
Viviamo nell’era della sovrastimolazione e della fame insaziabile del nuovo. Se qualcosa non cambia o succede subito, ci si annoia.
Questa dinamica disfunzionale ha contagiato anche le sale di danza, dove sempre più spesso si scambia la quantità di materiale coreografico con la qualità dell’insegnamento: più passi, più sequenze, più novità. Ma accumulare movimenti non significa imparare.
La pedagogia e le neuroscienze infatti ricordano una verità fondamentale: il cervello ama la novità, ma il corpo cresce con la ripetizione.
Il sistema nervoso è biologicamente programmato per reagire agli stimoli rilasciando dopamina. Il “nuovo” ci dà una scossa immediata di gratificazione, ma è una soddisfazione effimera.
Quando questa logica viene applicata alla danza, si crea un cortocircuito, allievi che consumano passi e coreografie senza mai metabolizzarli davvero.
Accelerare i tempi per inseguire la ridotta soglia di attenzione produce esecutori di movimenti, non ballerini e annulla una parte fondamentale della danza, il lato artistico. Il cervello ha bisogno di tempo per introiettare le informazioni, viverle, tradurle in movimento e comunicarle.
Ogni volta che un gesto viene eseguito con intenzione, ripetuto nel tempo e corretto, i circuiti neurali si rafforzano. La guaina mielinica che avvolge i neuroni si ispessisce, trasformando un movimento in uno schema motorio preciso ed efficiente.
Contrariamente a quanto si crede, ripetere non significa annoiarsi o regredire. La vera soddisfazione nella danza nasce dal sentire che ci si appropria del movimento.
La prima volta che si esegue un passo, la mente è concentrata su cosa fare. Attraverso la ripetizione, la concentrazione si sposta su come farlo.
Quando il corpo non deve più pensare al movimento, la mente si libera e subentra il piacere puro della danza.
Padroneggiare una combinazione complessa grazie a settimane di lavoro quotidiano è infinitamente più gratificante dell’appagamento temporaneo dato dall’aver imparato una sequenza nuova in dieci minuti.
Tutto non questo significa che l’insegnamento non debba modificarsi, ignorando i cambiamenti del mondo e degli allievi. Agli insegnanti è richiesto di innovare la didattica senza tradire la tradizione.
Le mode passano, le tendenze social sfumano, ma le basi della danza restano scolpite nel corpo di chi le ha studiate e costruite con pazienza.
La vera innovazione pedagogica, quindi, non consiste nel rincorrere le novità per paura che gli allievi perdano l’interesse e rinuncino alle lezioni, ma nell’avere gli strumenti per guidarli a riscoprire la bellezza del processo e del percorso.
Educare a stare nel gesto, ad apprezzare la sfumatura, a trovare la gioia nella costanza è il senso profondo dell’insegnamento. Perché è solo quando la tecnica diventa una seconda natura che il ballerino smette di eseguire e inizia a danzare.
Stefania Napoli
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