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Gianni Notarnicola: “NEUTRA”: il corpo come luogo di contraddizione e trasformazione [INTERVISTA ESCLUSIVA]

Gianni Notarnicola

Danzatore e coreografo pugliese di formazione internazionale, Gianni Notarnicola si è imposto nel panorama della danza contemporanea come una voce capace di fondere una rigorosa tecnica fisica con una profonda ricerca drammaturgica. La sua cifra stilistica si caratterizza per un’estetica cruda, volta a sviscerare le dinamiche umane attraverso la lente del corpo. Tra i pilastri della sua pratica vi è il Gaga, il linguaggio di movimento sviluppato da Ohad Naharin, della Batsheva Dance Company, che l’artista ha saputo integrare perfettamente nel suo vocabolario, utilizzandolo non solo come tecnica, ma anche come strumento per risvegliare l’istinto e la connessione viscerale tra mente e corpo. La cifra stilistica di Gianni Notarnicola non è mai soltanto movimento; è un’indagine serrata, un confronto senza filtri con l’esistenza in cui la tecnica si fa confessione. Il 7 luglio 2026, nell’ambito del Festival Nutida, il Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo ospiterà la sua nuova creazione: NEUTRA. In questo assolo, l’artista sembra voler disinnescare il peso del passato per esplorare lo spazio liminale tra l’assenza di forma e l’iperconsapevolezza del gesto. NEUTRA non è solo un titolo, ma un interrogativo filosofico sul corpo inteso come territorio di metamorfosi, un luogo dove la contraddizione non viene risolta, ma abitata. In questa intervista esclusiva Gianni Notarnicola ci guida nelle trame di questo nuovo lavoro, analizzando il confine sottile tra l’istinto del performer e la disciplina del coreografo, in un dialogo che esplora cosa resti dell’identità quando decidiamo di spogliarla di ogni definizione.

Il 7 luglio 2026, nell’ambito del Festival Nutida, Lei presenterà in prima nazionale “NEUTRA”, il cui titolo è molto evocativo. Cosa rappresenta per Lei la “neutralità” nel movimento e nella presenza scenica? È una tabula rasa o una forma estrema di consapevolezza?

La neutralità, per me, è la possibilità di scegliere. Non significa rimanere nel grigio, ma conoscere gli opposti e poter decidere, momento dopo momento, dove stare. È una forma di consapevolezza, non di assenza. Nel movimento la immagino come uno stato di continua disponibilità. Posso essere dentro un gesto enorme, quasi travolgente, oppure in uno piccolissimo e silenzioso. Mi piace pensare al corpo come a una mano sempre pronta a muovere una manopola: aumentare o diminuire intensità, volume ed energia senza perdere l’ascolto del presente. Essere pronti a tutto, ogni secondo.

I Suoi lavori precedenti, come “KAMA” o “LA BATTAGLIA”, attingevano molto ai Suoi stati d’animo personali. “NEUTRA” segna una rottura o una continuità rispetto a questa tua cifra stilistica?

Le mie avventure le definirei più performative che coreografiche, perché nascono sempre da una necessità personale. Non credo potrei creare se non partissi da una ricerca introspettiva. Ogni mio lavoro osserva una forma diversa di libertà: in BONDA il rapporto con il tempo e la memoria, in KAMA quello con le convenzioni sociali, in LA BATTAGLIA quello con le relazioni. Con NEUTRA sento il bisogno di andare ancora più indietro, in uno spazio dove l’identità non è ancora definita. Quel momento tra infanzia e adolescenza rappresenta per me una possibilità: ricordare a me stesso che prima di essere qualcuno potevamo essere qualsiasi cosa.

Il Suo bagaglio tecnico è estremamente vasto e include la pratica del Gaga. Quanto di questo approccio istintivo e viscerale è confluito nel processo creativo di NEUTRA?

Gaga è un linguaggio che ormai vive nella mia pelle e nei miei muscoli. Lo insegno da anni a persone di età, corpi e percorsi completamente diversi e continuo, ogni volta, a ricordare a loro e a me stesso quanto sia importante lasciare andare il controllo e ascoltare ciò che il corpo propone nel presente. In NEUTRA porto proprio questa qualità: la possibilità di sentire il flusso del movimento, guidarlo, accelerarlo oppure semplicemente rimanere in uno stato di prontezza. Una neutralità che non è immobilità, ma disponibilità ad accogliere ciò che accade.

NEUTRA debutta nel Giardino del Pomario del Castello dell’Acciaiolo. Quanto influisce lo spazio all’aperto sulla percezione del corpo e sulla drammaturgia del pezzo?

Sono molto felice di presentare NEUTRA nel Giardino del Pomario. Amo danzare negli spazi aperti perché sento che il corpo entra in dialogo con gli elementi e il confine tra performer e pubblico diventa più sottile. Lo spazio si fa condiviso. In questo paesaggio entrerà anche Nicolas Denino, artista visivo con cui sto sviluppando una collaborazione importante. Il suo intervento non sarà soltanto scenografico, ma contribuirà a nutrire l’immaginario della performance e il dialogo tra corpo, materia e spazio.

Il Festival Nutida 2026 pone al centro temi come l’identità e la trasformazione. NEUTRA dialoga con questi concetti o preferisce spogliarsi di ogni definizione precostituita?

Per me è essenziale sentire l’identità come qualcosa che cambia continuamente. Mi definisco una persona queer e forse proprio per questo, ho sempre avuto un rapporto complesso con le etichette. NEUTRA non vuole trovare una nuova definizione, ma creare uno spazio in cui l’identità possa restare aperta. Mi interessa la possibilità di essere tutto come di essere niente, di continuare a scoprirsi, reinventarsi, rompere le proprie abitudini e concedersi il diritto di cambiare.

Essere autore e interprete di un assolo richiede una capacità di auto-analisi molto profonda. Qual è la sfida più grande nel guardarsi dal di fuori mentre si è nel pieno dell’azione fisica?

È una costante analisi. Creare da solo significa trovare continuamente modi per uscire da sé: filmarmi, riguardarmi, mettere in discussione ciò che sto facendo e confrontarmi con occhi esterni. Condivido spesso il materiale con persone di cui mi fido, non tanto per ricevere conferme, quanto per capire se quello che sento dentro arriva davvero anche fuori. È un dialogo continuo tra istinto e distanza.

Lei cerca di creare un ponte con chi guarda o preferisce che il pubblico rimanga un osservatore “neutro” del Suo processo?

Sin da quando ho iniziato a danzare ho sempre cercato una connessione con il pubblico. Mi piace incontrare gli sguardi, sentire che esiste uno scambio reale. Anche durante gli anni in Batsheva ho sempre cercato questa relazione, e nei miei lavori è diventata ancora più importante. Per me la performance non finisce nel movimento: si completa quando quel movimento viene condiviso e restituito da chi guarda.

Molti lavori presentati a Nutida quest’anno riflettono sul corpo come spazio rituale. Quale tipo di “rito” vorrebbe che il pubblico vivesse assistendo alla performance?

Più che un rito, vorrei condividere un promemoria: ricordare che il bambino dentro di noi continua a esistere. Vorrei che il pubblico uscisse dalla performance con il desiderio di concedersi ancora immaginazione, gioco, curiosità e libertà. Non come nostalgia dell’infanzia, ma come pratica quotidiana di apertura verso ciò che possiamo ancora diventare.

Ogni danzatore è un archivio vivente di coreografie passate. In NEUTRA, Lei cerca di fare spazio in qualche modo di “svuotare” il corpo da queste memorie per far emergere una voce inedita, o preferisce che il Suo passato artistico continui a risuonarvi, seppur trasformato?

Per quanto ami essere camaleontico, non voglio cancellare il mio passato. Vorrei piuttosto far dialogare il corpo che sono oggi con quello che sognava da bambino. Dal balletto a Honey Daniels, da Step Up fino a tutto ciò che ho attraversato negli anni, mi interessa lasciare convivere questi immaginari. NEUTRA è anche questo: il tentativo di far incontrare tempi diversi della mia vita nello stesso corpo.

Dopo questa prima nazionale, quali sono i Suoi progetti futuri?

Dopo questa prima nazionale desidero prendermi una pausa. Un respiro, un po’ di vita che possa nutrire il corpo e lo sguardo prima di tornare in studio. Credo molto nell’importanza di lasciare sedimentare un processo creativo. Solo così posso capire davvero dove mi ha portato e quale sarà il passo successivo.

 

Lorena Coppola

Photo Credits: Hannah Mayfield

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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