
Il gala Les Étoiles, ideato e diretto da Daniele Cipriani, ha confermato al Teatro Arcimboldi di Milano (con doppia rappresentazione) la sua natura di appuntamento capace di coniugare prestigio internazionale e costruzione intelligente del programma, trovando nel caloroso consenso del pubblico – con applausi a scena aperta e un finale accolto da una vera ovazione – la misura più evidente della sua riuscita. Non si è trattato soltanto di una parata di stelle, ma di un percorso articolato nella storia del balletto, in cui ogni intervento ha trovato un proprio spazio espressivo senza risultare episodico.
Tra i momenti più intensi della serata si è imposto il passo a due tratto da Le Parc di Angelin Preljocaj, interpretato eccezionalmente da Aurélie Dupont e Hugo Marchand. Il celebre “bacio volante”, sospeso tra attrazione e slancio, ha suscitato un’immediata reazione in sala: Marchand, saldo e misurato, ha costruito una presenza quasi gravitazionale, mentre Dupont, con un controllo ormai essenziale e privo di compiacimenti, ha dato corpo a una leggerezza che appariva realmente sottratta al peso. L’applauso è scattato spontaneo, interrompendo per un attimo la continuità del gala, come accade raramente quando il pubblico percepisce di trovarsi di fronte a un’immagine ormai entrata nella storia della danza.

Il repertorio ottocentesco, rappresentato dai passi a due da Le Corsaire e Il talismano di Marius Petipa, affidati a Tatiana Melnik e Motomi Kiyota, ha ricevuto un’accoglienza altrettanto partecipe ed entusiasta. Qui il pubblico ha premiato l’assoluto virtuosismo, la chiarezza della linea e la precisione tecnica, riconoscendo in questi estratti la solidità di una tradizione che continua ad essere fondativa. Gli applausi, in questo caso, sono sembrati rivolti non solo agli interpreti ma a un intero sistema di codici che ancora oggi definisce l’identità del balletto classico.
Di segno diverso il passo a due da Giselle di Jean Coralli e Jules Perrot, affidato agli splendidi Cassandra Trenary e Davide Dato. La loro interpretazione, più raccolta e lirica, ha creato un’atmosfera sospesa che ha catturato l’attenzione della sala in modo silenzioso, culminando in un applauso prolungato al termine. Trenary ha privilegiato una qualità sopraffina, morbida, quasi impalpabile, mentre Dato ha costruito un sostegno eccellente e costante, dimostrando quella maturità artistica che lo ha reso una presenza stabile ai massimi livelli nei ranghi dell’Opera di Vienna.

Sempre la coppia Trenary/Dato ha affrontato in prima nazionale AfterEffect di Marcelo Gomes, novità per il pubblico italiano, accolta con curiosità e interesse. Il linguaggio contemporaneo, più fluido e meno gerarchico, ha trovato nei due interpreti una resa convincente, premiata da un consenso crescente man mano che il pezzo si sviluppava. L’impressione è stata quella di un pubblico disposto a lasciarsi guidare anche in territori meno familiari, purché sostenuti da interpreti credibili e talentuosi.
Un altro momento di forte concentrazione si è avuto con A Suite of Dances di Jerome Robbins, interpretato da Hugo Marchand sulle musiche di Johann Sebastian Bach eseguite dal vivo da Martina Lopez Smuraglia. Qui l’applauso è arrivato dopo un silenzio particolarmente attento, quasi a voler rispettare la natura intima del pezzo. Marchand ha scelto una linea interpretativa sobria e ricca di carisma, lasciando che fosse il dialogo con la musica ad emergere con chiarezza.

Di grande impatto scenico le esibizioni di Sergio Bernal, che con Racheo e Rodin ha ottenuto alcune delle reazioni più immediate della serata. Il suo stile, capace di fondere flamenco e tecnica classica, ha acceso il pubblico, che ha risposto con applausi e partecipazione evidente. La sua presenza ha introdotto una variazione dinamica importante all’interno del programma, ampliandone l’orizzonte stilistico.
Le creazioni di Sasha Riva e Simone Repele hanno aggiunto una dimensione più riflessiva e, a tratti, ironica. The White Pas de Deux ha suscitato una reazione affettuosa, mentre DonQ, con il suo gioco sui codici del balletto ottocentesco, ha strappato sorrisi e applausi convinti, dimostrando come la tradizione possa essere riletta senza perdere dignità.
Il culmine emotivo della serata è arrivato con Hymne à l’amour, affidato all’étoile Luciana Savignano. La sua apparizione è stata accolta da un lungo applauso ancora prima che iniziasse a danzare, segno di un legame profondo con il pubblico italiano. Il pezzo, costruito sulla memoria e su una presenza scenica essenziale e intensissima, ha assunto il valore di un vero omaggio non solo alla sua carriera, ma a un’intera stagione della danza. Nel prosieguo dell’assolo, la Savignano ha quindi lasciato progressivamente spazio all’ingresso di Simone Repele e Sasha Riva, che sono intervenuti integrandosi con naturalezza nel tessuto coreografico già avviato. Il loro arrivo ha trasformato la solitudine iniziale in un dialogo a tre, fino a costruire un pas de trois conclusivo che ha chiuso la stessa coreografia con una forte coerenza drammaturgica e una rinnovata densità emotiva. Al termine, l’ovazione è stata unanime e prolungata, suggellando anche nel gran finale del gala, con tutti gli artisti nuovamente in scena tra applausi insistenti.

Nel complesso, questa edizione di Les Étoiles si è distinta per equilibrio e coerenza, riuscendo a restituire l’idea di un’arte in continua trasformazione senza perdere il legame con le proprie radici. Il successo riscosso, evidente nella partecipazione calorosa del pubblico in un teatro completamente sold-out (nella data qui recensita, sabato 11 aprile), conferma la validità di un progetto che continua a trovare nella qualità degli interpreti e nella cura del programma le sue ragioni più solide.
Michele Olivieri
Foto di © Graham Spicer
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