
La danza viene ancora troppo spesso raccontata come un esercizio di narcisismo e individualismo. Questa però è una narrazione parziale e fallace perché, a un’osservazione più profonda, la danza rivela una natura radicalmente opposta: è una delle migliori scuole di altruismo che l’essere umano abbia a disposizione.
In un’epoca caratterizzata da empatia astratta e confinata alle parole, la danza insegna un altruismo incarnato nella percezione e nella fisica del movimento.
Danzare con altri richiede un ridimensionamento del proprio egocentro e riesce a trasformare la predisposizione verso il prossimo.
In un corpo di ballo, infatti, accade un fenomeno neurobiologico e sociale preciso: la sincronizzazione ritmica. Quando più corpi si muovono allo stesso tempo, la percezione dei confini individuali si attenua. Il cervello riduce l’attività neurale responsabile del pensiero auto referenziale e dell’iper-focalizzazione su di sé.
Il danzatore comprende che il proprio movimento ha senso solo se sintonizzato su quello del compagno: un passaggio in cui il successo del singolo viene volontariamente subordinato alla responsabilità verso la collettività.
L’altruismo è la capacità di percepire ed entrare in relazione con la sofferenza e la fatica altrui. Vedere il sudore e il limite fisico di un compagno attiva il sistema dei neuroni specchio. Chi balla impara a riconoscere il momento in cui il compagno sta per cedere, la memoria vacilla o la stanchezza prende il sopravvento e reagisce con piccoli gesti invisibili al pubblico: uno sguardo di intesa e incoraggiamento o una presa più solida durante un momento di incertezza.
È una forma di solidarietà viscerale nata dalla consapevolezza che nella danza, come nella vita, nessuno si salva o si realizza da solo.
Insegnare danza, quindi, significa educare alla generosità, a cedere il centro della sala, a calibrare la propria forza e ad adattare il passo a chi è in difficoltà. Perché il valore di ciascuno si realizza nel rispetto dell’altro.
L’altruismo appreso nella danza dunque non è una teoria filosofica o morale , è una vera e propria memoria cellulare. Chi ha sperimentato la bellezza di essere un sostegno per qualcun altro o la grazia di muoversi in armonia con il compagno coltiva un’inclinazione naturale alla cura, all’ascolto e alla cooperazione.
La danza in sintesi ci ricorda una lezione rivoluzionaria: la forma più alta di gratificazione non è un monologo egocentrato, ma un dialogo e il momento in cui ci si prende cura dell’altro.
Stefania Napoli
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