
Nello storico Teatro Ponchielli di Cremona, tra ori antichi e velluti che custodiscono memorie ottocentesche, il gala La gioia di danzare, prodotto da ARTEDANZA, ha trovato la sua naturale dimora. In una sala gremita in ogni ordine di posti, l’emozione non era frutto di attesa mondana, ma di autentica partecipazione a un’arte che qui si è mostrata nella sua continuità, dal grande repertorio classico alle scritture contemporanee. Protagonisti della serata, il primo ballerino Timofej Andrijashenko e l’étoile Nicoletta Manni, interpreti di riferimento del Teatro alla Scala, hanno dato forma a un programma articolato e coerente, capace di intrecciare virtuosismo e consapevolezza stilistica.
L’apertura con La bella addormentata di Marius Petipa, sulle immortali architetture musicali di Pëtr Il’ič Čajkovskij, ha subito inscritto il gala nella linea aurea del classicismo imperiale. Nel passo a due, Manni e Andrijashenko hanno restituito la purezza accademica del dettato petipiano: equilibri nitidi, linee distese, un dialogo limpido fra sostegno e abbandono. Non vi era ostentazione tecnica, bensì la chiarezza di un linguaggio che vive di proporzione e di ascolto musicale.
Con Almost Blue, creazione di Mauro Bigonzetti sulle malinconiche sonorità di Chet Baker, Maria Celeste Losa ed Emanuele Cazzato hanno abitato uno spazio più intimo, quasi rarefatto. La scrittura coreografica, fluida e insinuante, ha trovato nel fraseggio jazzistico un controcanto emotivo, restituendo una danza di sospensioni e di respiri condivisi.
Il ritorno a Petipa con Coppélia, su musica di Léo Delibes, ha offerto ad Agnese Di Clemente e Darius Gramada l’occasione di cesellare brio e precisione. La brillantezza del repertorio francese, con i suoi accenti leggeri e la sua ironia garbata, è emersa con nitidezza, ricordando come il balletto ottocentesco sappia coniugare tecnica e teatralità.
Di grande suggestione Luminous di András Lukács, su partitura di Max Richter, ancora con protagonisti Manni e Andrijashenko. Qui la luce sembrava nascere dal movimento stesso: un passo a due costruito su dinamiche interne, su prese che diventavano traiettorie di fiducia reciproca. La cifra contemporanea non rinnegava la formazione classica, ma la trasformava in materia plastica, duttile.
Con Spring Waters di Asaf Messerer, sulle impetuose onde sonore di Sergej Rachmaninov, Camilla Cerulli e Mattia Semperboni hanno affrontato una delle pagine più trascinanti del repertorio novecentesco russo. L’energia, quasi vorticosa, è stata governata con sicurezza, restituendo quell’entusiasmo primaverile che è cifra stessa del brano.
Il Carnevale di Venezia, ancora di Petipa su musica di Cesare Pugni, ha permesso a Maria Celeste Losa ed Emanuele Cazzato di esibire una tecnica brillante, fatta di variazioni rapide e batterie scintillanti, nel solco della tradizione virtuosistica italiana che tanto influenzò la scuola russa.
Di particolare rilievo Casse-Noisette Compagnie di Jean-Christophe Maillot, su Čajkovskij, con la coppia Manni e Andrijashenko. La rilettura di Maillot, ironica e al tempo stesso affettuosa verso il grande repertorio, ha trovato nei due interpreti una maturità scenica capace di attraversare registri differenti, dal lirismo alla sottile teatralità.
Con SENTieri di Philippe Kratz, su musiche di Frédéric Chopin, Agnese Di Clemente, Darius Gramada e Christian Fagetti hanno dato voce ad una scrittura contemporanea che dialoga con la struttura musicale romantica. Le linee si spezzavano e si ricomponevano, come a tracciare percorsi interiori, in un equilibrio fra introspezione e rigore formale.
Il passo a due di Diana e Atteone firmato da Marius Petipa, ancora su musica di Pugni, con Camilla Cerulli e Mattia Semperboni, ha rievocato la mitologia filtrata dall’estetica accademica: virtuosismo maschile eccellente, adagi di grande controllo, una compostezza solenne che richiama l’epoca d’oro del balletto imperiale.
Di intensa suggestione mediterranea Beddrha ci dormi, coreografia di Patrick de Bana su musica di Paolo Buonvino, con l’Orchestra Popolare La Notte della Taranta e la voce di Diodato. Gli interpreti Manni e Andrijashenko hanno saputo immergersi in un linguaggio che intreccia radici popolari e sensibilità contemporanea, senza perdere la misura del gesto classico. La danza si è fatta racconto, vibrazione terrestre e insieme slancio lirico.
Il gran finale, con accenti di tango e tutti gli artisti in scena, ha sciolto la tensione in una festa condivisa. Dai palchi e dal loggione sono piovuti fiori per Nicoletta Manni e Timofej Andrijashenko, in un tributo spontaneo che ricordava le grandi serate del passato. Nel loro dialogo di prese e sospensioni, la fiducia è architettura invisibile: il passo a due non è solo virtuosismo, ma una promessa silenziosa, un equilibrio condiviso che, per un istante, sospende il mondo.
Al loro fianco alcuni danzatori del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala diretto da Frédéric Olivieri, presenze preziose e rigorose, capaci di sostenere con intelligenza scenica e solidità tecnica l’architettura della serata. Artisti che, pur nella varietà delle scritture coreografiche affrontate, hanno mostrato una comune matrice stilistica: purezza di linee, controllo del peso, consapevolezza musicale. Non semplici comprimari, ma interpreti pienamente partecipi, custodi di una tradizione che alla Scala non è mai mera eredità, bensì pratica quotidiana di studio e rinnovamento. Nelle variazioni brillanti come negli adagi più sospesi, hanno saputo coniugare disciplina e slancio, dimostrando come il valore di una compagnia si misuri nella coesione del suo insieme, nella qualità diffusa che rende ogni dettaglio necessario e ogni presenza significativa.
Le ovazioni prolungate e sincere per Nicoletta e Timofej hanno suggellato non solo il successo di un gala, ma la percezione di aver assistito ad un dialogo fra epoche e stili, custodito dalla competenza degli esecutori e dall’aura senza tempo del Teatro Ponchielli.
Nella serata cremonese (domenica 1° marzo), la gioia di danzare non è stata solamente un titolo, ma una realtà tangibile: un’arte che, nel rispetto della sua storia, continua a rinnovarsi con eleganza e autorevolezza.
Michele Olivieri
Foto di Vito Lorusso
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