
Attorno alla figura di Alicia Alonso il tempo ha compiuto un’operazione singolare: ha attenuato il ricordo degli avvenimenti, lasciando invece intatta un’impressione. Non quella di una carriera esemplare, ma di una presenza destinata a superare il proprio secolo.
Le grandi personalità della danza del Novecento sembravano nascere in un’epoca in cui il palcoscenico possedeva ancora il potere di creare leggende. Erano anni in cui il pubblico riconosceva negli interpreti qualcosa che oggi appare quasi perduto: una distanza. Non la distanza dell’inaccessibilità, ma quella del mito. L’artista non era soltanto visto; era immaginato. Attorno al suo nome si costruiva un racconto che oltrepassava gli spettacoli, trasformando la memoria in una forma di attesa.
Alicia Alonso appartiene a quella stagione. Non tanto perché ne sia stata una protagonista, quanto perché continua a rappresentarne l’essenza. La sua immagine sembra provenire da un tempo in cui la danza custodiva ancora un’aura quasi sacrale, quando il sipario divideva due mondi e il teatro conservava il privilegio dell’irripetibile.
Oggi, nell’epoca della riproduzione infinita delle immagini, quella dimensione appare remota. Proprio per questo la sua figura acquista un valore che supera il dato storico.
Il mito, del resto, non nasce dall’assenza di realtà, ma dalla capacità della realtà di resistere al trascorrere del tempo. Alcuni artisti restano documentati; altri restano evocati. Alicia Alonso appartiene a questi ultimi.
Il suo nome continua a emergere con la forza discreta delle figure che non hanno bisogno di essere continuamente riscoperte, perché non hanno mai davvero lasciato l’immaginario della loro arte.
Forse è questa la forma più alta della permanenza. Non quella affidata alla cronologia, alle celebrazioni o agli anniversari, ma quella che trasforma una persona in simbolo di un’intera stagione culturale.
Evocare Alicia Alonso significa allora richiamare un’idea di teatro in cui il prestigio nasceva dal silenzio, dall’attesa, dalla disciplina e da un senso della grandezza che non aveva bisogno di essere proclamato. Era una grandezza riconosciuta quasi naturalmente, come accade alle cose che il tempo, anziché consumare, rende sempre più essenziali.
Così la sua figura continua a stagliarsi sullo sfondo del Novecento non come un ricordo da custodire con nostalgia, ma come una di quelle rare presenze che sembrano appartenere a un’età irripetibile dell’arte. Un’età in cui il talento poteva ancora assumere i contorni della leggenda e in cui alcuni nomi, pronunciati a bassa voce, bastavano da soli a evocare un intero universo.
Michele Olivieri
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