
Il 21 novembre 2019 il New Riga Theatre (Jaunais Rīgas Teātris) ospitò la prima mondiale di The White Helicopter, spettacolo scritto e diretto dal regista lettone Alvis Hermanis, con Mikhail Baryshnikov nei panni di Papa Benedetto XVI (Joseph Ratzinger).
L’opera nacque a partire da un episodio destinato a restare tra i più singolari della storia recente della Chiesa cattolica: le dimissioni del pontefice, annunciate l’11 febbraio 2013 ed effettive dal 28 febbraio dello stesso anno.
Il teatro di Hermanis non cercò mai la ricostruzione storica né la spettacolarizzazione del potere ecclesiastico. Al contrario, scelse un dispositivo scenico sobrio, quasi trattenuto, per osservare le ore che precedettero il congedo definitivo di un papa che, per la prima volta dopo secoli, aveva deciso di rinunciare al proprio ministero.
Il titolo stesso rimandava all’elicottero bianco che, nel pomeriggio dell’ultimo giorno di pontificato, allontanò Benedetto XVI dal Vaticano verso Castel Gandolfo: un’immagine che nel tempo aveva assunto il valore di un’icona contemporanea della rinuncia.
La drammaturgia si sviluppò in uno spazio essenziale, lontano dalla monumentalità delle rappresentazioni religiose e politiche. L’azione scenica si concentrò su frammenti di quotidianità, conversazioni private e silenzi, costruendo una narrazione che procedeva per sottrazione più che per accumulo.
Il Vaticano non appariva come un sistema di potere, ma come un luogo sospeso, attraversato da un tempo che sembrava rallentare progressivamente fino quasi a fermarsi.
In questo contesto si inserì la presenza di Baryshnikov, la cui interpretazione costituì uno dei cardini dello spettacolo. Il grande danzatore, da anni attivo anche in ambito teatrale, evitò ogni tentazione mimetica.
Il suo Benedetto XVI non era una figura imitata, ma una presenza costruita attraverso il gesto minimo, la pausa, l’ascolto. Il corpo, disciplinato per una vita intera alla precisione del movimento, divenne strumento di una narrazione opposta: quella della progressiva rarefazione dell’azione.
La regia di Hermanis lavorò in sottrazione anche sul piano ideologico. Le dimissioni del pontefice non furono mai trattate come uno scandalo né come un gesto eroico, ma come una decisione umana collocata in un orizzonte di fragilità e consapevolezza. Il testo evitò ogni giudizio esplicito, affidando allo spettatore la responsabilità di interpretare la portata storica dell’evento.
Accanto alla figura del Papa si muovevano personaggi essenziali, ridotti a presenze funzionali più che a veri e propri caratteri drammatici. Assistenti, collaboratori e figure di servizio contribuivano a delineare un ambiente fatto di ritualità quotidiana, nel quale il gesto più semplice assumeva un peso simbolico crescente. La dimensione privata prevaleva costantemente su quella istituzionale, fino a dissolverla.
Il risultato fu uno spettacolo che si collocò volutamente ai margini della rappresentazione tradizionale del potere. The White Helicopter non cercò mai di spiegare la storia, ma di abitarne un istante: quello in cui una figura pubblica decide di interrompere la continuità del proprio ruolo, trasformando la rinuncia in atto definitivo e irrevocabile.
In questo equilibrio fragile tra storia e introspezione si impose la prova di Baryshnikov, che trovò nella sottrazione il proprio linguaggio espressivo. La sua interpretazione non cercava il racconto psicologico, ma una forma di presenza che si faceva progressivamente più rarefatta, come se il personaggio stesso si stesse già allontanando prima ancora dell’uscita di scena.
A distanza di tempo dal debutto, lo spettacolo rimase un esempio raro di teatro biografico non illustrativo, capace di affrontare una figura storica ancora vicina senza cedere né alla cronaca né alla venerazione.
Piuttosto che raccontare Benedetto XVI, The White Helicopter ne mise in scena il passaggio: non quello da un luogo a un altro, ma quello da una funzione a una condizione diversa dell’esistenza.
Nel silenzio costruito da Hermanis e nella presenza essenziale di Baryshnikov, la rinuncia papale cessò di essere soltanto un evento ecclesiastico e divenne un’immagine più ampia e universale: quella di un uomo che, nel momento in cui abbandona il proprio ruolo, si confronta con il limite ultimo del potere e con la possibilità, rara e radicale, di sottrarsi ad esso.
Michele Olivieri
Foto di Jānis Deinats
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