
Il balletto classico preferito?
Lo Schiaccianoci è un balletto molto importante per me perché è stato il primo al quale ho partecipato quando ero ancora allievo della Scuola di Ballo, inizialmente nella “danzetta”. Nel corso degli anni, all’epoca, veniva rappresentato ogni Natale e ho interpretato diversi ruoli: il tamburino, il soldatino, il topo, praticamente quasi tutti, soprattutto quando sono cresciuto e sono entrato in compagnia. La coreografia di Nureyev, per me, è la più difficile e al tempo stesso la più bella che esista; per questo Lo Schiaccianoci rappresenta l’emblema stesso del balletto classico. L’altro balletto è Romeo e Giulietta di Kenneth MacMillan: con questo titolo sono stato nominato primo ballerino alla Scala ed è quindi il balletto del mio cuore. Inoltre racchiude due ruoli per me fondamentali, Romeo e soprattutto Mercuzio che è stato il mio vero cavallo di battaglia.
Il balletto contemporaneo prediletto?
Ripensandoci, quello che mi ha segnato in modo particolare è stato Romeo e Giulietta di Sasha Waltz, perché da lì è iniziata una bellissima collaborazione con la sua compagnia, Sasha Waltz & Guests. Sono stato ospite in diversi spettacoli che abbiamo portato in tournée in tutta Europa: è stato un momento molto importante sia per la mia carriera sia per la mia crescita nell’ambito della danza contemporanea.
Il Teatro del cuore?
Senz’altro il Teatro alla Scala.
Un romanzo da trasformare in balletto?
Il danno di Josephine Hart.
Mentre un film da cui ricavare uno spettacolo di balletto?
Il danno (Damage) diretto da Louis Malle. Dal romanzo e dal film Susanna Beltrami ha creato una coreografia dove personalmente ero il protagonista insieme ad Emanuele Montanari e Nicolò Brizzi. È stata un’esperienza meravigliosa perché oltre alla parte danzata c’è stata anche quella recitata con la drammaturgia di Salvatore Di Lazzaro.
Il costume di scena indossato che hai preferito?
Quello di Mercuzio in “Romeo e Giulietta”.
Quale colore associ alla danza?
Rosso, perché lo associo al fuoco e alla passione.
Che profumo ha la danza?
È il profumo della primavera, ad esempio quelli che ci sono nelle campagne della mia Sicilia.
La musica più bella scritta per balletto?
Tutta la musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, in particolare le composizioni legate al balletto Onegin, che sono semplicemente straordinarie. Čajkovskij si rivela inoltre eccezionale anche in Winter Dreams, nella coreografia di Kenneth MacMillan.
Il film di danza irrinunciabile?
Il sole a mezzanotte (White Nights) di Taylor Hackford, con Michail Baryšnikov, è un film straordinario. Se invece parliamo di DVD di danza, allora Don Chisciotte è il riferimento.
Due miti della danza del passato, uomo e donna?
Per quanto riguarda i miti della danza del passato, nella danza maschile per me il riferimento assoluto è Rudolf Nureyev. Lo trovo inarrivabile sia dal punto di vista artistico, sia — e soprattutto — per le sue qualità umane, così come per i suoi difetti caratteriali. Credo, però, che proprio questi difetti siano diventati dei punti di forza sul palcoscenico. La sua è una storia molto travagliata e difficile e, alla fine, almeno secondo il mio pensiero, gli artisti che riescono a dare di più sono quelli che hanno sofferto maggiormente o che hanno avuto una vita complessa. Tutto questo si riflette nella profondità dell’interpretazione, nell’espressione dei sentimenti e delle emozioni. Come mito femminile scelgo Carla Fracci. Questi due grandi miti sono stati molto vicini per vissuto — seppur in modo diverso — perché entrambi, per arrivare dove sono arrivati, hanno lavorato enormemente e sono riusciti a comunicare come nessun altro. Al di là dell’aspetto tecnico, che è ovviamente fondamentale, ciò che conta di più dal mio punto di vista è la loro straordinaria capacità espressiva, la profondità del gesto e delle emozioni. Per questo li considero due miti assoluti. Un altro aspetto molto importante di Nureyev, per quanto mi riguarda, è che ha segnato un vero e proprio cambio epocale nella danza maschile, e questo lo rende ancora di più un mito ai miei occhi.
Il tuo “passo di danza” preferito?
Per quanto riguarda il passo di danza preferito, quello che mi dà — anzi, mi dava, perché oggi non danzo più — le sensazioni più forti è lo jeté en tournant o la cabriole. Sono due passi che mi facevano sentire libero, mi davano la percezione del salto e della sospensione in aria. Inoltre erano spesso presenti nelle code dei balletti, quindi anche a livello emotivo rappresentavano alcuni dei momenti più intensi.
Chi ti sarebbe piaciuto essere nella vita reale tra i personaggi del grande repertorio di balletto classico?
Devo dire che è una domanda davvero difficile. Non saprei risponderti in modo preciso: ogni volta che ho interpretato un ruolo mi sono sentito, per quegli istanti, un po’ quel personaggio. Tuttavia non ho mai davvero desiderato di essere, nella vita reale, uno di quei personaggi.
Chi è stato il genio per eccellenza nell’arte coreografica?
Per certi versi, secondo me, Rudolf Nureyev, perché ha determinato un cambiamento radicale nei grandi classici del repertorio maschile. Accanto a lui, un altro genio assoluto è Jiří Kylián: una genialità diversa, ma altrettanto potente. Direi senza dubbio loro due.
Tornando indietro, se incontrassi Tersicore, cosa le diresti?
Tornando indietro, se incontrassi Tersicore la ringrazierei sicuramente, solo questo.
Tre parole per descrivere la disciplina della danza?
Le parole che, secondo me, descrivono la disciplina della danza sono “passione, dedizione e determinazione”.
Come ti vedi oggi allo specchio?
Oggi mi vedo come un ex danzatore, felice della carriera che ha fatto. In alcuni momenti sono riuscito anche ad interpretare e a “volare” in ruoli che non avrei mai pensato un coreografo o un direttore potesse affidarmi. Nel corso della mia carriera ho lavorato tantissimo, ma allo stesso tempo ho ricevuto moltissimo, spesso anche in modo del tutto inaspettato. Per questo mi vedo come una persona felice. Ora mi trovo nel mio nuovo ruolo, che rappresenta una grande sfida: fare il maître de ballet è una responsabilità enorme, perché oltre al livello e alla parte tecnica c’è anche l’aspetto comunicativo, emotivo e di coaching, che è fondamentale. Per questo mi sento un privilegiato, soprattutto perché svolgo questo lavoro nel teatro dove sono nato e cresciuto, uno dei teatri più importanti al mondo.
Michele Olivieri
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