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La coreografia Pelican di Rauschenberg: l’errore che diventò performance

La storia di Pelican occupa un luogo singolare e quasi mitico all’interno delle avanguardie artistiche americane degli anni Sessanta. Non si tratta soltanto di una coreografia, ma di un episodio in cui errore, caso e gesto creativo si intrecciano fino a generare una delle esperienze più eccentriche e fugaci del rapporto tra arti visive e danza.

L’opera nasce nel 1963 da una circostanza accidentale: un errore di programma attribuì a Robert Rauschenberg la qualifica di coreografo in un contesto performativo legato al circuito della danza sperimentale newyorkese. L’artista, già profondamente immerso nell’ambiente del Judson Dance Theater e vicino a coreografi e danzatori come Trisha Brown, decise di non correggere l’errore ma di assumerlo come possibilità creativa, trasformandolo in un’opera vera e propria.

Pelican viene così concepita come una performance ibrida, costruita su una struttura aperta e non narrativa, in cui il movimento nasce dall’interazione tra corpi, oggetti e spazio. I performer utilizzano pattini a rotelle, biciclette e grandi elementi scenici, tra cui imponenti “ali” in forma di paracadute che diventano dispositivi di trasformazione del corpo nello spazio. L’idea non è quella di rappresentare qualcosa, ma di mettere in atto una condizione di instabilità controllata, dove il rischio fisico diventa parte integrante del linguaggio.

La prima esecuzione avviene nello stesso clima di sperimentazione radicale che caratterizza la New York dei primi anni Sessanta, in dialogo con le ricerche del Judson Dance Theater, laboratorio fondamentale per la nascita della postmodern dance. In questo contesto, la danza abbandona progressivamente la narrazione e la tecnica accademica per aprirsi a gesti quotidiani, azioni minimali e strutture aleatorie, spesso influenzate dalle idee di John Cage e dalla pratica dell’improvvisazione.

In Pelican, Rauschenberg non si limita a intervenire come scenografo o collaboratore visivo, ma partecipa direttamente all’azione performativa. La sua presenza in scena, insieme ad altri danzatori, sottolinea la natura collettiva e non gerarchica del lavoro. L’opera si configura così come un evento più che come una coreografia nel senso tradizionale del termine: un insieme di azioni irripetibili, legate al tempo e al contesto della performance.

Dal punto di vista storico, Pelican rimane un episodio isolato nella produzione di Rauschenberg, che dopo questa breve esperienza si concentrerà nuovamente sulla sua attività di artista visivo e sulle collaborazioni con coreografi come Merce Cunningham e la stessa Trisha Brown, per i quali realizzerà costumi, scenografie e dispositivi visivi di grande impatto.

La rarità delle testimonianze e la natura effimera dell’opera contribuiscono a rafforzarne il carattere quasi leggendario. Pelican non entra mai stabilmente in repertorio e sopravvive oggi attraverso fotografie, frammenti video e documenti d’archivio, che restituiscono solo parzialmente la sua energia originaria.

Più che un’opera compiuta, Pelican appare oggi come una soglia: un momento in cui la danza e le arti visive si sono incontrate senza ancora definire confini stabili. In questo senso, il lavoro di Rauschenberg non ha tanto prodotto un modello replicabile quanto aperto uno spazio di possibilità, in cui il gesto artistico coincide con l’atto stesso del rischio e dell’esperimento.

Michele Olivieri

Foto di copertina del libro di Calvin Tomkins

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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