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Le stelle scaligere del domani a Voghera [RECENSIONE]

Nel cuore antico di Voghera, città appartata e insieme tenacemente identitaria, il rinato Teatro Valentino Garavani (noto precedentemente come Teatro Sociale) si offre oggi come luogo di memoria e di futuro. Intitolato al grande couturier Valentino Garavani, da poco scomparso, il teatro appare non solo come un omaggio civile alla figura dello stilista – che dell’eleganza fece disciplina e misura – ma come un ideale palcoscenico in cui l’arte del corpo e quella del tessuto si specchiano e si riconoscono. Non è difficile, entrando nella sala restituita alla sua bellezza, cogliere un nesso profondo fra la linea sartoriale di Valentino e la linea coreutica che la Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala ha dispiegato nella Soirée de danse del 21 febbraio.

La presenza della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, diretta da Frédéric Olivieri, assume in questo contesto un valore quasi programmatico: riportare al centro la filologia del gesto, la trasmissione del repertorio, l’idea di una classicità viva e non museale. Il Divertissement da Paquita – balletto che, nella versione del 1881 di Marius Petipa, si impose come paradigma del Grand Pas ottocentesco – è stato presentato nella ripetizione di Tatiana Nikonova e Leonid Nikonov, secondo una linea di rigore che guarda alla tradizione imperiale russa come a un canone fondativo.

Paquita, ambientata nella Spagna occupata dalle truppe napoleoniche, reca in sé quell’esotismo “di carattere” che il secondo Ottocento amava filtrare attraverso la grammatica accademica. La Suite eseguita – dall’Adagio con la coppia principale e quattordici allieve fino alla Variation après l’Adagio e alla Coda – ha mostrato come la Scuola scaligera continui a custodire la purezza delle linee, la chiarezza dell’epaulement, la precisione dei port de bras. Ma, soprattutto, ha evidenziato quella qualità che potremmo definire “coscienza storica del passo”: ogni variazione non come semplice esibizione tecnica, bensì come citazione consapevole di una tradizione stratificata, in cui il Grand Pas Classique diviene quasi un compendio di estetica accademica.

Il Passo a due della Fata Confetto e del Principe da Lo Schiaccianoci, su musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nella consolidata coreografia di Frédéric Olivieri, ha offerto un ulteriore terreno di verifica. Qui la filologia non si arresta alla ricostruzione, ma si innerva nella rilettura: la lezione di Lev Ivanov e della tradizione pietroburghese si rifrange in una scrittura che esige maturità espressiva e dominio dello spazio. La danza diventa cristallina architettura musicale, e l’Adagio si dispiega come una meditazione sulla sospensione, sull’equilibrio, sulla luce – qualità che nel Teatro Valentino Garavani trovano un’eco quasi simbolica, come se la scena stessa fosse una scatola preziosa pronta ad accogliere la filigrana del movimento.

Con Rossini Cards di Mauro Bigonzetti, ripreso dalla maestra Paola Vismara, la serata si è conclusa nel linguaggio contemporaneo, senza tuttavia tradire il filo storico. Bigonzetti, attingendo ai Péchés de vieillesse e all’Ouverture de La gazza ladra di Gioachino Rossini, costruisce una drammaturgia per frammenti: istantanee, ironie, slanci virtuosistici. Lo straordinario duetto iniziale su Ouf! Les petits pois rivela un uso plastico del suolo, quasi una scultura in movimento; il terzetto sull’Allegro della Sonata n. 2 esplora nodi coreografici al limite del disequilibrio; il Prélude fugassé, assolo femminile sulle punte, rilegge la tradizione accademica con accento febbrile e moderno. Nel finale sull’Ouverture della Gazza ladra, il celebre crescendo rossiniano si traduce in una scrittura dinamica e contagiosa, dove il ritmo diviene architettura condivisa.

In questa progressione – dall’Ottocento imperiale alla contemporaneità italiana – la Scuola di Ballo scaligera ha dimostrato non solo versatilità, ma una precisa idea di continuità storica. E qui il luogo torna a parlare: il Teatro Valentino Garavani, rinato nel nome di un maestro della forma, si configura come spazio in cui la bellezza non è ornamento, ma disciplina. Come l’abito di Valentino esigeva taglio netto e armonia delle proporzioni, così la danza vista in questa Soirée ha ribadito che la grazia è frutto di studio, la leggerezza di rigore.

È raro che una serata di Scuola assuma tale statura simbolica. A Voghera, nella sala restituita alla comunità, si è avvertita la sensazione che il passato non sia un deposito inerte, ma un organismo vivo: Petipa e Rossini, Čajkovskij e Bigonzetti, la tradizione scaligera e l’orizzonte europeo si sono intrecciati in un omaggio implicito alla forma come valore civile. E forse proprio questo è il lascito più coerente con il nome che il teatro porta: l’idea che l’eleganza – in moda come in danza – sia un atto morale, una promessa di armonia affidata al tempo.

In tale contesto, appare doveroso sottolineare il merito del direttore Frédéric Olivieri, guida salda e lucida, capace di coniugare rigore filologico e visione pedagogica. La sua direzione si percepisce non solo nell’impostazione stilistica dei brani, ma nella qualità complessiva della formazione: uniformità dell’ensemble, consapevolezza musicale, disciplina scenica.

Accanto a lui, va riconosciuto il lavoro silenzioso e fondamentale delle maestranze e dei docenti della Scuola di Ballo della Scala: maestri accompagnatori, répétiteurs, preparatori tecnici che quotidianamente trasmettono una tradizione secolare. È in questa trama di competenze che si costruisce l’eccellenza, ed è grazie a tale dedizione che una serata affidata a giovani interpreti può raggiungere una statura artistica così compiuta.

Nel nome di Valentino – maestro della linea e dell’eleganza come responsabilità morale – la danza ha trovato a Voghera una dimora coerente con il suo spirito. La grazia come risultato di studio, la leggerezza come conquista, la bellezza come disciplina: principi comuni alla couture e alla coreutica, che in questa Soirée hanno trovato una sintesi rara. E il lungo applauso finale, in un teatro colmo in ogni ordine di posto, è apparso non soltanto come tributo agli interpreti e stelle del domani, ma come riconoscimento collettivo del valore della forma quando essa si fa, insieme, arte e civiltà.

Michele Olivieri

Foto di Dennis Cursio

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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