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Martina Dalla Mora: un nuovo talento in scena

Ph ©Michela Piccinini

Martina Dalla Mora, recentemente diplomata con successo alla Scuola di Ballo Accademia Teatro alla Scala di Milano diretta da Fréderic Olivieri è in procinto di partire, con destinazione Monaco di Baviera, per entrare nell’organico della Compagnia del Bayerische Staatsballett guidata dal Direttore Igor Zelensky. Unica danzatrice al mondo, dopo Luciana Savignano e Sylvie Guillem ad aver danzato, sul prestigioso palcoscenico del Teatro alla Scala di Milano, il celebre assolo “La Luna” del balletto “Heliogabale” creato per la stessa Savignano nel 1976 dal grande coreografo Maurice Béjart, costruito sull’Adagio dal Concerto per violino in mi maggiore di Johann Sebastian Bach, divenuto poi successivamente un “titolo a sé” grazie alla sua compiutezza coreografica compositiva e creativa.

Carissima Martina, come ti sei innamorata della danza e qual è stato il percorso artistico che hai intrapreso? Sei entrata subito nella Scuola di Ballo scaligera?
Sono entrata a contatto con la danza grazie alle mie sorelle maggiori, Alessandra e Francesca. Entrambe hanno seguito corsi di danza quando io ero molto piccola, Alessandra ha poi smesso mentre Francesca ha continuato. Probabilmente il forte desiderio di ballare è nato da qui, nel vedere i saggi di mia sorella. Non ricordo bene com’è iniziato il tutto, non ricordo la mia prima lezione. Ho cominciato nella scuola Chorea Art Studio di Treviso con la danza jazz e successivamente mi sono avvicinata alla danza classica, sempre per merito di mia sorella che aveva visto in me le doti. Mi hanno guidata due insegnanti meravigliosi e molto capaci, Michela Camatta e Rockie Offemaria. Di quest’ultimo ricordo la felicità che mi trasmettevano le sue lezioni di moderno-jazz, ho sempre avuto e ho tutt’ora un grande amore per la libertà di movimento che ti permette la danza moderna. Nell’estate del 2008 ho frequentato lo stage, che si tiene annualmente alla Ghirada a Treviso, con il direttore dell’Accademia, Frederic Olivieri, che mi ha proposto di venire a Milano. Non ero per niente sicura, ma alla fine mi buttai in questa nuova esperienza. Il primo anno, all’età di undici anni, soffrii tanto per la mancanza dei genitori ed ebbi un sacco di ripensamenti ma la decisione di rimanere si è rivelata la decisione più giusta.

Da poco ti sei diplomata all’Accademia Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano, come descriveresti questa esperienza formativa?

L’Accademia mi ha dato tanto, tantissimo. Mi ha dato tutti gli elementi per crescere, per maturare la mia persona e la mia artisticità. Penso sinceramente che non sarei potuta capitare in una scuola migliore. Raramente un’accademia offre così tante esperienze formative a giovani desiderosi come noi. La Scuola di ballo del Teatro alla Scala fonde lo studio con numerose esperienze formative e questo lo si deve interamente al maestro Olivieri. Ballare coreografie di Preljocaj, Béjart, Mats Ek, Balanchine… sono occasioni rare per ragazzi adolescenti.

Quale ricordi porterai sempre con te del giorno del Diploma?

Ci si diploma una volta sola all’Accademia e quel giorno è per tutti giorno di grande eccitazione ed emozione, il tutto accompagnato da un po’ di malinconia. Realizzi che sono gli ultimi momenti nella scuola, che presto dovrai svuotare l’armadietto e si percorrono gli ultimi passi nei corridoi e nelle sale da ballo. Il giorno del Diploma è stato per me il simbolo di una conquista, la meta dopo otto anni di gioie e di dolori. Di ricordi ne porterò tanti con me, ricordi di teneri e malinconici abbracci, di pianti. Uno dei ricordi più belli, sicuramente, e che porterò con me sempre, è stato quello di avere tutta la mia famiglia unita pronta a sostenermi.

Cosa rammenti di più bello negli anni trascorsi all’Accademia della Scala?

Le esperienze sul palcoscenico, in primis, e ovviamente tutti i bei momenti passati con i miei compagni di corso. Di screzi ce ne sono stati parecchi tra di noi, è normale, ci vediamo praticamente tutto il giorno, ma siamo un bel gruppo.

Un pensiero per il direttore Frederic Olivieri ma anche per gli altri insegnanti?

Io non sarò mai grata abbastanza a tutti gli insegnanti, specialmente alla mia insegnante Paola Vismara e al direttore Frederic Olivieri, per tutto ciò che fanno per noi allievi e per la passione che mettono nel loro lavoro. Fare l’insegnante è molto difficile, devi rapportarti ai problemi che si presentano con i tuoi allievi e la pazienza deve essere tanta. In particolare ringrazio la mia insegnante e il direttore per aver capito la mia personalità, e per avermi fatto maturare dandomi fiducia e grandissime occasioni.

Adesso dopo il Diploma e la Maturità quali sono i tuoi progetti artistici e appuntamenti?

Sono in Scala per il “Lago dei cigni” di Ratmansky e successivamente partirò per Monaco di Baviera. Inizierò la stagione il 25 agosto con la compagnia del Bayerische Staatsoper.

Hai già ricevuto degli inviti in qualità di danzatrice da parte di Corpi di Ballo?

Ho fatto l’audizione per il corpo di ballo della Scala a maggio, che si è conclusa positivamente. Ma io ho sempre avuto il grande desiderio di recarmi all’estero e quando l’occasione mi si è presentata, a novembre, con un contratto con il Bayerische Staatsballett ho accettato subito. Per me è importante uscire dalla mia zona comfort, che ora è rappresentata da Milano, e mettermi in gioco, conoscere nuove persone, imparare una nuova lingua. Penso che possa solo che giovarmi e arricchire la mia anima. Non nascondo però che in un futuro vorrei tornare, il Teatro alla Scala è un teatro meraviglioso e il Corpo di ballo è straordinario.

Come reputi il mondo della danza visto dal di dentro?

Nel mondo della danza, se da una parte c’è competizione, ci sono cattiverie e le malelingue dall’altra si riescono ad instaurare anche grandi amicizie che si basano sull’appoggio reciproco. Vi è la tendenza a paragonarsi agli altri e a trovare ingiuste certe situazioni ma la verità è che ognuno deve potenziare al massimo le proprie capacità e dire cattiverie non lo permette. Lo considero uno spreco di energia che al contrario deve essere canalizzata solo e puramente nella danza. Siamo tutti diversi, con capacità e caratteristiche diverse. Guardare agli altri con invidia o con superiorità non fa altro che impoverirci. Per me un vero artista è colui che non si eleva ad un livello superiore e coltiva una grande umiltà.

Con l’Accademia hai avuto modo di danzare su palcoscenici prestigiosi come il Piccolo Teatro Strehler di Milano e soprattutto il magico palcoscenico del Teatro alla Scala. Quali emozioni hai provato?

Il Piccolo, nonché tempio del grandissimo Giorgio Strehler, è un teatro meraviglioso. Ricordo benissimo la prima volta che vi misi piede, all’età di undici anni. Per gli allievi dell’Accademia è diventato una “terza casa”, in quanto l’accademia è la nostra seconda casa. Ci ospita due volte all’anno ogni anno ed è sempre bellissimo ballare su quel palco. Il Teatro alla Scala è il tempio delle meraviglie, come qualcuno l’ha definito. Sono stata spesso dalla parte degli spettatori e già così le emozioni sono tante. Figuriamoci quando sono passata dall’altra parte! Non ho mai agitazione nervosa prima di salire sul palco, ma solo l’eccitazione giusta. Il palcoscenico è il mio posto, il posto dove metto a nudo la mia personalità.

Lo spettacolo di danza che ricordi come il più emozionante al quale hai assistito?

“Life in progress” di Sylvie Guillem sicuramente, non tanto come spettacolo in sé ma per l’artista immensa che è Sylvie Guillem. E poi “L’histoire de Manon” con Aurélie Dupont e Roberto Bolle, che ho visto però in diretta al cinema. Sono comunque riusciti a farmi emozionare, anche attraverso uno schermo.

Nel tuo repertorio, hai già un ruolo di grandissima importanza (danzato sia durante il 7° corso sia recentemente in vista del Diploma) per il quale hai riscosso notevole successo: “La Luna”, un meraviglioso assolo creato da Maurice Béjart per Luciana Savignano e in seguito danzato pure da Sylvie Guillem! Cosa ha significato per te interpretare questo ruolo e quali sono state le maggiori difficoltà?

Essere la terza al mondo ad aver nel repertorio questo ruolo è difficile da realizzare, è una cosa di cui ancora non me ne rendo conto. L’anno scorso, prepararlo è stato molto difficile. Avevo a disposizione solo una decina di giorni per appropriarmi di ogni singolo particolare e per filtrare le immagini che il maestro Nardelli mi dava, per meglio comprendere cosa Béjart intendeva dire con quel movimento piuttosto che con l’altro. Inoltre, il costume bianco attillato richiede una condizione fisica perfetta. Quest’anno ero un po’ più tranquilla, la coreografia la conoscevo e la musica anche, vi era solo da restaurare quei particolari che in un anno possono andar dimenticati. Il maestro Nardelli è venuto nuovamente per curare l’assolo in vista dello spettacolo del 5 giugno al Teatro alla Scala.

Un passo d’addio di notevole entità e importanza? Com’è nata l’idea di proporre questo pezzo?

Come sia nata l’idea non lo so, ricordo solo che a due settimane dal gala dell’anno scorso, nel quale avevo già “Who cares?” in programma, mi venne chiesto dalla mia insegnante se me la fossi sentita di preparare anche una coreografia di Béjart. In quel periodo avevo male ad un piede ma la risposta fu ovviamente sì. La fiducia che mi è stata riposta l’anno scorso è stata tanta e quest’anno sono rimasta molto contenta per aver avuto l’occasione di poter riballare “La Luna”, come “addio” alla Scuola di Ballo.

Hai incontrato Gil Roman, attuale direttore a Losanna, per il riallestimento scaligero?

No, ho solamente lavorato con il maestro Piotr Nardelli.

La grande étoile Luciana Savignano ha reso immortale “La Luna”, hai avuto modo di incontrarla o sentirla per carpire da lei qualche prezioso consiglio?

Purtroppo non l’ho mai incontrata ma mi sarebbe piaciuto tantissimo. Poter parlare con chi è stata la musa ispiratrice di questo meraviglioso pezzo mi avrebbe certamente aiutato, oltre alle informazioni del maestro Nardelli, a capire cosa realmente voleva Béjart.

Mentre nella coreografia di George Balanchine “Who cares?” cosa ti ha colpito maggiormente a livello tecnico ed espressivo?

E’ un balletto unico! In “Who cares?” risiedono alcuni dei ricordi più belli del mio percorso. Balanchine, e in particolare questo pezzo, lasciano al ballerino una grande libertà espressiva. È ambientato a New York, la grande città dei desideri e delle ambizioni, e i protagonisti incontrano l’amore nella notte. Subentra un gioco di seduzione, e tenerezza e malizia sono solo due delle mille sfaccettature in cui il ballerino si può cimentare. A livello tecnico penso che sia il pezzo più difficile che io abbia affrontato fino ad ora. Il passo a due è molto faticoso ma non quanto la variazione. È lunga e molto veloce, e per finire, si deve affrontare un double manége di giri e salti. Quanto tempo per arrivare a completare quel double manége! Alla fine però, è stata una grande soddisfazione personale.

Hai un desiderio o un sogno legato alla danza che vorresti realizzare?

Non al momento. Io voglio essere felice e voglio vivere la mia vita in funzione di questo. Cerco di non pensare al futuro e di mantenermi positiva sempre.

Con quale coreografo ti piacerebbe lavorare? E con quale danzatore ti piacerebbe entrare in scena?

Mi piacerebbe lavorare con Benjamin Millepied, Jiri Bubenicek, Alexander Ekman, Akram Khan, Russel Maliphant, Justin Peck e molti altri. Tutti vorrebbero danzare con un partner con il quale vi è un bel rapporto. Per me nel partnering la cosa più importante consiste nel dare e nel ricevere, solo così può crescere il pathos in un balletto.

Cos’è riuscita a regalarti la danza fino a questo momento?

Mi ha regalato la consapevolezza di ciò che sono, la mia personalità. La danza è capace di sviluppare a pieno la tua propria natura.

Quali sono le maggiori difficoltà, non solo fisiche ma anche psicologiche di chi si accosta alla danza in maniera professionale?

Nella danza, se non si è pronti all’impegno e alla dedizione, è inutile provarci. Bisogna avere una volontà di ferro e mai lamentarsi.

Oltre alla danza quali altre passioni nutri?

Mi piace molto leggere. Purtroppo quest’anno sono stata una pessima lettrice a causa di tutti gli impegni accademici e scolastici.

Tra i giovani danzatori italiani attualmente in scena, chi stimi maggiormente?

Vito Mazzeo, Nicoletta Manni, Claudio Coviello, Vittoria Valerio, Virna Toppi, Christian Fagetti, Petra Conti.

E tra gli stranieri?

Marianela Nunez, Steven McRae, Mathieu Ganio.

In conclusione una tua definizione per la nobile arte della danza?

Non riesco a definire la danza, so di per certo, però, che per me è un estremo bisogno. Un bisogno di sentirmi libera, di estraniarmi dalla realtà per qualche istante, di provare sensazioni che nessun altro, se non la danza, riesce a darmi.

 

Michele Olivieri
 Foto: © Michela Piccinini
www.giornaledelladanza.com

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