
Nel contesto di una stagione 2026/2027 della Wiener Staatsoper particolarmente ampia e ambiziosa, in cui l’offerta operistica raggiunge un numero considerevole di titoli, il percorso delineato per il Wiener Staatsballett si distingue per una coerenza interna e una visione artistica che porta con sé un respiro quasi narrativo. È in questo quadro che si inserisce con forza la direzione di Alessandra Ferri, giunta alla sua seconda stagione viennese, e già capace di imprimere una linea riconoscibile, colta e profondamente radicata nella storia della danza, ma al tempo stesso aperta alle urgenze del presente.
La costruzione del cartellone, articolata in undici titoli, non appare come una semplice giustapposizione di produzioni, bensì come un tessuto connettivo in cui epoche, linguaggi e poetiche differenti dialogano tra loro. In filigrana si coglie una sensibilità che affonda le proprie radici nella grande tradizione europea del balletto, quella che da Marius Petipa in avanti ha definito i codici del classico, ma che nel corso del Novecento ha saputo reinventarsi attraverso figure decisive come George Balanchine e Jerome Robbins. La direttrice Ferri sembra raccogliere questa eredità e rileggerla con uno sguardo personale, evitando ogni forma di museificazione e restituendo invece al repertorio una vitalità autentica.
Le nuove produzioni costituiscono il fulcro di questa visione. L’ingresso di Nijinsky di John Neumeier nel repertorio viennese non è soltanto una scelta di prestigio, ma un gesto che richiama una delle figure più emblematiche della storia del balletto, quel Vaslav Nijinsky che, agli inizi del Novecento, contribuì a rivoluzionare l’idea stessa di interprete. Accanto a questo titolo, Woolf Works di Wayne McGregor introduce una riflessione sul rapporto tra danza e letteratura, aprendo il linguaggio coreografico a una dimensione più astratta e introspettiva, in linea con le ricerche contemporanee.
Alla Volksoper Wien la proposta assume contorni differenti ma complementari. Masterpieces for Two si configura come un attraversamento della storia del balletto del Novecento, mettendo in relazione autori e stili diversi, da Michel Fokine a Maurice Béjart, fino ad Angelin Preljocaj e allo stesso George Balanchine, in un percorso che restituisce la complessità e la ricchezza della tradizione coreografica. In questo dialogo tra passato e presente si inserisce anche la nuova creazione di Eno Peci, Burden Loops, che testimonia l’attenzione della direzione verso la crescita interna della compagnia e verso voci coreografiche legate al suo stesso tessuto artistico. La presenza di Carmen Suite, con la sua forza teatrale e musicale, richiama invece quella linea novecentesca che ha saputo fondere racconto e astrazione in una forma di grande impatto scenico.
Le riprese di Onegin di John Cranko e di Max und Moritz contribuiscono a definire ulteriormente il profilo della stagione. Il primo, ormai entrato stabilmente nel canone del balletto narrativo del secondo Novecento, rappresenta un punto di equilibrio tra tradizione e modernità, mentre il secondo introduce una dimensione più leggera e teatrale, ampliando l’orizzonte del pubblico e confermando una programmazione attenta alla varietà dei registri.
Il repertorio si articola poi in una serie di titoli che riflettono l’identità storica della compagnia e la sua apertura internazionale. Il lago dei cigni nella versione di Rudolf Nureyev non è soltanto un ritorno a uno dei pilastri del balletto classico, ma anche un omaggio a una figura che ha profondamente segnato la storia della danza del Novecento, ridefinendo il ruolo maschile e la drammaturgia del balletto stesso. Programmi come Living Legacies e Visionary Dances mettono invece in relazione generazioni diverse di coreografi, da Balanchine a Christopher Wheeldon, da Justin Peck a Twyla Tharp, offrendo uno spaccato articolato della danza tra Novecento e contemporaneità. A completare questo quadro si inserisce Marie Antoinette di Thierry Malandain, che riporta al centro una sensibilità europea attenta al rapporto tra storia e rappresentazione.
A chiudere la stagione sarà un gala dedicato a Jerome Robbins, figura chiave nel passaggio tra balletto e teatro musicale, capace di attraversare con straordinaria naturalezza ambiti diversi della scena. Questa scelta appare tutt’altro che casuale: è piuttosto il sigillo di una stagione che fa del dialogo tra linguaggi e tradizioni il proprio tratto distintivo.
In questo insieme così articolato emerge con evidenza la mano di Alessandra Ferri, la cui direzione si caratterizza per un’eleganza non ostentata e per una profonda consapevolezza storica. La sua è una visione che non cerca effetti immediati, ma costruisce nel tempo un’identità, ponendo al centro la qualità, la musicalità e una concezione del balletto come arte viva, capace di rinnovarsi senza perdere il legame con le proprie radici. In una realtà complessa come quella viennese, segnata da una tradizione gloriosa e da aspettative sempre altissime, Ferri si muove con intelligenza e misura, restituendo al Wiener Staatsballett un profilo solido, raffinato e pienamente inserito nel panorama internazionale.
Michele Olivieri
Foto di Kosmas Pavlos
www.giornaledelladanza.com
©️ Riproduzione riservata
Giornale della Danza La prima testata giornalistica online in Italia di settore