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Recensione del libro “La forma della percezione”

Ci sono libri sulla danza che raccontano una traiettoria artistica e libri che, più radicalmente, provano a interrogare il modo in cui quella traiettoria modifica il nostro sguardo. La forma della percezione. Daniele Albanese, coreografo del presente, scritto da Daniele Albanese, Iolanda Del Pozzo e Alessandro Pontremoli e pubblicato da Cue Press (176 pagine), appartiene alla seconda categoria: non è soltanto un volume dedicato a un autore della scena contemporanea, ma un dispositivo critico attraverso il quale osservare la danza mentre accade, nella sua dimensione più instabile, concreta e percettiva.

Il titolo costituisce già una dichiarazione di poetica. La percezione, infatti, non è qui un semplice effetto dello spettacolo: è la materia stessa della coreografia. Nella ricerca di Albanese il corpo non sembra chiedere allo spettatore di essere interpretato quanto, prima ancora, di essere percepito. La danza si colloca in quello spazio sottile nel quale il movimento precede il significato e la presenza fisica diventa una forma di pensiero.

È forse questo il tratto più riconoscibile e insieme più sfuggente del lavoro di Albanese: la capacità di sottrarre il corpo all’evidenza immediata senza mai privarlo della sua fisicità. Il gesto è preciso, ma non illustrativo; il movimento è costruito, ma non addomesticato; la composizione è rigorosa, eppure conserva una zona di rischio, di apertura, quasi di indecidibilità. Ne deriva una scrittura coreografica che non cerca la spettacolarità come fine, ma la mette continuamente in discussione.

Leggere Albanese significa allora confrontarsi con una concezione della danza nella quale la forma non coincide con una struttura chiusa. La forma è piuttosto ciò che emerge dalla relazione fra corpo, spazio, tempo, luce, suono e sguardo. È una forma che si compone davanti a noi e, nello stesso momento, ci costringe a ricomporre il nostro modo di guardare.

In questo senso, il volume riesce a intercettare una questione decisiva della coreografia contemporanea: che cosa significa ancora vedere un corpo danzare? La domanda non è affatto scontata. Dopo decenni nei quali la danza ha messo in crisi il virtuosismo, il personaggio, la narrazione e persino l’autonomia del movimento, il corpo della scena contemporanea è diventato un territorio di negoziazione percettiva. Albanese attraversa questo territorio con una particolare attenzione alla qualità fisica dell’azione, alla sua durata, alla sua densità e alle sue possibilità di trasformazione.

La sua coreografia non sembra voler occupare lo spazio, ma misurarne la resistenza. Non cerca semplicemente una posizione nello spazio scenico: ne verifica continuamente le coordinate, le tensioni, le soglie. Anche il tempo, nei suoi lavori, appare meno come una successione di eventi che come una materia da abitare. È proprio questa qualità temporale a impedire allo sguardo di consumare rapidamente ciò che vede. Il movimento richiede attenzione, e l’attenzione diventa parte della coreografia.

Il libro è interessante proprio perché consente di riconoscere, dietro la concretezza della scena, la complessità di una ricerca che ha fatto del rapporto fra percezione e composizione uno dei propri nuclei fondanti. I contributi di Iolanda Del Pozzo e Alessandro Pontremoli ampliano lo sguardo, sottraendo l’opera di Albanese alla tentazione dell’autoritratto e inserendola in una prospettiva critica più ampia. La figura del coreografo emerge così non come quella di un autore isolato, ma come un punto di attraversamento fra pratiche, pensiero, storia della danza e sensibilità contemporanea.

È una distinzione importante. Perché parlare di un coreografo del presente non significa semplicemente collocare un artista nella contemporaneità cronologica. Significa interrogare il presente attraverso il suo modo di concepire il corpo. E il presente, nella danza di Albanese, appare come un luogo nel quale l’umano è continuamente sottoposto a una verifica: Quanto può un corpo? Quanto può essere preciso senza diventare meccanico? Quanto può essere astratto senza perdere la propria carne? Quanto può la forma dire, prima ancora che qualcosa venga nominato?

Sono interrogativi che rendono il volume più di una monografia. La forma della percezione può essere letto come una riflessione sulla coreografia italiana contemporanea attraverso una delle sue figure più singolari, ma anche come un invito a riconsiderare il rapporto fra corpo e sguardo. Il suo oggetto, in definitiva, non è soltanto Daniele Albanese: è l’esperienza stessa del vedere danza.

E qui risiede il valore più profondo del libro. La critica non si limita a certificare un percorso artistico già compiuto, ma restituisce alla coreografia la sua natura problematica. La danza non viene fissata in una definizione; viene mantenuta nella sua condizione di evento, di interrogazione, di esperienza sensibile.

Albanese appare così come un autore che lavora sulla soglia: fra controllo e accidente, fra geometria e organismo, fra astrazione e presenza, fra ciò che il corpo mostra e ciò che il corpo lascia soltanto intuire. Una soglia che è anche quella dello spettatore, chiamato non a decifrare una coreografia, ma a sostenerne la complessità percettiva.

La forma della percezione è dunque un libro necessario soprattutto per questo: perché restituisce alla danza la possibilità di essere pensiero senza smettere di essere corpo. E perché riconosce nella coreografia di Daniele Albanese non un linguaggio da spiegare una volta per tutte, ma una pratica capace di trasformare, silenziosamente e radicalmente, il modo in cui guardiamo.

In un’epoca nella quale la scena rischia spesso di essere sovraccaricata di discorsi, immagini e dichiarazioni, la ricerca di Albanese rivendica una qualità più rara: la fiducia nella forza cognitiva del movimento. Il corpo non illustra un’idea. È l’idea mentre prende forma.

Ed è forse proprio qui che il titolo del volume trova la sua definizione più precisa: la percezione non registra semplicemente la forma della danza. È la danza stessa a dare forma alla percezione.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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