
Ci sono frasi che, pur nella loro apparente semplicità, racchiudono un intero universo di pensiero. Quella pronunciata da George Balanchine appartiene certamente a questa categoria.
«Non siate tirchi con il vostro plié!» non era soltanto un consiglio tecnico rivolto ai suoi ballerini, ma una vera e propria filosofia della danza.
In poche parole, il grande coreografo ricordava che il plié non rappresenta un dettaglio dell’esecuzione, bensì il principio da cui nasce ogni movimento, il fondamento invisibile sul quale si costruiscono la forza, l’equilibrio, la musicalità e la libertà espressiva del danzatore.
Il plié è il primo esercizio che ogni allievo incontra entrando in una sala di danza. Si ripete ogni giorno, all’inizio di ogni lezione, tanto dagli allievi delle scuole quanto dagli artisti delle più prestigiose compagnie del mondo.
Proprio questa sua costante presenza rischia però di renderlo quasi scontato. L’abitudine induce a considerarlo un semplice riscaldamento o una preparazione agli esercizi più complessi, quando invece esso costituisce il cuore stesso della tecnica accademica.
Ogni salto, ogni pirouette, ogni cambio di direzione, ogni atterraggio prende vita da un plié eseguito con consapevolezza.
Quando Balanchine invitava a non essere “tirchi”, chiedeva ai suoi ballerini di non lesinare sull’uso delle gambe, di non avere paura di piegare le ginocchia nella misura necessaria, mantenendo naturalmente il corretto allineamento del corpo, l’en dehors e il controllo del bacino.
Un plié ridotto, eseguito superficialmente o con timore, impoverisce inevitabilmente il movimento successivo. Al contrario, un plié ampio e ben controllato permette di accumulare energia, rendendo il gesto più dinamico, fluido e naturale.
Esiste un paradosso affascinante nella danza classica: per elevarsi bisogna prima imparare ad affondare. Il pubblico resta incantato davanti alla leggerezza di un grande salto, ma raramente percepisce che quella sospensione nell’aria è stata resa possibile dalla qualità del piegamento che l’ha preceduta.
La gravità non viene vinta opponendole rigidità, bensì accogliendola per trasformarla in slancio. Il plié diventa così il momento in cui il corpo dialoga con il pavimento, assorbe il peso e lo restituisce sotto forma di energia. Più questo dialogo è ricco e generoso, più il movimento acquista ampiezza e naturalezza.
Anche gli atterraggi raccontano molto della qualità di un ballerino. Una discesa morbida, silenziosa e controllata non dipende soltanto dalla forza muscolare, ma dalla capacità di utilizzare il plié come elemento di assorbimento e continuità.
È proprio in quel breve istante, spesso inosservato agli occhi dello spettatore, che si manifesta una parte importante della maturità tecnica dell’interprete.
La danza non vive soltanto dei momenti spettacolari, ma anche di tutti quei passaggi invisibili che permettono al movimento di fluire senza interruzioni.
Per Balanchine il rapporto con la musica era altrettanto essenziale. Il suo celebre invito al plié non riguardava esclusivamente la meccanica del corpo, ma anche il fraseggio musicale.
Un corpo rigido fatica ad assecondare il ritmo; un corpo capace di utilizzare pienamente il plié respira insieme alla musica, ne segue le sfumature, accompagna ogni accento senza forzature.
La musicalità nasce infatti non solo dall’ascolto, ma dalla disponibilità fisica ad accogliere il tempo musicale. Il plié diventa così una sorta di inspirazione del movimento, un momento di raccolta che prepara ogni successiva espansione.
Questa riflessione supera i confini della sala di danza e assume un significato quasi universale. In un’epoca che esalta il risultato immediato, la velocità e la ricerca continua della prestazione, Balanchine ricorda il valore della preparazione, della pazienza e delle fondamenta.
Ogni grande gesto nasce da un lavoro nascosto, spesso ripetitivo, che il pubblico non vede ma che rende possibile tutto ciò che vedrà in seguito.
La bellezza di una variazione, la sicurezza di una pirouette o la leggerezza di un grand jeté sono il frutto di migliaia di plié eseguiti con attenzione, precisione e generosità.
Forse è proprio questo il motivo per cui quelle poche parole continuano a essere tramandate da insegnanti e maestri di generazione in generazione. Non rappresentano soltanto una correzione tecnica, ma un invito a non risparmiare mai ciò che è essenziale.
La danza insegna che non esiste vera elevazione senza una solida base, né autentica leggerezza senza una piena accettazione del peso.
Il plié, così umile e apparentemente semplice, diventa allora il simbolo di una verità che accompagna ogni artista: le radici, per quanto invisibili, sostengono sempre i rami più alti.
Ed è forse proprio questa la lezione più preziosa lasciata da George Balanchine. Il pubblico applaudirà la brillantezza dei virtuosismi e ricorderà la magia dei grandi salti, ma chi conosce davvero la danza sa che ogni momento di straordinaria bellezza è nato qualche istante prima, nel silenzio di un plié eseguito senza avarizia.
Michele Olivieri
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