
Di recente la danza viene spesso vista e considerata attraverso la lente deformante dei social media: sequenze frenetiche di passi, coreografie virali da quindici secondi finalizzate a catturare like.
In questo triste scenario, il corpo rischia di diventare un oggetto da esibire e la danza mero strumento dell’ego.
Ma la vera danza, quella che attraversa la storia dell’umanità fin dai suoi albori, non ha niente a che fare con l’esibizionismo. Al contrario, è un atto di umiltà.
L’esibizionismo si nutre del giudizio esterno, ha bisogno di un pubblico da impressionare e di un primato da affermare.
La danza, invece, nasce da una necessità interiore. Non lascia spazio al pensiero calcolatore perché la mente è interamente occupata a percepire il corpo, il movimento e le emozioni.
Ballare non significa mostrare quanto si è bravi, ma scoprire quanto si è sinceri.
Nel movimento autentico cadono le maschere sociali che indossiamo ogni giorno. La danza diventa una zona franca in cui l’ansia da prestazione lascia il posto alla meraviglia della presenza vera.
Dal punto di vista psicologico, infatti, la danza agisce come catalizzatore emotivo, permette di incanalare e metabolizzare rabbia, tristezza, ansia e altre emozioni negative attraverso il gesto fisico.
Eseguire un passo difficile o lasciarsi andare all’improvvisazione genera un senso di fiducia in se stessi che prescinde dall’approvazione altrui.
Se l’esibizionismo isola l’individuo su un piedistallo fittizio, la danza unisce. Fin dalle tribù primitive è stata il collante per eccellenza: si danzava per celebrare, per piangere, per invocare la pioggia, per stringere legami.
Quando si balla con gli altri si attiva quello che gli antropologi chiamano sincronia sociale. Muoversi insieme abbatte le barriere tra le persone e crea un senso di appartenenza.
Si sperimenta l’empatia cinestetica, ossia la capacità di comprendere lo stato d’animo dell’altro guardando come si muove.
È una forma di comunicazione priva di malintesi verbali, che cura la solitudine e allena la capacità di stare al mondo con gli altri.
Per chiunque pratichi la danza nel suo senso più autentico, quindi, c’è un momento preciso in cui la sala scompare.
E quel momento avviene quando il movimento cessa di essere esecuzione e diventa modo di essere, oltre il riflesso nello specchio.
Stefania Napoli
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