Tra i capolavori del Novecento coreografico, Suite en blanc di Serge Lifar occupa un posto singolare: un balletto senza trama, eppure densissimo di significati, che incarna con rara purezza l’estetica del neoclassicismo francese. Creato nel 1943 per il Balletto dell’Opéra di Parigi su musiche di Édouard Lalo, il lavoro nasce in un momento storico drammatico e sembra rispondere, con la sua limpida astrazione, al bisogno di ordine, armonia e misura. Non vi è racconto, non vi è azione: ciò che si dispiega sulla scena è la danza nella sua essenza più cristallina, una celebrazione della tecnica accademica elevata a linguaggio assoluto. La “storia” di Suite en blanc, se così si può chiamare, coincide dunque con la sua stessa genesi artistica: Lifar, allora maître de ballet dell’Opéra, intendeva riaffermare la centralità della scuola francese, depurando il balletto da ogni elemento narrativo per restituirlo alla sua architettura formale. Il titolo allude proprio a questa idea di purezza: il bianco è quello dei tutù, della luce, ma anche di una pagina astratta su cui la danza si scrive senza vincoli drammaturgici. In assenza di veri e propri personaggi, la coreografia è costruita come una successione di variazioni e quadri che mettono in risalto ...
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