
C’è un filo sottile e indissolubile che lega la grande letteratura russa, il romanticismo più cupo e la tecnica accademica della danza classica, un intreccio che trova la sua massima espressione in uno dei capolavori più affascinanti e meno frequentati dai cartelloni occidentali del Novecento: La fontana di Bakhchisaraj.
Questo balletto drammatico in quattro atti, con un prologo e un epilogo, rappresenta una delle vette più alte del cosiddetto drambalet, il balletto-dramma di epoca sovietica in cui la recitazione, la psicologia dei personaggi e la narrazione teatrale intensa si fondono indissolubilmente con la coreografia.
La genesi di quest’opera affonda le radici nella Crimea ottocentesca, passando attraverso la penna immortale di Aleksandr Puškin, che durante il suo esilio in quelle terre rimase letteralmente ipnotizzato dal mistero e dalla malinconia della celebre Fontana delle lacrime all’interno del Palazzo dei Khan.
Nel 1823, Puškin tradusse quell’emozione in versi nel suo omonimo poemetto romantico, un’opera intrisa di esotismo, gelosia, conflitti culturali e passioni travolgenti che, più di un secolo dopo, avrebbe trovato la sua traduzione ideale nel linguaggio del corpo e della musica. Fu il compositore Boris Asaf’ev, insieme al librettista Nikolaj Volkov e al coreografo Rostislav Zacharov, a raccogliere la sfida, debuttando al Teatro Kirov di Leningrado nel settembre del 1934 con un allestimento destinato a fare la storia.
La narrazione si apre in un’atmosfera sospesa e dolorosa, un prologo e un epilogo incorniciano il dramma attraverso la memoria del Khan tartaro Girej. Seduto in silenzio accanto alla celeberrima fontana, fatta costruire in eterna e tormentata memoria della principessa polacca Maria, il sovrano rievoca gli eventi che hanno cambiato per sempre il corso della sua esistenza. La storia prende realmente vita nel primo atto, ambientato nei territori della Polonia, all’interno del sontuoso castello del principe Adam Potocki. Qui si festeggia il compleanno della giovane Maria, una fanciulla radiosa e amata, il cui cuore appartiene al nobile Vaslav. La festa scorre lieta tra danze tradizionali polacche, come la vivace mazurca e il fiero krakowiak, che riempiono la scena di colore e giovinezza. Tuttavia, la quiete viene spezzata all’improvviso: le truppe tartare guidate dal feroce Khan Girej assaltano il castello in una pioggia di fuoco e terrore. Nel caos della battaglia, il giovane Vaslav viene brutalmente ucciso dallo stesso Khan. Quando Girej si trova faccia a faccia con Maria e le strappa il velo di dosso, la violenza cieca della guerra si dissolve all’istante, lasciando spazio a una folgorazione improvvisa. Il condottiero resta immobile, pietrificato da una bellezza che non appartiene a nessun mondo che egli conosca, incapace di compiere alcun atto di violenza contro di lei e deciso a portarla con sé come prezioso bottino d’amore.
Il baricentro emotivo e spaziale dell’opera si sposta quindi nel secondo atto all’interno dell’harem di Bakhchisaraj, un universo dorato ma soffocante. Le concubine e le mogli del Khan celebrano il ritorno vittorioso dei guerrieri con danze orientali sinuose e ipnotiche. Tra di esse spicca Zarema, la favorita di Girej, una donna fiera, passionale e profondamente innamorata del suo signore. Ma l’atmosfera di festa si incrina presto: Girej appare distante, freddo, totalmente indifferente alle attenzioni di Zarema e delle altre donne. La sua mente e la sua anima sono interamente catturate da Maria, la prigioniera polacca appena condotta nel palazzo. Nel terzo atto, il dramma psicologico si fa serrato. Maria langue all’interno delle sue stanze, consumata da una profonda nostalgia per la patria perduta e dal lutto inconsolabile per la morte di Vaslav. Girej entra nel suo rifugio privato e, spogliato di ogni armatura e della sua proverbiale ferocia, si umilia ai piedi della fanciulla, dichiarandole il suo amore con la disperazione di chi non sa come farsi perdonare il sangue versato. Maria, tuttavia, prova solo terrore e repulsione per l’uomo che le ha distrutto la vita. La tensione tocca il culmine nel cuore della notte, quando Zarema, mossa da una gelosia divorante, si introduce di frode nella stanza della rivale. Zarema supplica prima Maria di restituirle il cuore del Khan, ma alla vista accidentale del copricapo di Girej sul pavimento, la furia e la disperazione prendono il sopravvento: accecata dalla passione e dal tradimento, Zarema estrae un pugnale e accoltella a morte Maria, un attimo prima che il Khan stesso accorra, troppo tardi per evitare la tragedia. L’epilogo restituisce infine lo spettatore alla realtà della fontana, con Girej, ormai distrutto nell’anima e incapace di trovare pace, che ordina la condanna a morte di Zarema, gettandola da un’alta rupe, mentre egli rimane per sempre prigioniero del proprio rimorso.
Sul piano della messinscena e dello stile, La fontana di Bakhchisaraj rappresenta un unicum di straordinario interesse storico-artistico. La coreografia di Rostislav Zacharov rifiutò il virtuosismo fine a se stesso tipico del balletto imperiale ottocentesco, preferendo una recitazione mimica intensissima, derivata in parte dal sistema Stanislavskij applicato alla danza, dove ogni gesto, sguardo o esitazione scenica possiede una densità psicologica formidabile. Le differenze culturali tra il mondo polacco, cristiano e aristocratico, e il mondo tartaro, orientale e guerriero, vengono tradotte magistralmente sul piano coreografico attraverso un contrasto stilistico rigoroso.
Il primo atto respira la grazia e la geometria delle danze europee, mentre i quadri successivi si aprono alle suggestioni dell’Oriente, con movimenti fluidi, braccia sinuose e ritmi marcati che anticipano la modernità del balletto narrativo sovietico. Non stupisce che artiste leggendarie come Galina Ulanova (nella foto), che creò il ruolo di Maria imprimendovi una fragilità eterea e commovente, e Maya Plisetskaja, che infiammò i palcoscenici nel ruolo della fiera e gelosa Zarema, abbiano considerato questo balletto come uno dei banchi di prova più esigenti e gratificanti della loro intera carriera.
Intorno a questa produzione aleggiano inoltre curiosità affascinanti che ne accrescono il mito. La musica di Boris Asaf’ev non si limita a fare da accompagnamento ritmico, ma utilizza una tecnica di leitmotiv che associa temi musicali precisi ai sentimenti dei protagonisti, anticipando le colonne sonore cinematografiche moderne. Inoltre, la fedeltà filologica al testo di Puškin fu tale che persino le scenografie e i costumi della prima assoluta furono studiati minuziosamente sui reperti storici del vero Palazzo di Bachcisarai in Crimea, regalando al pubblico lodevoli tocchi di verismo storico. Nonostante oggi questo balletto venga rappresentato raramente al di fuori dei confini russi, specialmente nei repertori del Teatro Bolshoi o del Mariinskij, esso rimane un monumento imperdibile della drammaturgia coreutica.
La fontana di Bakhchisaraj ci ricorda come la danza possa farsi veicolo di poesia pura, esplorando i recessi più oscuri dell’animo umano — l’amore non corrisposto, la gelosia cieca, il rimorso e il potere inesorabile del tempo — attraverso la grazia eterna di un corpo che racconta ciò che le parole non possono dire.
Michele Olivieri
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