
Nel panorama artistico nazionale, il Festival Nutida si conferma ancora una volta un catalizzatore di visioni audaci e linguaggi performativi contemporanei. In questo contesto di ricerca e sperimentazione ha trovato spazio Solo sognar ci terrà svegli, l’ultima creazione firmata YoY Performing Arts, portata in scena dai danzatori e autori Emma Zani e Roberto Doveri. Lo spettacolo si è inserito nel cartellone del Festival come un’indagine sul confine labile tra onirico e realtà, costruendo un’esperienza immersiva in cui movimento, parola poetica e suggestioni sonore si sono intrecciati in una tessitura unica. Il corpo, al centro della composizione scenica, si è imposto non come mero strumento interpretativo, ma come materia viva, attraversata e trasformata da uno stato di sogno condiviso. In questa intervista esclusiva, Emma Zani ripercorre le traiettorie di questo lavoro, restituendo una lettura interna delle sue geometrie, delle sue tensioni e delle sue risonanze emerse nel dialogo con il pubblico.
“Solo sognar ci terrà svegli” è un ossimoro che incrina una logica oppositiva: nel vostro lavoro il sogno è una forma di fuga o un dispositivo di maggiore lucidità percettiva sulla realtà?
Per noi il sogno non è una fuga dalla realtà, ma un modo per attraversarla con uno sguardo più lucido. È ciò che ci permette di guardare il presente senza rassegnarci e di immaginare che possa essere diverso. In questo senso, sognare è un modo per restare svegli, una pratica di resistenza alla rassegnazione.
Dove si colloca il corpo in questo progetto: è un interprete che attraversa il sogno o il luogo stesso in cui il sogno prende consistenza e si materializza?
Il corpo è il luogo in cui il sogno si misura con il reale. Attraversa equilibrio e rottura, visibile e invisibile, fino a rendere concreta un’idea. Come scrive Ivan Tresoldi nel testo poetico realizzato appositamente per la performance: «di questi corpi che come essenza di lotta / fan tempo di salto / fan dell’aria respiro / dell’invisibile divampo», è proprio il corpo a dare forma a quell’invisibile, ricordandoci che «è solo sull’orlo il precipizio che l’equilibrio è più saldo». È in quella fragilità che il sogno prende consistenza e ci fa sentire vivi.
Come avete lavorato sull’attrito tra movimento, parola poetica e suono per evitare una semplice coesistenza armonica e cercare invece una vera tensione tra linguaggi?
Questo approccio alla composizione sta alla base della ricerca artistica di YoY. La nostra ricerca ha origine da un contesto interdisciplinare, dove diversi linguaggi artistici si incontrano e si arricchiscono reciprocamente, esplorando spazi compositivi ed espressivi congiunti. L’incontro tra musica, movimento e arte visiva o, in questo caso, parola poetica è per noi fondamentale. Le diverse espressioni artistiche iniziano a dialogare tra loro, comunicando e condividendo idee ed emozioni. L’obiettivo di YoY è quello di trovare una “dialettica” comune, un linguaggio condiviso che permetta ai diversi linguaggi artistici di viaggiare all’unisono, anziché rimanere su binari separati. La convinzione è che la ripresa di un dialogo profondo tra discipline artistiche possa portare a risultati imprevedibili e di grande fascino e YoY vuol rappresentare un momento di approfondimento delle potenzialità di questa nuova “dialettica” artistica in chiave contemporanea.
Il testo sembra possedere una sua autonomia poetica: in scena il corpo lo traduce, lo contraddice o ne produce una continua riscrittura incarnata?
Il testo poetico è stato scritto da Ivan (Tresoldi): poeta, artista e street artist italiano, noto per le sue opere di “poesia di strada”, che uniscono arte visiva e parole, e incontrarlo per parlare con lui di come ci si immagina il futuro, è stato come rivivere il sogno di una grande utopia. Non direi che il corpo traduce la parola o la contraddice: piuttosto convivono e si generano a vicenda, coesistono in uno scambio continuo. Il testo nasce dai gesti e dai movimenti che attraversano la performance come un filo conduttore, ma quel movimento non sarebbe stato lo stesso senza il dialogo con Ivan e senza aver immaginato insieme un Futuro in cui “inciampare” insieme.
Nella collaborazione con Roberto Doveri, come si costruisce una regia condivisa senza mediazioni gerarchiche: si arriva a una sintesi o a una terza identità autoriale che nessuno dei due possiede da solo?
Per YoY non esiste altro modo di lavorare che la collaborazione e una regia compositiva condivisa. Non c’è una sintesi, né una gerarchia tra le parti: c’è piuttosto un processo continuo di scambio, ascolto e costruzione comune. A noi infatti piace definire YoY come un organismo culturale con un obiettivo comune: condividere idee. Questo non solo con Roberto Doveri per la composizione coreografica, ma anche con Timoteo Carbone, compositore e musicista della compagnia, e con tutti gli artisti e i professionisti con cui ci ritroviamo a collaborare. Anche per questo progetto, ad esempio, il fantastico disegno luci pensato da Gianni Staropoli è parte integrante dello stesso flusso creativo.
In che modo la costruzione scenica ha influenzato la percezione del corpo: lo spazio ha funzionato come cornice neutra o come agente attivo capace di orientare e alterare il gesto performativo?
In realtà è stato un lavoro molto divertente perché pensato fin dall’inizio per uno spazio con pubblico a 360 gradi, il Chiostro di San Francesco a Sansepolcro, dove lo spettacolo ha debuttato lo scorso anno durante Kilowatt Festival. Per noi è stato stimolante lavorare su questa visione circolare del movimento e della scena, in cui il corpo non ha un unico punto di fuga ma si ridefinisce continuamente in relazione a ogni possibile sguardo. Anche il disegno luci ha dialogato con questa possibilità di cambio di prospettiva, contribuendo a trasformare la percezione dello spazio e del corpo in scena.
Che tipo di tempo scenico avete cercato di generare: un tempo narrativo, un tempo sospeso o una temporalità slegata dalla percezione ordinaria?
Sicuramente un tempo sospeso, ma senza programmarlo o inseguirlo. Il nostro approccio è spesso quello di prendere per mano chi è nel pubblico e portarlo con noi dentro la scena. Ci piace pensare che, in un tempo che spesso divide, l’arte possa tornare a essere luogo d’incontro e abbraccio invisibile, uno spazio in cui ritrovarsi e riconoscersi e avere il tempo di immaginare la propria storia.
In che modo il lavoro ha messo in discussione o ridefinito la vostra idea di coreografia, soprattutto nel rapporto tra intenzione e perdita di controllo?
La performance si muove in un gioco di chiaroscuri, alternando equilibrio e rottura. Come nelle “scaglie poetiche” di Tresoldi, convivono intensità visiva e delicatezza, sguardo politico e respiro poetico.
La danza, come la poesia, è un movimento che può esprimere tanto dissenso quanto armonia o, meglio ancora, il dissenso tramite l’armonia. Con la stessa intensità espressiva, è un racconto che rievoca la capacità di emozionarsi ed emozionare, una dimensione essenziale della vita. In questo senso, la coreografia non è mai completamente chiusa: lascia sempre uno scarto, una possibilità di deviazione, in cui l’ “inciampo” diventa parte stessa del linguaggio.
La dimensione visiva e scenografica sembra agire come filtro percettivo: l’estetica in questo lavoro è un principio di chiarificazione o di ulteriore ambiguità?
Come spesso accade nei nostri lavori, la scena è piuttosto essenziale. L’elemento scenico è stato dipinto da Ivan durante una serie di happening e performance dal vivo, attivando un dialogo diretto tra gesto pittorico e gesto coreografico, e generando momenti in cui arte e vita tendono a fondersi. In questo senso non esiste una separazione tra ciò che accade e ciò che “sta in scena”. Non c’è una volontà descrittiva, illustrativa o di ambiguità premeditata: per noi ogni elemento nasce in modo organico, è il progetto stesso che orienta le scelte. Il materasso quindi non è un elemento estetico, ma diventa un vero e proprio co-protagonista dell’azione performativa.
Che cosa accade allo spettatore quando esce da uno stato immersivo come quello che avete costruito: vi interessa più l’interpretazione dell’opera o una persistenza sensoriale non decodificabile?
Per YoY non c’è mai una separazione netta tra interpretazione e percezione: il lavoro non si chiude quando finisce la scena. Lo spettatore non è mai passivo, ma parte del processo. Quello che ci interessa è che qualcosa continui a raccontare anche dopo, quando lo spettatore ha già lasciato lo spazio e non sta più guardando in modo attivo. Per noi i nostri lavori si completano solo nell’incontro, dove il senso non è già dato ma si costruisce insieme. Se deve esserci una scelta, sta lì: più che l’idea di “capire”, ci interessa ciò che continua a risuonare senza bisogno di essere tradotto.
Lorena Coppola
Photo Credits: Nicolò Brunelli
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