
Il Wiener Staatsballett affronta una delle creazioni più profonde del repertorio contemporaneo. Al centro, Alessandro Frola nel ruolo di Vaslav Nijinsky, protagonista di una partitura coreografica che esige virtuosismo, maturità interpretativa e una rara capacità di introspezione.
Un debutto di rilievo per la compagnia guidata da Alessandra Ferri, valorizzato dalla direzione musicale di Nathan Brock e dalla scelta della Wiener Staatsoper di rendere lo spettacolo accessibile gratuitamente in streaming
Ci sono opere che chiedono ai danzatori di esibire la propria eccellenza tecnica e altre che li chiamano a un compito più impegnativo: trasformare il movimento in pensiero, dare consistenza fisica alla memoria e rendere leggibile ciò che, nell’esperienza umana, sfugge a ogni definizione.
Nijinsky di John Neumeier appartiene a questa seconda categoria. È un balletto nel quale la virtuosità non rappresenta un punto d’arrivo, ma il presupposto di una ricerca interpretativa che investe l’identità dell’artista, la fragilità dell’individuo e il rapporto, spesso doloroso, fra il corpo celebrato dal pubblico e la coscienza che lo abita.
Portare questa creazione alla Wiener Staatsoper significa confrontarsi con una delle opere più articolate della produzione di Neumeier, autore che ha fatto della biografia un territorio drammaturgico di straordinaria ricchezza. La sua scrittura non procede secondo una successione convenzionale di episodi: ricordi, figure storiche, personaggi e frammenti del repertorio si sovrappongono, componendo una trama nella quale il passato riaffiora come presenza viva.
La danza diventa così uno strumento di indagine psicologica, sostenuto da un’organizzazione coreografica rigorosa e da una concezione teatrale nella quale ogni elemento concorre alla definizione del protagonista.
Creato nel 2000 per l’Hamburg Ballet, Nijinsky testimonia la capacità di Neumeier di coniugare la tradizione classica con una drammaturgia moderna, senza sacrificare la complessità del personaggio alla necessità di una narrazione immediatamente decifrabile.
Il coreografo non si limita a ricostruire la vicenda di Vaslav Nijinsky, il danzatore che contribuì a rivoluzionare il balletto all’inizio del Novecento. Ne restituisce piuttosto la dimensione interiore, facendo della memoria il principio ordinatore dell’intero spettacolo. Il repertorio dei Ballets Russes, le relazioni affettive, la presenza di Sergej Djagilev e la progressiva frattura dell’equilibrio psichico del protagonista confluiscono in una costruzione che richiede agli interpreti una notevole consapevolezza drammatica.
La qualità della scrittura di Neumeier risiede proprio nella sua capacità di non separare mai forma e contenuto. La tecnica classica non viene abbandonata, ma sottoposta a una continua trasformazione espressiva: il gesto si carica di significati ulteriori, la ripetizione diventa memoria, la figura coreografica può assumere il valore di un’immagine mentale. È una concezione esigente, che presuppone una compagnia capace di affrontare non soltanto la complessità del movimento, ma anche quella del pensiero teatrale.

Alessandro Frola, nel ruolo di Vaslav Nijinsky, è stato il fulcro di un progetto interpretativo che richiede una rara integrazione di qualità tecniche e sensibilità drammatica. Il protagonista non può essere affrontato attraverso la sola evocazione del danzatore leggendario: occorre distinguere l’immagine pubblica, alimentata dalla fama e dalla straordinarietà delle sue interpretazioni, dalla dimensione privata di un uomo progressivamente estraniato dal mondo che lo circonda. È in questa duplice prospettiva che va riconosciuta la particolare responsabilità artistica del ruolo. La scrittura di Neumeier esige un interprete capace di governare il corpo con precisione, ma anche di sottrarre il virtuosismo a ogni compiacimento, lasciando emergere le contraddizioni del personaggio. La misura espressiva, la capacità di articolare il gesto e la disponibilità a una trasformazione scenica profonda costituiscono i requisiti essenziali per restituire la complessità di Nijinsky.
A Frola è spettato dunque il compito più delicato dell’intera architettura teatrale: non imitare un mito, ma cercare l’uomo che quel mito ha finito per nascondere. La centralità del suo ruolo ha rappresentato uno degli elementi di maggiore interesse di questa produzione, offrendo al pubblico in sala e in collegamento streaming l’occasione di misurarsi con una figura che continua a interrogare la storia della danza.
Attorno a Nijinsky si dispone una costellazione di personaggi che non costituiscono un semplice contorno biografico. Sono presenze determinanti nella costruzione della sua identità e, al tempo stesso, frammenti di un passato che torna a imporsi sulla coscienza del protagonista. Per questo la riuscita dell’opera dipende in misura sostanziale dalla qualità dell’ensemble e dalla capacità di ciascun interprete di contribuire all’equilibrio drammatico complessivo.
Ketevan Papava ha affrontato il ruolo di Romola Nijinska, figura essenziale nella vita privata di Nijinsky. Il personaggio ha richiesto una presenza capace di coniugare sensibilità e fermezza, evitando ogni lettura univoca di una relazione complessa. La sua funzione drammaturgica è quella di dare consistenza alla dimensione affettiva del protagonista, mantenendo vivo il confronto fra l’uomo e l’immagine pubblica che lo accompagna.
Ioanna Avraam, nei panni di Bronislava Nijinska, ha portato al centro della vicenda il legame familiare e il rapporto con una figura che appartiene, a sua volta, alla grande storia della coreografia. Il ruolo ha richiesto consapevolezza stilistica e misura interpretativa, qualità indispensabili per inserirsi in una narrazione dove le relazioni personali acquistano progressivamente il valore di ricordi e richiami interiori.
António Casalinho ha vestito i panni di Stanislaw, il fratello di Vaslav, contribuendo alla dimensione familiare dell’opera. La sua presenza si è collocata in un tessuto drammatico nel quale la memoria degli affetti si intreccia con il senso della perdita, restituendo una recitazione danzata attenta alla relazione con il protagonista e alla precisione del linguaggio coreografico.
Eno Peci, nel ruolo di Sergej Djagilev, ha affrontato una figura decisiva per la formazione e l’affermazione artistica di Nijinsky. Il personaggio concentra in sé il potere dell’impresario, l’autorità del mentore e l’intensità di un rapporto personale che segnò profondamente il destino del danzatore. La sua interpretazione si è rivelata con autorevolezza scenica e capacità di sostenere una presenza drammatica incisiva, senza ridurre il personaggio a una funzione puramente antagonistica.
Masayu Kimoto, chiamato a interpretare Thomas Nijinsky e il medico, si è confrontato con una duplice funzione che attraversa la sfera familiare e quella clinica. Il passaggio fra ruoli differenti ha richiesto versatilità e chiarezza nella caratterizzazione, qualità particolarmente importanti in un balletto nel quale la realtà si confonde progressivamente con il ricordo.
Olga Esina, nei ruoli di Eleonora Bereda e della moglie del medico, ha contribuito alla pluralità delle figure che popolano l’universo mentale del protagonista. La sua partecipazione si è inserita in una struttura corale nella quale la precisione del gesto e la definizione dei caratteri sono risultati essenziali per mantenere leggibile la complessa rete di relazioni proposta da Neumeier.
Madison Young ha interpretato la leggendaria danzatrice Tamara Karsavina, mentre Laurids Seidel ha vestito i panni di Leonid Massine. Entrambi i personaggi hanno richiamato il mondo artistico che circondò Nijinsky e la stagione irripetibile dei Ballets Russes. Il loro contributo ha assunto un particolare valore nella ricostruzione di quell’ambiente creativo nel quale danza, musica e arti visive concorsero a ridefinire il linguaggio del balletto europeo.

La compagnia si è confrontata inoltre con alcune delle immagini più celebri legate alla carriera di Nijinsky. Victor Caixeta ha interpretato lo Schiavo d’oro di Scheherazade e il Fauno di L’Après-midi d’un faune, due figure che hanno richiesto sensibilità stilistica e una netta differenziazione del linguaggio corporeo. Il primo appartiene a un immaginario scenico fortemente caratterizzato dalla sensualità e dall’esotismo; il secondo rimanda alla ricerca radicale con cui Nijinsky modificò il rapporto fra gesto, spazio e convenzioni accademiche. La duplice interpretazione sollecita dunque una notevole capacità di trasformazione.
Davide Dato ha affrontato Arlecchino in Carnaval e lo Spirito della rosa, due ruoli legati a differenti declinazioni del repertorio dei Ballets Russes. Il passaggio dall’ironia e dalla vivacità del mondo di Carnaval alla qualità lirica dello Spirito della rosa hanno confermato la sua duttilità interpretativa e padronanza di registri espressivi distinti.
Rinaldo Venuti, nel ruolo di Petrushka, si è inserito invece in una delle evocazioni più significative dell’immaginario teatrale legato a Nijinsky, dove il personaggio diventa anche simbolo dell’artista intrappolato fra la propria interiorità e lo sguardo del mondo.
Nel loro insieme, questi interpreti hanno sostenuto una struttura che esige coesione, disciplina e una precisa comprensione della poetica di Neumeier. È proprio nella capacità del corpo di ballo di mantenere un’identità collettiva, senza cancellare la specificità dei singoli ruoli, che si misura una parte sostanziale della maturità artistica del Wiener Staatsballett.
L’arrivo di Nijinsky alla Wiener Staatsoper ha assunto un significato particolare nel percorso del Wiener Staatsballett sotto la direzione artistica di Alessandra Ferri. La scelta di una creazione tanto impegnativa testimonia l’importanza di un repertorio capace di mettere in dialogo la tradizione accademica con le grandi esperienze coreografiche del Novecento e della contemporaneità.
Ferri conosce profondamente le esigenze interpretative del grande balletto e il valore di un lavoro costruito sull’equilibrio fra tecnica, musicalità e verità scenica. In una prospettiva di direzione artistica, il confronto con Neumeier rappresenta un’opportunità significativa per valorizzare le risorse della compagnia e sollecitare gli interpreti a confrontarsi con una drammaturgia che non ammette automatismi.
La responsabilità di una direzione artistica consiste anche nel creare le condizioni affinché una compagnia possa ampliare il proprio orizzonte culturale, misurandosi con opere che richiedono differenti modalità di preparazione e di espressione.
In questo senso, la presenza di Nijinsky in cartellone costituisce una scelta di rilievo: mette al centro un titolo che richiede maturità stilistica, intelligenza musicale e una concezione del balletto nella quale il danzatore è chiamato a essere, insieme, interprete e presenza drammatica.
La partitura musicale di Nijinsky, costruita attraverso pagine di Chopin, Rimski-Korsakov, Schumann e Šostakovič, costituisce uno degli elementi determinanti dell’opera. I diversi universi sonori non svolgono una funzione meramente illustrativa: contribuiscono a definire le epoche, le atmosfere e le tensioni psicologiche che attraversano la vicenda. Nathan Brock, alla guida dell’Orchestra della Wiener Staatsoper, ha palesato una responsabilità interpretativa centrale.
In un balletto fondato sulla sovrapposizione di ricordi e stati emotivi, la direzione deve garantire coerenza all’insieme, valorizzando le differenze stilistiche fra i compositori e mantenendo una relazione precisa con le esigenze della coreografia. La qualità di una simile esecuzione risiede nell’equilibrio fra tensione musicale e chiarezza strutturale: il suono deve sostenere il movimento senza sovrastarlo, offrire agli interpreti un riferimento ritmico affidabile e preservare l’identità delle singole pagine.
L’Orchestra della Wiener Staatsoper, chiamata a confrontarsi con una tavolozza sonora ampia e diversificata, ha costituito perciò una componente essenziale del progetto, non un semplice accompagnamento della scena.
L’incontro fra direzione, orchestra e compagnia ha rappresentato uno dei nodi decisivi di una produzione nella quale musica e movimento concorrono alla costruzione di un unico organismo teatrale. Merita un riconoscimento specifico anche la scelta della Wiener Staatsoper di trasmettere gratuitamente lo spettacolo (nella serata di martedì 20 ottobre 2026) attraverso la propria piattaforma digitale. Rendere accessibile una produzione di questa complessità significa ampliare concretamente la possibilità di incontro fra il pubblico e il grande repertorio coreografico, superando almeno in parte i limiti geografici e le difficoltà legate alla presenza in sala.
La trasmissione digitale non sostituisce l’esperienza irripetibile del teatro, con la sua dimensione acustica, la percezione diretta dello spazio e la relazione immediata fra interpreti e spettatori. Può però diventare uno strumento prezioso per avvicinare nuovi pubblici alla danza, favorire la conoscenza di titoli meno frequentemente proposti e consentire agli appassionati di seguire una produzione di rilievo internazionale anche a distanza.
In questo caso, la diffusione gratuita ha acquisito un valore ulteriore: permettendo di condividere un’opera che unisce una figura centrale della storia della danza a una delle più autorevoli istituzioni liriche europee. È una scelta che merita apprezzamento perché riconosce al balletto una funzione culturale pubblica, capace di oltrepassare i confini della platea senza rinunciare alla qualità artistica.
La forza di Nijinsky risiede nella capacità di tenere insieme due dimensioni che raramente possono essere comprese attraverso una sola prospettiva: la grandezza dell’artista e la vulnerabilità dell’uomo. Neumeier evita di trasformare la sofferenza in un effetto teatrale fine a se stesso e costruisce invece un percorso nel quale il corpo diventa il luogo di una memoria instabile, attraversata dalle immagini del passato. Il Wiener Staatsballett è stato così chiamato a misurarsi con questa complessità attraverso una prova collettiva che ha richiesto precisione, intelligenza stilistica e maturità interpretativa.
Alessandro Frola, al centro della vicenda, ha affrontato uno dei ruoli più impegnativi del repertorio neumeieriano; attorno a lui, il cast ha dato forma alla rete di presenze che definisce la vita privata e artistica del protagonista. La direzione di Nathan Brock, il contributo dell’Orchestra e la scelta repertoriale sostenuta da Alessandra Ferri hanno completato il quadro di un progetto di notevole interesse culturale.
Il merito di questa produzione sta nell’aver riportato al centro della scena non soltanto la leggenda di un danzatore irripetibile, ma le domande che la sua esistenza continua a porre alla danza: quanto può il corpo raccontare di un individuo? Dove termina l’immagine pubblica e dove comincia la verità privata? E in quale misura l’arte riesce a custodire ciò che la vita lascia irrisolto?
A oltre un secolo dall’ultima apparizione pubblica di Nijinsky, queste domande conservano intatta la loro urgenza. È questo il valore più profondo del lavoro di Neumeier e della sua presenza alla Wiener Staatsoper: ricordare che il grande balletto non vive soltanto della perfezione del gesto, ma della capacità di trasformare quella perfezione in conoscenza, memoria e pensiero.
Nel finale, quando il sipario si è adagiato sulla scena, la sala è stata travolta da un’onda d’affetto vibrante: il pubblico ha ripagato la maestria di tutti gli interpreti con un abbraccio di calorosi applausi. Una menzione d’onore e un’emozione speciale hanno avvolto Alessandro Frola e il coreografo John Neumeier, acclamati con fervore. Un debutto luminoso grazie alla lungimiranza di Alessandra Ferri, che ha trasformato questa prima rappresentazione viennese nel trionfo indiscusso di una festa dell’arte.
Michele Olivieri
Foto di © Ashley Taylor
www.giornaledelladanza.com
©️ Riproduzione riservata
Giornale della Danza La prima testata giornalistica online in Italia di settore