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Biennale Danza 2026, al via il Festival di Wayne McGregor: tra memoria, identità e un tempo che non esiste

Venezia apre le porte alla ventesima edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale, diretto da Sir Wayne McGregor, che inaugura oggi, 17 luglio, un intenso percorso artistico dedicato al tema Time Does Not Exist. Un titolo evocativo che diventa manifesto curatoriale di un festival chiamato a interrogare il rapporto tra memoria, identità, esistenza e percezione del tempo attraverso le voci più innovative della scena coreografica internazionale.

Per McGregor il tempo non è una semplice successione di eventi, ma uno spazio mentale e sensibile in cui convivono passato, presente e futuro. Da questa riflessione prende forma un cartellone che riunisce artisti provenienti da culture e geografie differenti, accomunati dalla capacità di ridefinire il linguaggio della danza intrecciandolo con le proprie radici, le tradizioni ancestrali e le trasformazioni del mondo contemporaneo.

L’inaugurazione del festival è affidata a due prime italiane che rappresentano altrettante visioni della creazione coreografica contemporanea. Al Teatro alle Tese debutta Fampitaha, fampita, fampitàna della coreografa franco-malgascia Soa Ratsifandrihana, mentre al Teatro Malibran è protagonista il ritorno di Emanuel Gat con la nuova creazione Five Days in the Sun. Entrambi gli spettacoli saranno replicati il 19 luglio.

Tra le personalità più interessanti della nuova generazione europea, Soa Ratsifandrihana costruisce da anni una ricerca artistica che attraversa il tema della diaspora, dell’identità e della memoria coloniale. Danzatrice e coreografa cresciuta tra Madagascar, Belgio e Francia, sviluppa un linguaggio che fonde narrazione, musica, movimento e ricerca antropologica, restituendo voce a storie spesso dimenticate.

Fampitaha, fampita, fampitàna – termini malgasci che significano confronto, trasmissione e rivalità – prende ispirazione dalle antiche cerimonie coreutiche del Madagascar, trasformandole in una riflessione contemporanea sulla trasmissione della memoria corporea. In scena tre interpreti, Audrey Merilus, Stanley Ollivier ed Elsy Robert, insieme al musicista Joel Rabesolo, riportano alla luce una lingua dei gesti sepolta dalla storia coloniale. I corpi diventano archivio vivente, luogo in cui le identità frammentate possono finalmente riconoscersi e ricomporsi.

Secondo capitolo di un dittico iniziato con il documentario radiofonico Rouge Cratère, lo spettacolo amplia il dialogo tra le culture malgasce e caraibiche, facendo emergere il valore della pluralità come spazio di ricostruzione individuale e collettiva. Un lavoro che conferma il talento di Ratsifandrihana, già collaboratrice di artisti come Anne Teresa De Keersmaeker, Boris Charmatz, James Thierrée e Salia Sanou, oggi alla guida della compagnia Kintana.

La serata prosegue con uno dei nomi più autorevoli della coreografia internazionale. Emanuel Gat torna alla Biennale con Five Days in the Sun, nuova creazione costruita sulla Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, interpretata da un ensemble completamente rinnovato composto da dodici danzatori provenienti da diversi Paesi.

Lo spettacolo si sviluppa in cinque quadri, corrispondenti ai cinque movimenti della partitura mahleriana, delineando un viaggio emotivo che attraversa oscurità e luce, dolore e speranza, introspezione ed energia vitale. La raffinata scrittura coreografica di Gat, da sempre caratterizzata da un profondo dialogo con la struttura musicale, trova nella sinfonia di Mahler una materia ideale per esplorare temi universali come l’amore, la mortalità e la trasformazione.

Musicista di formazione oltre che coreografo, Emanuel Gat continua a interrogarsi sul significato stesso della creazione artistica nell’epoca dell’intelligenza artificiale. La coreografia, sostiene l’artista, rappresenta oggi uno degli ultimi spazi autenticamente analogici, in cui esseri umani condividono un’esperienza reale, irripetibile e profondamente collettiva.

Accanto agli spettacoli, la giornata inaugurale propone anche Life Lines, installazione filmica allestita nella Sala d’Armi E dell’Arsenale e visitabile per tutta la giornata, ampliando ulteriormente il dialogo tra danza, immagine e percezione del tempo.

Con Time Does Not Exist, Wayne McGregor firma un’edizione che si preannuncia tra le più ambiziose degli ultimi anni, affidando alla danza il compito di interrogare il presente attraverso corpi che custodiscono memoria, storia e futuro. Un festival che invita il pubblico non soltanto a osservare, ma a ripensare il proprio modo di abitare il tempo e di relazionarsi con l’esperienza umana.

Sara Zuccari

Foto di Harilay Rabenjamina 

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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