Contare le lacrime”: la vulnerabilità come gesto creativo

Nell’ambito dell’edizione 2026 del Festival Nutida, Cristina Roggerini e Gaia Mondini presentano Contare le Lacrime, una produzione Stazione Utopia. Lo spettacolo, in scena il 30 giugno 2026, indaga il pianto come esperienza universale, intima e profondamente umana. Storicamente le donne sono state incarnazione di compassione, amore e dolore. A loro è stato affidato il compito di piangere i morti, curare i malati, abitare il silenzio delle lacrime. Un pianto solo apparentemente fragile che, attraversando storia, religione e letteratura, ha inciso profondamente la memoria collettiva. Nel Vangelo le figure femminili sono spesso rappresentate nel pianto: Maria nello Stabat Mater, icona assoluta del dolore materno, e Maddalena, che piange fino a consumarsi. Lacrime sacre, dorate, mai segno di debolezza ma forma preziosa di amore. Attraverso il linguaggio della danza contemporanea, le due artiste trasformano un gesto spesso relegato alla sfera privata in un terreno di ricerca poetica e fisica, interrogandosi sul significato delle emozioni, sulla vulnerabilità e sulla possibilità di condividere ciò che, per sua natura, sfugge a ogni misura. In questa intervista raccontano la genesi del progetto, il dialogo creativo che ha dato forma allo spettacolo e il ruolo che il corpo può assumere nel dare voce a ciò che le parole non riescono a esprimere.

Nell’edizione 2026 del Festival Nutida presentate “Contare le Lacrime”, una creazione che prende avvio da un gesto universale e profondamente umano come il pianto. Quale urgenza artistica, personale o poetica vi ha spinte a trasformare questa esperienza in materia coreografica?

L’ispirazione per questo primo studio è nata da un’immagine che raffigura una donna che piange lacrime dorate. Ci è sembrata un’icona potentissima e ci ha aperto a una riflessione più ampia su questo tema. Abbiamo voluto trasformare questo gesto così intimo, così relegato alla sfera privata in un simbolo di fragilità ma anche di forza; crediamo che la capacità di riuscire a lasciarsi andare e riuscire a mostrare la propria sensibilità sia un atto di grande forza e coraggio. Da tempo desideravamo creare qualcosa insieme, ci sentiamo molto vicine sia perché ci lega una grande amicizia sia perché artisticamente sentiamo di avere un linguaggio comune. L’unione dei nostri due mondi è stato di aiuto a far emergere nuove versioni di noi stesse. Questa tematica ci è risuonata fortissimo e immediatamente appena abbiamo visto quest’immagine abbiamo deciso di procedere nell’indagine, senza prospettive di creare un “prodotto”, ma con l’intento di esplorare linguaggio e movimento condivisi. Poi molto velocemente abbiamo iniziato creare materiale e ne è seguita la nascita di questo pezzo. Essenziale è stata la sintonia tra di noi.

Il titolo evoca un’azione tanto concreta quanto impossibile: contare qualcosa di impalpabile come le lacrime e le emozioni che le accompagnano. Che significato assume, per voi, questo tentativo di misurare l’incommensurabile?

Il titolo nasce proprio da un detto religioso che recita “Dio conta le lacrime delle donne” a simboleggiare l’importanza del pianto non come una cosa fragile ma come una materia preziosa da non sprecare. Questo pensiero si concentra sul valore sacro del dolore femminile. Ogni lacrima versata non è a vuoto: assume un’importanza speciale. Le immagini e le frasi prese di riferimento sono solo spunti per allargare il discorso: la religione ci ha offerto svariate icone del pianto e per noi sono state di grande ispirazione. Non come devote cristiane ma proprio come curiose scrutatrici della natura umana, catturata da immagini e testi di tanti anni fa. Vedere queste donne che sono state talmente incisive con la loro sofferenza da rimanere nella storia ci ha fatto riflettere sulla comune essenza dell’essere umano che rimane invariata nel tempo. Per questo ci ha affascinato moltissimo il mondo religioso con le sue immagini: ha saputo raccontare in modo specifico questa tematica. Tantissimi artisti (pittori e scultori) hanno catturato l’essenza del dolore femminile e ci hanno permesso di avere un vasto repertorio da cui attingere, sia per le gestualità che per le sensazioni.

In “Contare le Lacrime” il corpo si fa luogo di attraversamento emotivo. Quali pratiche, immagini o principi compositivi avete sviluppato per tradurre in movimento il pianto, la vulnerabilità e il processo di liberazione che spesso ne deriva?

Abbiamo cercato di personificare con il corpo diversi stati della materia: ci ha incuriosito la ricerca di una corporeità mutevole che può variare i suoi aspetti. Abbiamo cercato di rendere i corpi malleabili a questi mutamenti di forma fisica, inserendo immagini che richiamano la fluidità dell’acqua o la statuarietà del marmo. Come gli stati emotivi variano la loro essenza così abbiamo voluto renderlo visibile sul corpo. E’ stato utile il confronto reciproco di esperienze comuni che ci ha permesso di portare nella coreografia due sfaccettature di un unico tema. Le esperienze personali sono state un passaggio del processo che poi hanno lasciato spazio al corpo e al movimento. L’altra tematica del pezzo è stata la solidarietà e la compassione. Vedere un’altra donna che piange ci fa riconoscere in lei, ci fa sentire meno sole e di conseguenza più forti. Abbiamo sperimentato come da un gesto prevalentemente etichettato come negativo possa nascere un’alleggerimento e una situazione di forza e serenità. Abbiamo quindi cercato di trovare un flusso naturale dalla sofferenza alla tranquillità e cercato di comprendere come l’aiuto dell’altro possa essere utile.

La vostra ricerca sembra muoversi sul confine tra autobiografia e dimensione universale. Come avete lavorato per trasformare esperienze intime in un linguaggio capace di risuonare con l’immaginario e la sensibilità di ogni spettatore?

Il punto di partenza è stato inevitabilmente il nostro vissuto, i nostri corpi e i nostri personali motivi di pianto. Tuttavia, fin dai primi giorni di sala, abbiamo cercato di non rimanere “intrappolate” nella nostra storia personale. Abbiamo lavorato per sottrazione: siamo partite dal dettaglio autobiografico per poi spogliarlo dell’aneddoto, isolando solo l’essenza del gesto. Ci siamo concentrate su risonanze fisiche primarie che appartengono a chiunque e su come possano essere traslate sul corpo. Ci siamo concentrate su spalle, petto e viso, principali zone di accumulo di questa emozione. Non chiediamo al pubblico di guardare il nostro dolore, ma offriamo una traccia fisica in cui ciascuno possa riconoscere, ricordare e abitare il proprio.

Viviamo in una società che spesso invita a controllare, a contenere o persino a nascondere le emozioni. Il vostro spettacolo può essere letto come un tentativo di restituire al pianto una forza espressiva e trasformativa, oltre agli stereotipi della fragilità?

In un mondo in cui siamo sempre chiamati a performare e a nascondere le fragilità crediamo che la vulnerabilità sia essenziale a ritrovare noi stessi, a sentirci autentici e a empatizzare con gli altri. Al giorno d’oggi la sensibilità è quasi sinonimo di coraggio e crediamo che sia necessaria e un modo importante per combattere la violenza che ci circonda. Essere trasparenti e riuscire a mettersi a nudo è un atto controcorrente ma che dimostra forza e unicità. E forse la parola che hai usato nella domanda è proprio quella che vorremmo contraddire: “controllare”. In “Contare le lacrime” vogliamo fare proprio il contrario: mentre nella prima parte c’è questa sensazione di nascondere e negare i propri stati d’animo, man mano che i nostri corpi entrano in sintonia proviamo ad avanzare insieme, cercando di diventare sempre di più persone e meno contenitori di emozioni. Persone in grado di lasciare andare e svuotarsi senza interessarsi del giudizio altrui… ognuno ha la propria interiorità e dunque è necessario mostrarla ed essere trasparenti. Essere un danzatore è sicuramente un privilegio in quanto abbiamo l’opportunità di fare esperienza sul corpo e di tradurre le nostre sensazioni in qualcosa di tangibile come il movimento. Abbiamo l’occasione di passare giornate intere a interrogarci su come stiamo e su cosa proviamo e questo ci rende ancora più recettivi.

Nel processo creativo avete scoperto aspetti del pianto o dell’emotività che vi hanno sorpreso o vi hanno portato a riconsiderare alcune convinzioni personali?

Assolutamente sì. All’inizio del percorso vedevamo il pianto quasi come un punto d’arrivo, il culmine di un crollo, di un’emozione troppo intensa per essere trattenuta. Lavorando con il corpo, invece, abbiamo scoperto che il pianto non è la fine, ma un inizio: è una soglia, un generatore di apertura e respiro. Ci ha sorpreso renderci conto di come il corpo, dopo aver pianto, non si ritrovi svuotato, ma quasi “riallineato” e vivo. In sala abbiamo scoperto che esporsi e lasciarsi attraversare dal pianto richiede in realtà una forza e una presenza fisica importante. Ha cambiato il nostro modo di guardarci, ricordandoci che accogliere la propria fragilità non ci rende deboli, ma più libere.

Provenite da percorsi artistici differenti. In che modo le vostre sensibilità si sono incontrate durante la creazione di questo lavoro e quali sfide, ma anche quali opportunità, sono emerse dal confronto a quattro mani?

Ci conosciamo da tanti anni, abbiamo condiviso un percorso di studi insieme e da sempre abbiamo avuto un’affinità artistica. Soltanto in quest’ultimo anno abbiamo avuto la possibilità di sviluppare un’idea comune, essendo che le nostre strade si sono incrociate di nuovo tramite altri progetti che ci hanno portato a rivivere l’esperienza del palco insieme. Ci siamo riscoperte simili e abbiamo deciso di intraprendere questo percorso insieme. Abbiamo avuto grande appoggio da Saverio Cona, direttore del festival Nutida, che ha accolto la nostra proposta con entusiasmo e che tutt’ora ci sostiene nel progetto. Nel momento di creazione naturalmente sono comparse idee e input diversi che abbiamo subito accolto l’una sull’altra senza escludere nulla. Dopo aver creato questa prima bozza abbiamo cesellato e ridimensionato il tutto fino a trovare una strada sensata e uno sviluppo coerente. Aggiungendo un tassello dopo l’altro siamo riuscite a lasciar andare delle cose che non funzionavano e alle quali ci eravamo inizialmente affezionate per lasciar spazio a ciò che era più urgente e vero. È stato semplice prendere decisioni perché avendo un gusto simile ci è sembrato tutto più spontaneo. Avendo molta stima reciproca ogni idea proposta dell’altra ci sembrava quasi un’opportunità sul quale ragionare e ricercare.

Quale ruolo attribuite allo spettatore all’interno di “Contare le Lacrime”? Vi interessa orientarne lo sguardo verso alcune chiavi di lettura oppure preferite lasciare che ciascuno costruisca liberamente il proprio significato?

L’obiettivo principale di questa nostra ricerca è di donare un’emotività al pubblico. Ci piacerebbe portare lo spettatore in una dimensione empatica in cui si può riscoprire essere emotivo e sensibile. Noi abbiamo una nostra interpretazione ma non vogliamo che sia l’unica: lo spettatore deve essere libero di poter leggere ciò che vuole in quello che noi abbiamo scritto. Ogni input e lettura da parte del pubblico potrebbe essere prezioso per la nostra ricerca. Ci piacerebbe creare un’atmosfera in cui potersi immergere e poter far entrare in uno stato d’animo condiviso tutte le persone che guardano. Nonostante ciò, ci piace che il viaggio sia personale e dunque non cerchiamo di dare una lettura univoca ma speriamo che ognuno possa trarre una storia personale da questo pezzo per sentirlo proprio.

Guardando al panorama attuale della danza contemporanea in Italia, quali sono secondo voi le questioni più urgenti, sia sul piano artistico sia su quello culturale e produttivo?

Crediamo che la danza e l’arte più in generale abbia il difficilissimo compito di donare momenti in cui lo spettatore possa riconoscersi e di conseguenza emozionarsi. Personalmente, quando vediamo altri spettacoli o assistiamo a mostre d’arte, rimaniamo colpite da quello che ci risuona e quello che in qualche modo percepiamo come già vissuto. E’ affascinante come un artista possa trasformare elementi vissuti da tutti (vittorie, sconfitte, cadute, lotte, gioie…) in una nuova visione. Pensiamo che sia importante che la danza torni ad essere mezzo di comunicazione di facile comprensione per lo spettatore: ci piacerebbe moltissimo che il pubblico della danza non sia fatto solamente da danzatori o di persone legate al settore ma ci piacerebbe che il bacino si allargasse e che la danza contemporanea non resti come un’arte di nicchia ed elitaria ma che possa contribuire attivamente alla vita quotidiana di tutti. Inoltre sentiamo l’urgenza in questo momento storico di restituire a chi ci guarda un po’ di compassione. Il mondo che ci circonda è sempre più buio e fa sempre più paura: siamo convinte che per questo il lavoro dell’artista sia preziosissimo. Come danzatrici sappiamo che ci sono delle lacune che provengono dall’alto e per questo sentiamo la necessità di sperare in maggiori fondi e strutture che consentano agli artisti di potersi esprimere e confrontarsi con esperti del settore in grado di affiancarli nella crescita artistica. Noi siamo state fortunate ad essere accolte fin da subito da Stazione Utopia in questo progetto, ma non sempre tutto avviene in modo così immediato. Quindi sottolineiamo sicuramente l’urgenza di sostegni più concreti per gli artisti che cercano di rendere l’arte un mestiere a tutti gli effetti. Apprezziamo tantissimo il lavoro fatto dal festival Nutida perché lascia spazio di espressione a giovani artisti, concedendo libertà totale di espressione e di sperimentazione. E’ un luogo sicuro in cui lasciarsi andare. Ci auguriamo che possa crescere sempre di più e che emergano altri luoghi in cui giovani artisti possano sbocciare e crescere.

Se doveste racchiudere l’essenza di “Contare le Lacrime” in un’unica immagine, una parola o una sensazione da consegnare al pubblico, quale scegliereste e perché?

Come parola scegliamo SOLIDARIETÀ perché in questo viaggio che abbiamo intrapreso pensiamo che sia un elemento fondamentale verso la comprensione dell’altro e quindi anche di noi stessi. È come una sorta di specchio: rivedersi nell’altro ci fa sentire simili e ci fa prendere consapevolezza di quest’aspetto fragile che ognuno di noi possiede che può diventare un elemento di forza.

Dopo il debutto al Festival Nutida, quali prospettive immaginate per il vostro percorso di ricerca? Sentite il desiderio di continuare a esplorare il territorio delle emozioni oppure vi state già orientando verso nuove domande artistiche?

Sentiamo il desiderio di continuare a ricercare e a lavorare a questo pezzo. Noi lo vediamo come un piccolo seme che può germogliare ancora grazie a confronti e periodi per riflettere più a fondo sul tema e per giocare ancora di più sulla struttura coreografica. Ci auguriamo che la tappa di Nutida sia solo un primo momento di restituzione e che da lì prosegua verso altre destinazioni. Noi sentiamo ancora la necessità di soffermarci e di prenderci del tempo per comprendere, analizzare e ad andare più in profondità. Nel frattempo ci godiamo questa prima restituzione pubblica e siamo molto grate di questa bellissima opportunità.

Lorena Coppola

Photo Credits: Giampaolo Becherini e Polina Mirovskaya

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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