Nel centenario dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura a Grazia Deledda, unica scrittrice italiana a ricevere il prestigioso riconoscimento, nel 1926, arriva in scena una nuova opera multidisciplinare firmata dal regista e coreografo italo-africano Mvula Sungani. Un progetto che intreccia danza, musica e parola per restituire al pubblico il ritratto di una donna capace di trasformare la cultura italiana con discrezione, determinazione e una straordinaria forza interiore.
L’appuntamento è per sabato 17 ottobre 2026 all’Auditorium della Conciliazione di Roma.
Protagonista dello spettacolo sarà l’étoile Emanuela Bianchini, che firma anche la struttura coreografica definitiva dell’opera, insieme al primo ballerino Damiano Grifoni e ai solisti della Mvula Sungani Physical Dance. La parola sarà affidata alla grande attrice sarda Lia Careddu.
La musica dal vivo vedrà protagoniste le voci di Flo e Serena Pisa, accompagnate da Ernesto Nobili alla chitarra, autore anche della direzione musicale, da Erasmo Petringa al violoncello e al basso, autore degli arrangiamenti per archi, dal polistrumentista Francesco Di Cristofaro al pianoforte, fisarmonica e flauti e da Marco Caligiuri alla batteria, percussioni ed elettronica, con la partecipazione dell’orchestra d’archi Europa InCanto.
L’opera nasce da un’idea di Mvula Sungani, concepita durante la pandemia in occasione del 150° anniversario della nascita della scrittrice nuorese. È un progetto profondamente personale, dedicato anche alla memoria della madre e della nonna dell’artista, entrambe sarde e originarie di Nuoro, figure che hanno alimentato una riflessione sulla forza silenziosa delle donne e sulla loro capacità di trasformare il dolore in dignità, libertà e futuro.
«Nel silenzio, dove la parola si dissolve, il suono si fa memoria e il gesto prende forma, nascono emozioni e visioni», racconta Sungani. «Questo spettacolo è nato anche per Vanna e Lucia, mia madre e mia nonna, due donne sarde che, come Olì e la stessa Deledda, hanno saputo resistere al proprio tempo, difendere la propria libertà e trasformare il dolore in forza».
Al centro della drammaturgia c’è Cenere, il romanzo di Deledda divenuto film nel 1916 con l’unica apparizione cinematografica di Eleonora Duse. La vicenda di Olì, madre segnata dal sacrificio e dall’ingiustizia sociale, diventa il cuore simbolico di una narrazione che affronta i temi della maternità, dell’amore, della rinuncia e della libertà.
Non una semplice trasposizione, dunque, ma un ponte tra passato e presente. Attraverso il corpo, la parola e la musica, la storia di Olì diventa una riflessione universale sulla condizione femminile e sul rapporto tra madri e figli.
Deledda appare così nella sua straordinaria modernità. Prima donna italiana insignita del Premio Nobel per la Letteratura, nel 1926, fu anche la prima donna candidata al Parlamento italiano nel 1909, in un’epoca nella quale il suffragio politico era ancora riservato agli uomini. Ottenne 34 voti, dei quali 31 contestati: un episodio che oggi assume un forte valore simbolico e testimonia il coraggio con cui la scrittrice seppe sfidare le convenzioni del proprio tempo.
La nuova creazione di Sungani racconta proprio questa rivoluzione femminile silenziosa e luminosa, affidandola ai corpi dei danzatori e alle parole tratte da Cenere. Deledda non viene presentata come un’icona distante, ma come una presenza viva, capace ancora oggi di interrogare il nostro presente.
Particolarmente significativa è la scelta di raccontare le storie delle madri attraverso lo sguardo dei figli maschi: cantautori, autori e poeti che, attraverso le loro parole, hanno indagato la propria fragilità e il modo di essere uomini accanto alle donne. Un universo maschile sensibile, capace di riconoscere nell’amore non soltanto desiderio e affermazione di sé, ma anche responsabilità, cura e comprensione del dolore dell’altro.
È ciò che accade ad Anania, il figlio di Olì, quando comprende che l’amore può significare anche sacrificio e riconoscimento della sofferenza altrui. La scena diventa allora luogo di consapevolezza e trasformazione: attraverso la musica, la poesia e la parola, l’arte contribuisce a costruire uno sguardo maschile più giusto, fragile e consapevole.
Nel linguaggio essenziale del corpo, nel silenzio carico di significato e nella suggestione del cinema muto, la scena diventa uno spazio sospeso in cui gesto, musica e parola si fondono. I danzatori della Mvula Sungani Physical Dance sono proiezioni viventi della memoria e traducono in movimento sentimenti, conflitti e fragilità dei personaggi.
La musica assume un ruolo centrale nella drammaturgia. Alcune tra le pagine più significative della canzone d’autore italiana, da Lucio Battisti a Vasco Rossi, da Luca Barbarossa a Roberto Vecchioni, da Fabrizio De André a Franco Battiato e Renato Zero, insieme ai canti della tradizione popolare, vengono reinterpretate attraverso arrangiamenti inediti che alternano sonorità acustiche ed elettroniche.
Le canzoni non sono dunque un semplice accompagnamento, ma diventano parte integrante del racconto: un patrimonio poetico capace di dialogare con l’universo di Grazia Deledda e con i temi universali della sua opera.
Danza, musica dal vivo e parola costruiscono così un viaggio nella memoria e nella contemporaneità, nel quale la figura di Deledda torna a parlare alle nuove generazioni. Una donna che seppe attraversare il proprio tempo senza clamore, ma lasciando una traccia profonda, e che oggi torna in scena come simbolo di libertà, resilienza ed emancipazione.
Grazia Deledda
17 ottobre 2026 – Auditorium della Conciliazione, Roma
Regia e idea: Mvula Sungani
Struttura coreografica definitiva: Emanuela Bianchini
Con Emanuela Bianchini, Damiano Grifoni, Lia Careddu e i solisti della Mvula Sungani Physical Dance
Musica dal vivo con Flo, Serena Pisa, Ernesto Nobili, Erasmo Petringa, Francesco Di Cristofaro, Marco Caligiuri e l’orchestra d’archi Europa InCanto.
Sara Zuccari
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