
Lo sviluppo psicologico dei bambini è condizionato dall’isolamento degli schermi dei computer o dei telefonini e da una controcultura divisiva.
In questo scenario, la danza, in particolare quella classica, emerge come avamposto pedagogico rivoluzionario che offre ai bambini un alfabeto emotivo unico.
Andando oltre i cliché che vorrebbero il balletto come un’attività femminile, questa disciplina si rivela uno dei più potenti strumenti di crescita per l’infanzia.
Il pregiudizio che associa la danza classica esclusivamente al mondo femminile è un paradosso storico e culturale, oltre che un enorme abbaglio neuro-motorio.
L’idea della danza classica come disciplina ‘da ragazze’ è un’invenzione relativamente recente, risalente all’Ottocento Romantico, l’epoca del tutù e delle scarpette di raso. Prima di allora, la storia racconta il contrario.
Fino all’epoca del Re Sole, danzare era un dovere riservato quasi esclusivamente agli uomini nobili che si sfidavano a colpi di passi di danza per dimostrare vigore, destrezza e lo status politico. Ballare era considerato un esercizio di potere e virilità.
Successivamente il balletto è stato associato alla grazia, alla bellezza e alla leggiadria femminili.
Nella realtà, la danza classica non ha nulla di lezioso. Richiede una preparazione atletica di altissimo livello, sviluppa forza, controllo e resistenza, nei bambini quanto nelle bambine.
Fortunatamente, i giovani danzatori di oggi stanno scardinando i vecchi tabù, scoprendo nella sala danza un luogo dove il vigore fisico incontra la precisione e dove si crea una solidità strutturale.
Si impara a governare il proprio corpo, costruendo una sicurezza in se stessi che prescinde dal giudizio esterno, beneficio educativo immenso.
In una società che propone ai maschi modelli di aggressività fisica o di competizione distruttiva, la danza classica insegna a canalizzare energia e forza attraverso la disciplina, il controllo e l’eleganza.
Un bambino che studia danza classica impara a non vergognarsi della propria sensibilità, a sviluppare rispetto per il corpo femminile, con cui impara a cooperare e non a competere.
Nel lavoro a due, il bambino capisce fin da piccolo che la ballerina non è un oggetto da sollevare o manovrare, ma una partner autonoma. Vede la sua compagna come una pari, un’atleta forte, determinata e resiliente quanto lui, se non di più.
Questa familiarità con la forza e il valore femminile cancella l’idea della donna come ‘sesso debole’, sostituendola con un senso di stima e rispetto reciproco.
Tutto ciò insegna che la cooperazione richiede ascolto, non imposizione.
Il bambino sperimenta che il corpo dell’altro ha regole proprie che vanno rispettate, ponendo le basi per il concetto di consenso e di rispetto del femminile.
Senza voler entrare nel merito della violenza di genere e del drammatico fenomeno del femminicidio, c’è da considerare che essi affondano le radici nell’incapacità di gestire il rifiuto, la frustrazione e la perdita di controllo sull’altra persona.
La danza classica educa alla gestione della vulnerabilità perché in sala si sbaglia continuamente. Il bambino che impara a governare le frustrazioni fisiche ed emotive, difficilmente diventerà un adulto che pretende di possedere o controllare la vita di una donna.
Danzando si sviluppa una sintonizzazione fisica che educa a rifiutare la brutalità, rendendo l’atto della violenza fisica estraneo all’identità di quell’individuo.
Portare un bambino alla sbarra, quindi, non significa solo farne un artista. Significa crescere un uomo che ha imparato a dialogare con le donne, che sa gestire le proprie fragilità e che vede nella vicinanza un atto di condivisione, mai di dominio.
La danza quindi affronta alla radice quei meccanismi relazionali tossici che, se esasperati nella vita adulta, alimentano la cultura del possesso e della violenza di genere.
Questo è un altro fondamentale, ma spesso sottovalutato, motivo per cui i genitori dovrebbero iscrivere i loro bambini a danza classica.
In sala si scardinano i presupposti socio-psicologici da cui possono nascere abusi e femminicidi, rendendo l’arte del balletto una disciplina che agisce come un potente vaccino culturale.
Stefania Napoli
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