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Romaeuropa Festival al Teatro Costanzi: tre maestri della coreografia europea in un unico trittico d’autore

Jan Martens, Anne Teresa De Keersmaeker e Christos Papadopoulos protagonisti della prima nazionale al Romaeuropa Festival. Il 10 e 11 novembre, al Teatro dell’Opera di Roma, tre visioni della danza contemporanea si incontrano sulle musiche di Montague, Beethoven e Bach.

Tre generazioni della coreografia contemporanea europea, tre differenti poetiche del movimento e un unico grande dialogo tra corpo e musica. Il Romaeuropa Festival, nella sua quarantunesima edizione, si avvia alla conclusione con uno degli appuntamenti più significativi della sua programmazione internazionale: il 10 e 11 novembre, al Teatro Costanzi, arriva Opera Ballet Vlaanderen, prestigiosa compagnia fiamminga, protagonista di un trittico coreografico in prima nazionale realizzato in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma.

Una serata che riunisce tre autori di primo piano della scena coreografica internazionale: Jan Martens, Anne Teresa De Keersmaeker e Christos Papadopoulos. Tre artisti appartenenti a differenti generazioni e accomunati da una ricerca profonda sulle possibilità espressive del corpo, sulla relazione tra movimento e ritmo e sulla capacità della danza di tradurre in linguaggio visivo le architetture della musica.

Presentato con il sostegno di Dance Reflections by Van Cleef & Arpels e Flanders State of the Arts, il programma attraversa quasi quattro secoli di storia musicale, dal Novecento di Stephen Montague all’Ottocento di Ludwig van Beethoven, fino alle strutture contrappuntistiche del Barocco di Johann Sebastian Bach. Un percorso che mette in relazione tradizione e sperimentazione, virtuosismo fisico e ricerca compositiva, restituendo al pubblico tre differenti modi di abitare e interpretare la scena.

Ad aprire la serata è On Speed, creazione di Jan Martens, coreografo belga che ha costruito negli ultimi anni un percorso internazionale riconoscibile per la sua indagine sulla resistenza fisica, sulla ripetizione e sui limiti del corpo. Rimodellata per Opera Ballet Vlaanderen a partire da una creazione del 2021, l’opera si sviluppa sulle note di Phrygian Tucket (1994) di Stephen Montague, nell’esecuzione della clavicembalista polacca Elisabeth Chojnacka. La coreografia si configura come una vera e propria sfida tra interprete e partitura: il movimento accelera, si moltiplica e si ripete, sottoponendo il corpo a una progressiva prova di precisione, energia e controllo. La ripetizione diventa così uno strumento drammaturgico, un dispositivo capace di generare tensione e condurre il gesto verso una dimensione quasi estrema.

Il secondo appuntamento conduce nel mondo coreografico di Anne Teresa De Keersmaeker, tra le personalità più autorevoli e influenti della danza contemporanea europea. Con Grosse Fuge / Beethoven, creazione del 1992 successivamente entrata nel repertorio della compagnia fiamminga, la coreografa belga affronta una delle composizioni più complesse e monumentali del musicista tedesco: la Grande Fuga in Si bemolle maggiore op. 133. Otto danzatori diventano interpreti di una partitura coreografica costruita attraverso linee, traiettorie, geometrie e relazioni spaziali. Il contrappunto musicale si traduce in una scrittura del corpo rigorosa e vibrante, nella quale il movimento individuale si confronta continuamente con quello collettivo. Ne emerge una composizione di straordinaria intensità, in cui la precisione formale non limita l’espressività, ma diventa il principio generatore di una potente esperienza visiva.

A completare il trittico è Opus di Christos Papadopoulos, presentato in una nuova versione per dodici danzatori di Opera Ballet Vlaanderen. Il coreografo greco, tra le voci più interessanti della nuova generazione europea, costruisce il proprio universo creativo attraverso un’indagine minuziosa sulle dinamiche del movimento e sulle relazioni tra ritmo, percezione e spazio. Ispirato a Die Kunst der Fuge di Johann Sebastian Bach, con una rielaborazione musicale di Kornilios Selamsis, il lavoro esplora il rapporto tra corpo e struttura musicale attraverso una ricerca di precisione quasi microscopica. Minime oscillazioni, variazioni impercettibili e gesti ripetuti diventano gli elementi di una composizione collettiva in continua trasformazione. I danzatori sembrano funzionare come un unico organismo musicale, nel quale ogni movimento contribuisce alla costruzione di una partitura visiva. La danza si fa così strumento di ascolto, invitando lo spettatore a cogliere ciò che spesso rimane nascosto nelle pieghe della composizione sonora.

Tre lavori, tre differenti modalità di intendere la coreografia e un elemento comune: la musica non è semplice accompagnamento, ma struttura portante del pensiero coreografico. In questo trittico il corpo non illustra la partitura, ma la attraversa, la interpreta e la trasforma, diventando esso stesso materia compositiva.

Opera Ballet Vlaanderen rappresenta oggi una delle realtà più significative del panorama europeo. Nata nel 2014 dall’incontro tra Opera Vlaanderen e Ballet Vlaanderen, istituzione fondata nel 1969 ad Anversa dalla coreografa Jeanne Brabants, la compagnia sviluppa un progetto artistico che mette in dialogo opera, balletto e danza contemporanea. Sotto la direzione artistica generale di Jan Vandenhouwe, promuove una visione aperta e multidisciplinare, fondata sulla trasmissione del patrimonio coreografico fiammingo e sul confronto con i linguaggi della creazione internazionale. Particolarmente significativa è la sua organizzazione collettiva, che valorizza la collaborazione tra i danzatori e una concezione della compagnia come spazio di ricerca condivisa.

L’appuntamento al Teatro Costanzi assume dunque un valore particolare nel panorama della stagione romana: non soltanto la presenza di una delle più importanti compagnie europee, ma soprattutto l’occasione di osservare tre differenti generazioni di coreografi confrontarsi con alcuni dei grandi capolavori della storia musicale. Dalla tensione fisica di Martens alla geometria musicale di De Keersmaeker, fino alla ricerca percettiva di Papadopoulos, la serata restituisce un’immagine articolata e vitale della coreografia europea contemporanea.

Il 10 e 11 novembre il Teatro Costanzi diventa così il luogo di un incontro tra epoche, linguaggi e visioni, dove la danza ritrova nella musica non soltanto la propria origine, ma una possibilità inesauribile di trasformazione.

Sara Zuccari

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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