
Non è soltanto una vittoria artistica. Per Alessandra Ferri, il primo anno alla guida del Wiener Staatsballett si sta rivelando anche un successo misurabile nei risultati economici e nella risposta del pubblico, un aspetto che nel mondo della danza, oggi più che mai, rappresenta un indicatore fondamentale della solidità di un progetto culturale.
Secondo quanto riportato dal quotidiano austriaco Der Standard, la stagione appena conclusa ha fatto registrare risultati di assoluto rilievo.
Gli spettacoli ospitati alla Wiener Staatsoper hanno raggiunto il tutto esaurito, con un tasso di occupazione del 100%, mentre le rappresentazioni alla Volksoper hanno toccato circa il 94% dei posti disponibili.
Complessivamente il Wiener Staatsballett ha accolto circa 150.000 spettatori, superando gli otto milioni di euro di incassi.
Numeri che raccontano molto più di un semplice successo al botteghino. Rivelano infatti la capacità di Ferri di conquistare un pubblico tradizionalmente molto esigente come quello viennese, da sempre abituato a confrontarsi con alcune delle istituzioni musicali e coreutiche più prestigiose al mondo.
Quando, nel 2025, l’étoile italiana fu chiamata a succedere a Martin Schläpfer, l’incarico venne accolto con grande interesse ma anche con inevitabili interrogativi.
Ferri rappresentava una delle ballerine più amate della storia recente del balletto internazionale, ma dirigere una compagnia stabile richiede competenze diverse rispetto alla carriera di interprete.
Alla responsabilità artistica si aggiunge infatti quella organizzativa, gestionale e umana, elementi che incidono profondamente sulla vita quotidiana di un teatro.
A distanza di una stagione, i risultati sembrano confermare la bontà della scelta. Non solo per la qualità delle produzioni presentate, ma soprattutto per la capacità di creare un’identità condivisa all’interno della compagnia.
È la stessa Ferri a sottolineare quello che considera il risultato più significativo. In un’intervista rilasciata a Der Standard, ha confessato di essere rimasta sorpresa dalla velocità con cui il lavoro di integrazione è maturato. Il suo obiettivo era trasformare due gruppi distinti di ballerini in un’unica compagnia, capace di riconoscersi in un progetto comune. Un processo che, nelle grandi istituzioni artistiche, richiede spesso diversi anni.
La particolarità del Wiener Staatsballett consiste infatti nel lavorare stabilmente tra due sedi, la Staatsoper e la Volksoper, realtà con caratteristiche, repertori e dinamiche differenti. Costruire uno spirito unitario rappresentava una delle principali sfide della nuova direzione artistica.
Ferri sembra aver affrontato questo passaggio puntando soprattutto sulle relazioni umane. Fin dal suo insediamento ha più volte spiegato di voler mettere i ballerini al centro del progetto, valorizzandone la crescita individuale senza perdere di vista la qualità dell’insieme. Un approccio coerente con tutta la sua carriera, caratterizzata da un’idea di danza fortemente legata all’espressività, alla musicalità e all’interpretazione.
Anche le scelte di repertorio sembrano aver contribuito al buon esito della stagione. Pur mantenendo saldo il legame con la grande tradizione classica, Ferri ha costruito programmi capaci di dialogare con la coreografia del Novecento e con la creazione contemporanea, evitando sia l’eccessiva conservazione sia la ricerca della novità fine a se stessa.
In un panorama europeo in cui molti teatri si interrogano su come ampliare il pubblico senza rinunciare all’eccellenza artistica, il caso viennese appare particolarmente significativo. L’elevato tasso di riempimento delle sale suggerisce infatti che qualità e sostenibilità economica non sono necessariamente obiettivi in contrasto tra loro.
Per Ferri il successo assume anche un valore simbolico. Dopo una carriera straordinaria costruita sui palcoscenici più prestigiosi del mondo, dalla Royal Ballet all’American Ballet Theatre fino al Teatro alla Scala, la sua seconda vita professionale come direttrice artistica dimostra come l’autorevolezza conquistata da interprete possa trasformarsi in una visione capace di guidare un’intera istituzione.
Naturalmente una sola stagione non basta per definire un cambiamento strutturale. Saranno i prossimi anni a dire se questo modello riuscirà a consolidarsi e a lasciare un segno duraturo nella storia del Wiener Staatsballett.
Tuttavia, i primi risultati raccontano una realtà incoraggiante: il pubblico ha risposto con entusiasmo, la compagnia sembra aver trovato una nuova coesione e i numeri confermano che il progetto di Alessandra Ferri non sta producendo soltanto consenso critico, ma anche una concreta solidità gestionale.
In un momento storico in cui le istituzioni culturali europee sono chiamate a coniugare qualità artistica, sostenibilità economica e capacità di attrarre nuove generazioni di spettatori, l’esperienza viennese guidata da Alessandra Ferri rappresenta uno dei casi più interessanti da osservare.
Michele Olivieri
Foto di Amber Hunt
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