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Festival Nutida 2026 – Mateo Mirdita – “DaDaLove”: Il mantra dell’amore [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Tra le voci più interessanti della nuova scena coreografica europea che animano la settima edizione del Festival Nutida si distingue il nome di Mateo Mirdita, giovane autore proveniente dal Ballet Staatstheater Augsburg, la cui ricerca coreografica, attraverso un approccio fisico ed esplosivo, indaga con intelligenza critica le contraddizioni del nostro tempo, mescolando rigore accademico e un lucida, irriverente, originalità. Nel contesto del Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo, che fa della ricerca e del sostegno ai talenti emergenti il proprio fulcro, il 1 luglio 2026, Mirdita porterà in scena DaDa Love, un lavoro che invita alla riflessione e alla scoperta.  DaDa Love è un duetto tra due donne che si immerge nell’universo radicale e provocatorio del dadaismo, per interrogare l’amore, il corpo e il linguaggio. Le performer attraversano lo spazio come creature in esplorazione, cigni inquieti e luminosi, che avanzano con curiosità e delicatezza, mappando il palco centimetro per centimetro. Si osservano, si sfiorano, si perdono e si ritrovano, in un rituale fatto di gesti minimi, pudore, attrazione e stupore. Come in una segreta danza di corteggiamento, il movimento si fa via via più intimo, ironico, poetico, e splendidamente privo di logica. Il linguaggio si restringe a un unico suono, “da-da-da-da”, un mantra assurdo e liberatorio che, come nel dadaismo, dissolve il significato per lasciare spazio a un nuovo, possibile alfabeto del sentire. Nel cuore di questo caos ordinato, le due figure costruiscono infine un loro luogo: un nido d’amore fragile e surreale, intessuto al centro del palco, dove il tumulto si placa. È qui che nasce l’ultima danza, più lirica, tenera, quasi estatica , una danza che si apre sulle note incandescenti della Csárdás di Vittorio Monti, che accende il gesto di una passione al tempo stesso antica e imprevista. In un mondo che pretende continuamente un senso, DaDa Love celebra l’inutilità dell’amore, e lo fa, si spera, con la dolce libertà di chi non deve spiegarsi. In questa intervista esclusiva l’artista ci guida alla scoperta del suo processo creativo, esplorando il legame profondo tra la sua cifra stilistica e il fermento culturale del Festival di Scandicci.

All’interno del Festival Nutida, Lei presenterà il Suo lavoro “DaDa Love”, che trae ispirazione dal dadaismo. In che modo questa corrente artistica, storicamente rivoluzionaria e provocatoria, informa il Suo linguaggio corporeo contemporaneo?

Il Dadaismo è un linguaggio che mi ha affascinato fin dai miei studi artistici e che, a mio avviso, oggi è più attuale che mai. Per anni ho realizzato collage ispirati al dadaismo, e a un certo punto ho sentito la necessità di trovare un modo per tradurre quella stessa visione anche attraverso la danza. In DaDaLove il dadaismo si manifesta innanzitutto nella scelta della tematica: l’amore, un argomento universale e spesso raccontato in modo romantico o idealizzato. A me interessa invece osservarlo da una prospettiva provocatoria, inaspettata, a tratti assurda. Questo approccio attraversa i costumi, la drammaturgia e soprattutto la costruzione coreografica. Mi piace pensare la coreografia proprio come un collage: accumulare immagini, gesti, riferimenti, contrasti e livelli di lettura, “più ce n’è meglio è”, fino a raggiungere però un equilibrio visivo e musicale. Il risultato è una composizione densissima di informazioni, quasi destabilizzante per chi cerca di osservare il lavoro tenendo a mente soltanto il tema dell’amore. Anche la scelta del movimento segue questa logica. Spesso i passaggi sono volutamente non-sense: si può passare da un momento lirico e drammatico al

gesto di leccarsi un polpastrello e passarselo sul sopracciglio; da una frase di movimento fortemente contemporanea a un semplice tendu; da grandi unisoni coreografici al mimo di un salto con la corda. Mi interessa creare cortocircuiti percettivi e accostamenti apparentemente incongrui che generino nuovi significati. In fondo, il principio è lo stesso che animava i dadaisti: prendere elementi già esistenti e attribuire loro un nuovo senso, una nuova forma o addirittura una nuova funzione.

“DaDa Love” mette in relazione i temi dell’amore e del linguaggio. Come ha cercato di tradurre questi concetti astratti in un’esperienza fisica e performativa?

DaDaLove parla d’amore, ma soprattutto di seduzione e corteggiamento. Per tradurre questi concetti in scena mi sono ispirato al mondo animale, in particolare ai rituali di corteggiamento dei maschi di alcune specie di uccelli. Credo che la seduzione sia già di per sé una performance: è un linguaggio fatto di sguardi, attese, avvicinamenti e allontanamenti. Per questo è stato molto naturale trasformarla in danza. Le due danzatrici si osservano, si sfiorano, si evitano e si rincorrono continuamente, come due creature impegnate in un rituale di seduzione alla ricerca del loro nido d’amore. In questo senso, l’amore diventa un linguaggio fisico, fatto di

segnali, tentativi di comunicazione e strategie per attrarre l’altro. Amo guardare documentari sugli animali e sono sempre stato affascinato dal fatto che molte specie preparino vere e proprie performance per conquistare il partner, utilizzando anche risorse naturali straordinarie come piumaggi appariscenti e seducenti, e da qui nasce l’ispirazione per i seducenti costumi.

In che modo la Sua esperienza al Ballet Staatstheater Augsburg ha influenzato la Sua ricerca coreografica?

I miei tre anni allo Staatstheater Augsburg sono stati fondamentali per la mia ricerca coreografica. Ho avuto la fortuna di lavorare in un ambiente che sostiene i giovani coreografi, offrendo non solo spazio e fiducia, ma anche una grande libertà creativa. Proprio parlando recentemente con il direttore Ricardo Fernando, riflettevamo su come il Ballet Augsburg sia diventato una sorta di “atelier” della giovane coreografia. Siamo tanti giovani coreografi all’interno del teatro e abbiamo un supporto straordinario da parte della direzione: le chiavi della struttura per poter lavorare quando vogliamo e, soprattutto, tanti colleghi, amici e ballerini eccezionali che in questo caso a me, hanno dedicato ore di ricerca in studio per raffinare la mia ricerca coreografica. In particolare, vorrei ringraziare le mie due muse, Asja e Martina, che hanno condiviso con me una parte importante di questo percorso creativo ad Augsburg. È stato proprio ad Augsburg che ho creato il mio primo lavoro completo con scenografia, DaDaFam, un progetto che ha rappresentato una tappa importante nel mio percorso come coreografo.

Come descriverebbe la sua “firma” stilistica nel panorama della danza contemporanea attuale?

La mia firma stilistica è ancora in evoluzione e sicuramente in continua ricerca. Ho capito che c’è bisogno di averne una, e che deve essere innovativa, diversa e personale. Questo è il mio grande traguardo: essere riconoscibile. Mi interessa costruire coreografie che funzionino come collage, dove elementi della danza contemporanea convivono con riferimenti al teatro fisico, al mimo, alla cultura pop, all’arte visiva e persino a gesti quotidiani. Sono attratto dal contrasto e dall’imprevisto: mi piace creare situazioni in cui il pubblico non possa mai sentirsi completamente al sicuro nelle proprie aspettative. Un momento può essere profondamente lirico e quello successivo ironico, assurdo o provocatorio. Cerco sempre un equilibrio tra leggerezza e profondità, tra virtuosismo e semplicità, tra composizione rigorosa e libertà immaginativa. Se dovessi sintetizzare il mio linguaggio in poche parole, direi che è una danza che cerca di sorprendere, divertire e allo stesso tempo invitare alla riflessione. Mi interessa creare opere stratificate, nelle quali ogni spettatore possa trovare una propria chiave di lettura, senza che esista un unico significato corretto. In questo senso, forse, il mio approccio è ancora molto vicino allo spirito dadaista che continua a ispirarmi.

Nutida propone spettacoli pensati o riadattati per il Giardino del Pomario. Come si integra la struttura di “DaDa Love” con la suggestiva cornice del Castello dell’Acciaiolo?

Credo che DaDaLove si integri perfettamente con la cornice del Castello dell’Acciaiolo. Come dicevo prima, DaDaLove parla d’amore, ma soprattutto di corteggiamento e seduzione nel mondo animale, in particolare nel mondo degli uccelli. Per questo invito il pubblico a immaginare, nello splendido scenario del castello e del suo giardino, due magnifici “uccelli segretari” che si corteggiano attraverso danze e rituali, indossando i loro piumaggi appariscenti seducenti e provocatori. Non ci sarebbe luogo migliore della natura per osservare questo incontro.

Il Festival si propone come un luogo di libertà creativa e di sperimentazione. Come si inserisce il Suo linguaggio coreografico in questo contesto?

Il mio linguaggio coreografico, o almeno la mia idea di esso, si  basa proprio  su  innovazione,  sperimentazione  e  creatività.  Per  questo  credo che DaDaLove si inserisca perfettamente nel contesto di Nutida: è un lavoro nato dalla curiosità, dalla libertà di sperimentare e dal desiderio di cercare punti di vista inaspettati.

Dal punto di vista creativo, quale aspetto considera più stimolante per un coreografo della Sua generazione?

Credo che la mia generazione di coreografi sia sempre più attratta da danzatori estremamente particolari e personali. Vedo molte coreografie costruite quasi esclusivamente sul corpo specifico dell’interprete, e questo è sicuramente affascinante perché spesso si tratta di artisti fenomenali. A volte però, quando finisco di vedere un lavoro di un giovane coreografo, mi pongo una domanda, vorrei vedere questa stessa coreografia danzata da un altro cast? Non sempre riesco a capire se ciò che mi è rimasto impresso sia la coreografia o l’eccezionalità dei danzatori. Allo stesso tempo, credo che siamo una generazione che vuole essere sentita. Siamo cresciuti con i social, con Pinterest e con un accesso continuo a immagini, idee e riferimenti. Non pensiamo più soltanto a creare dei passi, ma vogliamo essere artisti poliedrici. Vedo molti giovani coreografi interessarsi anche ai costumi, alla scenografia, al design, alla comunicazione del proprio lavoro. Forse perché abbiamo così tante informazioni a disposizione che cerchiamo continuamente di trovare una strada personale e di non cadere nel plagio. Mi colpisce anche vedere come i giovanissimi inizino già a costruire collaborazioni con compositori, designer, fotografi o altri artisti emergenti. Credo che uno degli aspetti più stimolanti per la mia generazione sia proprio questo: lavorare con danzatori sempre più straordinari e, allo stesso tempo, costruire fin dall’inizio un vero team creativo attorno ai propri progetti.

Secondo Lei, qual è la sfida principale per un giovane autore che oggi decide di mettersi in gioco nel panorama della danza internazionale?

Credo che la sfida più grande oggi sia riuscire a essere riconoscibili. Viviamo in un momento in cui abbiamo accesso a tutto: vediamo continuamente nuovi lavori, nuove tendenze e nuovi artisti. Questo è molto stimolante, ma può anche portare a somigliarsi tutti un po’. Per me la vera sfida è trovare una voce personale, avere il coraggio di portarla avanti e continuare a credere nella propria ricerca anche quando richiede tempo. Alla fine penso che ciò che resta davvero impresso non sia la perfezione, ma l’identità di un artista.É assolutamente giusto sentirsi parte di una corrente artistica o lasciarsi ispirare da grandi voci della danza. Anch’io ho i miei riferimenti e i miei artisti preferiti. Però per citare un detto popolare, penso sia importante ricordare che il mondo è bello perché è vario. Spero che non si cada nella trappola di rendere oggettivo il gusto nella danza, perché altrimenti rischieremmo tutti di copiare lo stesso genio e di assistere nuovamente al fenomeno “Picasso”.

Nutida punta molto sullo scambio attivo tra pubblico, artisti e territorio. Quanto è importante per lei, come autore, il feedback diretto dello spettatore dopo una performance?

Credo che il feedback del pubblico sia molto importante. Per me la danza non è qualcosa di chiuso o autoreferenziale, ma prende davvero vita quando viene osservata. Mi interessa molto sentire le reazioni dopo una performance, perché spesso mi aiutano a capire cosa arriva davvero e cosa invece resta più ambiguo o distante. Non cerco necessariamente un giudizio, ma una percezione sincera, anche diversa dalla mia intenzione iniziale. Una volta mi è anche capitato di cambiare la drammaturgia di un lavoro grazie a un feedback molto interessante arrivato proprio da qualcuno del pubblico. Penso che questo tipo di confronto sia fondamentale per crescere come autore e per mantenere il lavoro sempre vivo e in evoluzione.

In prospettiva futura, su quali temi o nuove direzioni sente di voler concentrare la sua ricerca artistica nei prossimi mesi?

I prossimi mesi saranno per me molto intensi. Sto lavorando a diverse creazioni e due in particolare nascono da un periodo di ricerca molto lungo e profondo. La prima sarà una serata intera in due atti, un vero e proprio elogio all’arte: una sorta di museo che si muove, attraversato da molteplici tematiche rilette attraverso una lente surrealista. Al centro ci sarà la figura dell’artista e il suo tormento creativo. Il secondo progetto sarà sviluppato in collaborazione con il Centro Coreográfico Canal di Madrid e si intitola “Berlino”. Sarà un lavoro dedicato alla mia generazione, un ritratto emotivo di una generazione sospesa. elegante nella sua rovina e luminosa nella sua fragilità. Affronterà anche tematiche molto forti come quella delle dipendenze. Il mio interesse non è quello di raccontare una storia o costruire una narrazione morale. Il lavoro nasce dal desiderio di esplorare le emozioni, attraversarle e lasciarle emergere, a volte in modo giocoso, a volte ironico, a volte brutalmente drammatico. Paura, tentazione, libertà, eccitazione, disorientamento: stati che la generazione post-millennial riconosce come familiari in contesti di esposizione, eccesso e apparente libertà di scelta.

Lorena Coppola

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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