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Il principal dancer, maître e pedagogo Pascal Molat “allo specchio”

Balletto classico preferito?
La Bayadère, per la tradizione del balletto esotico, il classicismo, la produzione e la musica.

Balletto contemporaneo preferito?
Molto difficile, ma direi
In the Middle, Somewhat Elevated. Ha cambiato per sempre il linguaggio della danza: tagliente, impavido, architettonico e al tempo stesso profondamente musicale. Ho avuto la possibilità di danzarlo moltissime volte con diverse compagnie.

Il teatro del cuore?
Naturalmente il Palais Garnier. La sua storia, il suo mistero e la sua atmosfera incarnano ancora per me l’anima del balletto, oltre al fatto che lì ho trascorso la mia infanzia da studente, incrociando nei corridoi le étoiles. Ricordi magnifici.

Un romanzo da trasformare in balletto?
Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry: poetico, filosofico, intimo. Potrebbe diventare un balletto profondamente emozionante e visivamente magico. E, in uno stile completamente diverso, I tre moschettieri di Alexandre Dumas.

E invece un film da cui trarre uno spettacolo di balletto?
Moulin Rouge.

Il costume di scena che hai indossato e che hai preferito?
Probabilmente “Brown Boy” in
Dances at a Gathering: elegante, soffice, con pantaloncini marroni aderenti e cintura. E mi piaceva anche indossare gli stivali.

A quale colore associ la danza?
A un blu profondo di mezzanotte: nobile, infinito, misterioso, con una luce da
chiaroscuro.

Che profumo ha la danza?
Colofonia, sudore e vecchi teatri, come nei corridoi o nei camerini dell’Opéra di Parigi.

La musica più bella mai scritta per un balletto?
Romeo e Giulietta di Prokof’ev. La ricchezza emotiva e la potenza drammatica di R&J per me sono incomparabili.

Il film sulla danza imperdibile?
White Nights con Baryshnikov e Gregory Hines. E, in un genere completamente diverso, Dirty Dancing con Patrick Swayze.

Due leggende della danza del passato, uomo e donna?
Michail Baryshnikov e Sylvie Guillem. Due artisti magnetici che hanno trasceso tecnica e arte, diventando figure mitiche.

Il tuo “passo di danza” preferito?
Il
fondu, perché rivela insieme coordinazione, musicalità, controllo e anima. E, per divertimento, la gargouillade, perché è molto difficile da eseguire correttamente.

Tra i personaggi del grande repertorio classico, chi ti sarebbe piaciuto essere nella vita reale?
Mercuzio in
Romeo e Giulietta. Ho danzato quel ruolo con quattro diverse compagnie. C’è una profondità e una complessità straordinarie nella sua personalità.

Chi è stato il genio per eccellenza della coreografia?
Molto difficile sceglierne uno solo, dipende dallo stile, ma direi che Jiří Kylián è il maestro dei maestri.

Guardandoti indietro, se incontrassi Tersicore, cosa le diresti?
“Grazie per la bellezza, ma anche per la disciplina, la resilienza e l’arte che hai preteso da noi.”

Tre parole per descrivere la disciplina della danza?
Emozione, devozione, linguaggio universale.

Come ti vedi oggi allo specchio?
Come un artista ancora in evoluzione, che non si limita più a esibirsi, ma trasmette esperienza, arte e passione alla nuova generazione con empatia, umanità e generosità.

Michele Olivieri

Foto di © Erik Tomasson

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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