«Non basta possedere una buona tecnica. Bisogna danzare con il cuore, con l’anima, con tutta la propria vita.» Poche frasi raccontano meglio l’essenza artistica di Maya Plisetskaya, una donna che ha attraversato il Novecento trasformando il balletto in un linguaggio universale. Prima ballerina assoluta del Teatro Bol’šoj, artista anticonformista, interprete visionaria e simbolo della cultura russa, Plisetskaya è stata molto più di una straordinaria danzatrice: è stata un’icona capace di rivoluzionare il modo di intendere la danza classica, fondendo virtuosismo tecnico, forza teatrale e una modernità che ancora oggi appare sorprendente.
Nata a Mosca il 20 novembre 1925, Maya Michajlovna Plisetskaya crebbe in una famiglia profondamente legata all’arte. Il padre, Mikhail Plisetskij, era un ingegnere e dirigente industriale, mentre la madre, Rakhil Messerer, era un’attrice del cinema muto. La sua infanzia, tuttavia, fu spezzata dalla tragedia delle purghe staliniane. Nel 1937 il padre venne arrestato con accuse di tradimento e fucilato pochi mesi dopo; la madre fu deportata in un gulag in Kazakistan insieme al figlio più piccolo. Maya, appena dodicenne, venne affidata alla zia Sulamith Messerer, una delle più importanti ballerine del Bol’šoj, che la accolse come una figlia e la introdusse nel mondo della danza. Quel dolore, mai dimenticato, avrebbe segnato profondamente il suo carattere e la sua arte, donandole un’intensità interpretativa fuori dal comune.
Entrò nella Scuola Coreografica del Bol’šoj dimostrando fin da giovanissima un talento eccezionale. Nel 1943, nel pieno della Seconda guerra mondiale, entrò a far parte del Corpo di Ballo del celebre teatro moscovita. Bastarono pochi anni perché il pubblico e la critica riconoscessero in lei una personalità assolutamente nuova. Non era soltanto la perfezione tecnica a colpire, ma il modo in cui riusciva a trasformare ogni ruolo in un dramma umano, scolpendo la musica attraverso il movimento.
Le sue caratteristiche fisiche contribuirono a renderla inconfondibile. Possedeva una schiena estremamente elastica, un’elevazione eccezionale nei salti e soprattutto quelle lunghissime braccia che sembravano non avere fine. Il loro movimento, elegante e sinuoso, divenne il suo marchio di fabbrica. Molti critici hanno scritto che Plisetskaya non “eseguiva” la danza: la dipingeva nello spazio. Ogni gesto nasceva da una precisa intenzione espressiva, trasformando il balletto in teatro puro.
Quando nel 1960 Galina Ulanova lasciò il palcoscenico, Maya Plisetskaya divenne la nuova prima ballerina assoluta del Teatro Bol’šoj, mantenendo quel ruolo per oltre tre decenni. Il suo repertorio comprendeva tutti i grandi capolavori del balletto classico: Il lago dei cigni, La bella addormentata, Raymonda, Giselle, Don Chisciotte e Spartacus. La sua interpretazione di Odette-Odile ne Il lago dei cigni è ancora oggi considerata una delle più straordinarie della storia del balletto, capace di unire lirismo e forza drammatica con una naturalezza quasi irreale.
Se esiste però un ruolo che l’ha resa immortale, è La morte del cigno, il celebre assolo creato da Michel Fokine per Anna Pavlova. Plisetskaya ne offrì una lettura completamente personale, lontana dall’imitazione della grande predecessora. Le sue braccia sembravano trasformarsi realmente in ali, mentre il corpo raccontava con struggente intensità gli ultimi istanti di vita del cigno. Ancora oggi quella interpretazione è considerata uno dei momenti più alti della storia della danza del Novecento.
Il suo rapporto con il regime sovietico fu complesso e tormentato. Per anni le autorità le impedirono di viaggiare all’estero, temendo una possibile fuga in Occidente a causa della tragica storia della sua famiglia. Venne sorvegliata dal KGB e sottoposta a continui controlli. Soltanto alla fine degli anni Cinquanta poté iniziare le grandi tournée internazionali, conquistando rapidamente i teatri di tutto il mondo. A differenza di Rudolf Nureyev, Natalia Makarova e Michail Baryšnikov, Plisetskaya non scelse mai la strada della diserzione, tornando sempre in patria, pur mantenendo uno spirito libero e indipendente.
La sua curiosità artistica la spinse a collaborare con alcuni dei più grandi coreografi del Novecento. Roland Petit creò per lei La Rose Malade, Maurice Béjart le dedicò uno dei suoi capolavori assoluti, il celebre Boléro, mentre Alberto Alonso realizzò la rivoluzionaria Carmen Suite, con la musica composta dal marito Rodion Ščedrin su temi dell’opera di Bizet. Quest’ultima provocò un vero scandalo nell’Unione Sovietica per la sensualità della protagonista e per il linguaggio coreografico innovativo, ma divenne ben presto uno dei balletti simbolo del XX secolo.
Nel Boléro di Béjart, Plisetskaya appare immobile su un grande tavolo rosso, circondata da un gruppo di uomini. Poco alla volta il suo corpo si anima seguendo la progressione della musica di Ravel, fino a un crescendo di energia quasi ipnotico. Ancora oggi quella coreografia rappresenta una delle immagini più iconiche della danza contemporanea.
Nel 1958 sposò Rodion Ščedrin, uno dei maggiori compositori russi del Novecento. Il loro matrimonio durò oltre cinquant’anni e fu un sodalizio artistico e umano straordinario. La musica di Ščedrin accompagnò molti dei momenti più significativi della carriera della ballerina, in un dialogo continuo tra danza e composizione.
Dopo aver lasciato il Bol’šoj nel 1990, Maya Plisetskaya continuò a lavorare instancabilmente come étoile ospite, coreografa e direttrice artistica. Guidò il Balletto del Teatro dell’Opera di Roma e successivamente il Ballet Nacional de España, dimostrando ancora una volta la propria apertura verso linguaggi e tradizioni differenti. Continuò a esibirsi fino a un’età nella quale molte ballerine avevano già concluso da tempo la carriera, affascinando il pubblico con una presenza scenica rimasta intatta.
Tra le curiosità meno conosciute emerge il suo carattere ironico e anticonformista. Era famosa per il perfezionismo quasi ossessivo, ma anche per una schiettezza che spesso metteva in difficoltà giornalisti e funzionari sovietici. Amava la moda, collaborò con grandi stilisti e fu una delle prime ballerine a trasformare la propria immagine in un autentico simbolo di eleganza internazionale. Pochi sanno inoltre che trascorse parte dell’infanzia nelle isole Svalbard, in Norvegia, dove il padre dirigeva una miniera di carbone.
Tra le sue citazioni più celebri resta quella dedicata alla disciplina: «Non mangiare! Non è stato ancora inventato un metodo migliore.» Una frase provocatoria, pronunciata con il suo tipico sarcasmo, che oggi viene riletta alla luce della diversa sensibilità verso il benessere psicofisico dei danzatori. Più profonda è invece un’altra sua riflessione: «Le persone non cambiano.» Oppure: «Non voglio essere una schiava. Non voglio che altri decidano il mio destino.» Parole che raccontano la forza di una donna capace di resistere alle pressioni del potere senza mai rinunciare alla propria libertà artistica.
Il grande coreografo Maurice Béjart disse di lei: «Maya non è una ballerina. Maya è un fenomeno della natura.» Anche Roland Petit la definì «un’artista che possiede il fuoco», mentre il critico russo Vadim Gaevskij scrisse che «iniziò creando un proprio stile e finì per creare un proprio teatro». Sono giudizi che spiegano meglio di qualsiasi descrizione il valore della sua eredità.
Maya Plisetskaya si spense il 2 maggio 2015 a Monaco di Baviera all’età di 89 anni. Per sua volontà, le ceneri furono unite a quelle del marito Rodion Ščedrin e disperse sulla Russia, la terra che aveva tanto amato e che, nonostante le sofferenze inflitte alla sua famiglia, non aveva mai smesso di considerare la propria casa.
A oltre un decennio dalla sua scomparsa, Maya Plisetskaya continua a essere un punto di riferimento assoluto per il mondo della danza. Le sue interpretazioni vengono studiate nelle accademie di tutto il mondo, i suoi video sono materiale imprescindibile per ogni giovane ballerino e il suo nome resta sinonimo di eccellenza, coraggio e libertà. Più che una semplice étoile, è stata una rivoluzione in movimento: una donna che ha saputo trasformare il dolore in bellezza, la disciplina in poesia e il balletto in una forma d’arte capace di parlare a ogni generazione.
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