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L’ultimo inchino di Margot Fonteyn

Nel 1979 Sir Frederick Ashton concepì Salut d’Amour à Margot Fonteyn come ultimo, raffinato omaggio alla più luminosa étoile del Royal Ballet.

La serata d’addio si svolse il 23 maggio presso il teatro di Covent Garden, luogo simbolo della danza britannica, e segnò il congedo dalle scene di Dame Margot Fonteyn che, a sessant’anni, salutava il pubblico dopo una carriera entrata ormai nella leggenda.

La coreografia, costruita sulle delicate note di Edward Elgar e impreziosita dai costumi di William Chappell, si sviluppava come un poetico viaggio nella memoria artistica della ballerina.

Ashton evocò infatti alcuni dei ruoli che avevano consacrato la Fonteyn al mito internazionale, trasformando l’assolo in una sorta di ritratto danzato della sua intera esistenza teatrale.

Ogni gesto sembrava custodire il ricordo di un’epoca irripetibile del balletto inglese, di cui Margot era stata il volto più amato e riconoscibile.

Il momento più emozionante giungeva nel finale, quando Ashton stesso entrava in scena per accompagnare la sua musa nell’esecuzione del celebre Fred Step,  la sequenza di passi che il coreografo aveva disseminato in quasi tutte le sue creazioni e che traeva ispirazione dai movimenti osservati anni prima nella danza della leggendaria Anna Pavlova.

Arabesque, fondu, coupé, petit développé, pas de bourrée, pas de chat:  una concatenazione apparentemente semplice, ma intrisa di memoria, tradizione e devozione verso l’arte del balletto classico.

In quel breve frammento si condensava idealmente il passaggio di testimone tra generazioni di danzatrici, dalla Pavlova alla Fonteyn, fino all’eredità lasciata al balletto contemporaneo.

Al termine dell’assolo, con eleganza quasi rituale, Ashton prese Margot per mano e la accompagnò fuori dalla scena.

Fu un gesto di rara delicatezza, interpretato da molti come il saluto non solo a una ballerina, ma a un’intera epoca della danza.

Margot Fonteyn era celebre non soltanto per il suo immenso talento, ma anche per la disciplina impeccabile, la generosità verso colleghi e amici e una professionalità che divenne esempio per intere generazioni di artisti.

Il suo stile si distingueva per lirismo, grazia, musicalità e una qualità espressiva capace di rendere ogni interpretazione profondamente umana.

Accanto alla perfezione tecnica, possedeva qualcosa di impalpabile e rarissimo: una luce scenica naturale, quasi magnetica, che le permetteva di trasformare ogni apparizione in un momento di autentica magia teatrale.

Ancora oggi il suo nome rimane indissolubilmente legato all’età d’oro del Royal Ballet e al sodalizio artistico con Rudolf Nureyev, partnership che contribuì a rivoluzionare l’immaginario del balletto del Novecento e ad avvicinare un nuovo pubblico alla danza classica.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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