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Thamar (balletto): storia, personaggi, curiosità e trama

Nel panorama scintillante e rivoluzionario dei Ballets Russes di Sergej Diaghilev, poche creazioni hanno saputo incarnare il mito dell’Oriente decadente, sensuale e crudele con la stessa forza magnetica di Thamar. Questo dramma coreografico in un atto, andato in scena per la prima volta il 20 maggio 1912 al Théâtre du Châtelet di Parigi, rappresenta una delle vette più alte del sodalizio artistico tra il coreografo Michail Fokin e il pittore e costumista Léon Bakst. Ispirato all’omonimo e cupo poemetto romantico del grande scrittore russo Michail Lermontov — a sua volta radicato nelle leggende oscure sulle rovine della torre di Tamara lungo le gole del fiume Kura in Georgia —, il balletto nacque dal disperato desiderio di replicare il trionfo esotico e selvaggio ottenuto pochi anni prima da Schéhérazade. Per farlo, Diaghilev si affidò alle ipnotiche e orientaleggianti musiche sinfoniche di Milij Balakirev, un brano originariamente concepito come poema sinfonico che fu adattato per la scena per sostenere la tensione drammatica e il crescendo febbrile della rappresentazione. L’azione si svolge all’interno di una torre cupa e solitaria situata tra le aspre montagne della Georgia, un luogo dominato da un’atmosfera di perenne minaccia e mistero. La scena, concepita magistralmente da Léon Bakst, ...

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Giselle alla Scala, la precisione della tradizione [RECENSIONE]

Ci sono balletti che il tempo non consuma, ma ai quali il tempo chiede continuamente nuove ragioni per essere rappresentati. Giselle è uno di questi. La sua apparente semplicità — una giovane contadina, un amore ingannevole, un tradimento, la follia e infine la redenzione — nasconde una delle architetture più raffinate del repertorio romantico, dove tecnica accademica, pantomima e musicalità devono trovare un equilibrio preciso. Alla Scala, il ritorno della storica versione di Coralli-Perrot nella ripresa di Yvette Chauviré, con l’allestimento di Aleksandr Benois, riporta in scena proprio questa idea di equilibrio, affidandola al Corpo di Ballo diretto dal maestro Frédéric Olivieri. Nel primo atto la coreografia vive della contrapposizione fra la freschezza della festa contadina e la progressiva oscurità della vicenda. Nicoletta Manni affronta Giselle con una qualità interpretativa che privilegia la chiarezza del gesto e la musicalità, senza ricorrere a effetti superflui. La sua Giselle cresce gradualmente: dalla vivacità iniziale alla scena della follia, dove il controllo tecnico deve lasciare spazio alla fragilità del personaggio, fino alla trasformazione del secondo atto, nel quale il movimento diventa più rarefatto e sospeso. Al suo fianco Timofej Andrijashenko costruisce un Albrecht nobile nella linea e misurato nel fraseggio. Il ruolo richiede ...

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Carla Fracci e Giselle: l’identificazione perfetta

Esistono grandi ballerine che interpretano un ruolo e, più raramente, artiste che finiscono per incarnarlo fino a diventarne il riferimento storico. Carla Fracci appartiene senza alcun dubbio alla seconda categoria. Se la sua carriera è stata straordinariamente vasta – comprendendo i grandi titoli del repertorio classico, neoclassico e contemporaneo – è in Giselle che la ballerina milanese ha raggiunto una forma di identificazione artistica pressoché assoluta, tanto da essere universalmente riconosciuta come la Giselle del Novecento. Il balletto di Adolphe Adam, su libretto di Théophile Gautier, Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges e Jean Coralli, rappresenta probabilmente la più alta espressione del Romanticismo coreutico. La sua protagonista attraversa una trasformazione drammatica senza eguali: giovane contadina ingenua e innamorata nel primo atto, spirito ultraterreno e incarnazione del perdono nel secondo. È un percorso che richiede non soltanto una tecnica impeccabile, ma anche una profondissima maturità interpretativa. Carla Fracci seppe fondere entrambe le dimensioni con una naturalezza che pochi artisti hanno mai raggiunto. Diplomatasi alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala nel 1954, Carla Fracci si impose rapidamente come una delle maggiori promesse della danza italiana. Fu proprio il repertorio romantico a rivelare pienamente la sua personalità artistica. Negli anni Sessanta la sua ...

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Divi senza voce: il trionfo dei pantomimi nell’antica Roma

Nel mondo antico, ben prima che il balletto classico codificasse i suoi passi e le sue gerarchie, esisteva una figura artistica capace di affascinare folle immense e di sedurre le élite più raffinate: il danzatore pantomimo. Non si trattava semplicemente di un interprete del movimento, ma di un vero e proprio narratore del corpo, un artista totale che, attraverso gesti, espressioni e posture, riusciva a dar vita a storie complesse senza pronunciare una sola parola. In un’epoca in cui il teatro e la danza si intrecciavano profondamente con la vita sociale e politica, il pantomimo occupava un ruolo sorprendentemente centrale, tanto da essere accolto nelle corti imperiali e venerato dal pubblico con un’intensità che oggi riserviamo alle più grandi star della danza. La pantomima, sviluppatasi soprattutto nell’antica Roma a partire dall’età augustea, era una forma spettacolare raffinata e altamente codificata. Il danzatore si esibiva spesso da solo, accompagnato da musicisti e da un coro che narrava la vicenda, mentre lui, con il volto coperto da una maschera e il corpo allenato all’estremo, interpretava tutti i personaggi della storia. Era un’arte di trasformazione continua: in pochi istanti, il performer poteva diventare eroe, amante, divinità o vittima, grazie a una tecnica gestuale ...

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