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Giselle alla Scala, la precisione della tradizione [RECENSIONE]

Ci sono balletti che il tempo non consuma, ma ai quali il tempo chiede continuamente nuove ragioni per essere rappresentati. Giselle è uno di questi. La sua apparente semplicità — una giovane contadina, un amore ingannevole, un tradimento, la follia e infine la redenzione — nasconde una delle architetture più raffinate del repertorio romantico, dove tecnica accademica, pantomima e musicalità devono trovare un equilibrio preciso.

Alla Scala, il ritorno della storica versione di Coralli-Perrot nella ripresa di Yvette Chauviré, con l’allestimento di Aleksandr Benois, riporta in scena proprio questa idea di equilibrio, affidandola al Corpo di Ballo diretto dal maestro Frédéric Olivieri.

Nel primo atto la coreografia vive della contrapposizione fra la freschezza della festa contadina e la progressiva oscurità della vicenda. Nicoletta Manni affronta Giselle con una qualità interpretativa che privilegia la chiarezza del gesto e la musicalità, senza ricorrere a effetti superflui. La sua Giselle cresce gradualmente: dalla vivacità iniziale alla scena della follia, dove il controllo tecnico deve lasciare spazio alla fragilità del personaggio, fino alla trasformazione del secondo atto, nel quale il movimento diventa più rarefatto e sospeso.

Al suo fianco Timofej Andrijashenko costruisce un Albrecht nobile nella linea e misurato nel fraseggio. Il ruolo richiede non soltanto salti e batterie di buona precisione, ma soprattutto una progressione interpretativa credibile: l’incoscienza del primo atto lascia il posto, nel secondo, a un uomo consapevole della propria colpa. La sua danza mantiene una solida impostazione accademica e trova nel rapporto con Manni il necessario equilibrio fra virtuosismo e partecipazione scenica.

Gabriele Corrado, nel Duca di Courland, contribuisce con una presenza aristocratica e composta, mentre Francesca Podini dà alla Principessa Bathilde una qualità elegante e controllata, affidando alla pantomima e alla postura la definizione del personaggio. Azzurra Esposto, nei panni della madre di Giselle, interpreta con naturalezza una figura essenziale per radicare la vicenda nella dimensione quotidiana del villaggio. Marco Agostino offre a Hilarion una fisicità concreta e una buona incisività teatrale: il suo personaggio acquista rilievo proprio attraverso la precisione del gesto e della pantomima. Christian Fagetti è un Wilfried misurato, funzionale alla costruzione dell’ambiente aristocratico, mentre Massimo Garon dà al Gran Cacciatore l’autorevolezza necessaria senza eccedere nella caratterizzazione.

Particolarmente riuscito è il lavoro nei momenti corali. Camilla Cerulli e Mattia Semperboni affrontano il passo a due dei contadini con attenzione alla coordinazione e alla pulizia delle linee, mantenendo il virtuosismo all’interno della dimensione festosa del primo atto. Gaia Andreanò, Sabrina Solcia, Marta Gerani, Linda Giubelli, Alessia Auriemma e Giordana Granata, nelle sei amiche di Giselle, contribuiscono a creare quella compattezza dell’insieme che in Giselle è tutt’altro che secondaria: la precisione delle braccia, delle diagonali e degli spostamenti deve infatti restituire l’immagine di una comunità ancora ignara della tragedia che sta per compiersi. Il passaggio al secondo atto cambia radicalmente la grammatica dello spettacolo. Le Willi non sono semplicemente un corpo di ballo vestito di bianco, ma una struttura coreografica nella quale uniformità, sospensione e disciplina diventano elementi drammaturgici. Maria Celeste Losa affronta Myrtha con una presenza autorevole e una qualità di movimento netta, verticale, rigorosa. La Regina delle Willi deve governare lo spazio prima ancora che il gruppo e Losa costruisce il ruolo attraverso il controllo e la precisione. Vittoria Valerio e Caterina Bianchi, nelle due Willi, partecipano con ordine e omogeneità al disegno del secondo atto, contribuendo a quella particolare sensazione di movimento collettivo che rende il mondo delle Willi tanto affascinante quanto minaccioso.

Il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala trova nel secondo atto uno dei suoi momenti più impegnativi: qui la sincronizzazione non è un semplice requisito tecnico, ma diventa linguaggio. La qualità delle pose, la continuità delle braccia, la gestione dello spazio e la capacità di mantenere la leggerezza senza perdere la precisione sono gli elementi sui quali si misura la tenuta di una compagnia in questo repertorio. La tradizione Chauviré viene così restituita senza irrigidimenti, conservando quella purezza accademica che costituisce una delle ragioni della longevità di questa Giselle.

Sul podio Mikhail Agrest accompagna la serata con una lettura attenta alle esigenze della danza. La partitura di Adolphe Adam richiede infatti un rapporto particolarmente stretto fra orchestra e palcoscenico: tempi, dinamiche e fraseggio devono sostenere il movimento senza diventare un semplice supporto metrico. Agrest costruisce un accompagnamento equilibrato, capace di seguire le esigenze dei danzatori e, allo stesso tempo, di restituire alla musica quella dimensione lirica che nel secondo atto diventa parte integrante dell’atmosfera.

Alla Scala Giselle torna dunque a ricordare che il repertorio classico non vive soltanto della conservazione dei passi, ma della capacità di comprenderne la grammatica.

La lezione di Yvette Chauviré passa proprio attraverso questa misura: tecnica nitida ma mai esibita, gesto leggibile, musicalità, pantomima e una particolare attenzione alla qualità delle linee.

È una tradizione che non ha bisogno di essere reinventata per continuare a parlare al pubblico; ha bisogno, piuttosto, di interpreti capaci di attraversarla con consapevolezza, come quelli ammirati nella serata di giovedì 1° ottobre 2026. E in questo equilibrio fra memoria e presente risiede ancora la forza di Giselle.

Michele Olivieri

Foto di Brescia-Amisano, Teatro alla Scala

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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