
C’è qualcosa di sorprendente nel modo in cui alcune tradizioni riescono a sopravvivere quasi intatte al passare del tempo, come se avessero trovato un equilibrio così perfetto da non aver bisogno di essere reinventate. È il caso dello stile Bournonville, che sembra sfidare le mode e le trasformazioni del balletto per restare fedele a una propria idea di movimento, di corpo e persino di spazio.
In un’epoca in cui il balletto romantico tendeva a trasformare la ballerina in una figura eterea, quasi sospesa in un mondo irreale, Bournonville compie una scelta che incuriosisce ancora oggi: non riduce il ruolo maschile a semplice sostegno, ma lo riporta al centro della scena.
È come se volesse raccontare una storia più equilibrata, dove il dialogo tra i corpi conta quanto la loro leggerezza. Il risultato non è solo una questione tecnica, ma un diverso modo di guardare alla danza, più dinamico e meno gerarchico. Questa visione si riflette anche nella qualità del movimento.
Il lavoro dei piedi, rapido e preciso, cattura l’attenzione quasi come un linguaggio segreto, fatto di piccoli dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto. Non è una velocità fine a se stessa, ma una sorta di energia compressa che si libera in continui cambi di direzione.
Ci si potrebbe chiedere da dove nasca questa particolare vivacità, e la risposta porta lontano dai grandi teatri: ai palcoscenici più piccoli della Danimarca, dove lo spazio limitato ha spinto a sviluppare il movimento verso l’alto piuttosto che in ampiezza.
È affascinante pensare che un vincolo fisico, come la dimensione ridotta di un palco, possa trasformarsi in una cifra stilistica. I salti diventano più verticali, quasi a voler sfidare la gravità in uno spazio che non permette lunghe traiettorie orizzontali. Allo stesso modo, i cambi di direzione rapidi e improvvisi sembrano rispondere a una necessità pratica, ma finiscono per definire un’estetica riconoscibile, piena di vitalità.
Un altro elemento che incuriosisce è l’importanza attribuita alla mezza punta. In un immaginario collettivo dominato dalla punta, simbolo per eccellenza del balletto classico, Bournonville sembra suggerire una diversa priorità. La mezza punta diventa un luogo di passaggio, ma anche di controllo e precisione, quasi più significativo della sospensione estrema della punta stessa. È qui che si costruisce la fluidità del movimento, il collegamento tra un passo e l’altro, tra il suolo e il salto.
Forse è proprio questa combinazione di scelte — alcune nate per necessità, altre per visione — a rendere lo stile Bournonville così resistente nel tempo.
Non è soltanto una tecnica da conservare, ma un modo di pensare la danza che continua a suscitare domande: quanto conta davvero lo spazio? Qual è il ruolo dell’equilibrio tra i danzatori? E, soprattutto, dove si nasconde la vera leggerezza: nell’altezza di un salto o nella rapidità di un passo?
Michele Olivieri
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