
Fu l’ultima grande impresa creativa della sua vita, il coronamento di un percorso artistico straordinario e, al tempo stesso, un commovente congedo dalle scene.
Quando ne completò la coreografia per il Balletto dell’Opéra di Parigi nel 1992, Nureyev era ormai gravemente malato, ma la sua inesauribile energia creativa e il suo perfezionismo lo spinsero a lavorare fino all’ultimo, consegnando alla storia una delle più imponenti e raffinate riletture del capolavoro di Marius Petipa.
Il rapporto di Nureyev con La Bayadère affondava le sue radici molto lontano nel tempo. Già nel 1963, pochi anni dopo la sua clamorosa fuga dall’Unione Sovietica, aveva allestito una versione della sola scena de Il Regno delle Ombre, considerata da sempre uno dei vertici assoluti del balletto classico.
Quel celebre quadro, con la sua interminabile discesa delle trentadue Ombre lungo la rampa, incarnava per Nureyev l’essenza stessa dell’accademismo: purezza della linea, assoluto controllo del movimento, musicalità e spiritualità fuse in una visione quasi metafisica della danza.
Per quasi trent’anni il desiderio di affrontare l’intero balletto rimase vivo. L’occasione arrivò con il Balletto dell’Opéra di Parigi, compagnia della quale era stato direttore della danza dal 1983 al 1989 e che aveva profondamente trasformato, imponendo una nuova concezione del virtuosismo maschile, della teatralità e dell’eccellenza tecnica.
Nel 1992 Nureyev diede finalmente forma alla sua versione completa di La Bayadère, arricchendola di nuovi passaggi coreografici, ampliando il ruolo maschile di Solor, approfondendo il profilo psicologico dei protagonisti e conferendo all’intera narrazione un respiro epico e drammatico.
La sua non fu una semplice ricostruzione del balletto ottocentesco, ma una vera reinterpretazione. Pur rispettando la struttura tradizionale di Petipa, Nureyev ne intensificò il linguaggio teatrale attraverso una fitta trama di variazioni, passi d’insieme e dettagli coreografici che richiedono eccezionali qualità tecniche e interpretative.
Ogni personaggio acquista maggiore profondità, ogni danza contribuisce allo sviluppo della vicenda, mentre il corpo di ballo assume un ruolo di straordinaria importanza architettonica e musicale.
Ma è soprattutto sul piano simbolico che questa produzione assume il valore di un autentico testamento artistico. La vicenda della sacerdotessa Nikiya e del guerriero Solor racconta un amore spezzato dall’ambizione, dall’inganno e dal tradimento.
La morte della protagonista non rappresenta una conclusione, bensì una trasformazione: soltanto nel Regno delle Ombre, liberati dai vincoli della materia e delle passioni terrene, gli amanti possono ritrovarsi in una dimensione di assoluta purezza. La pace, negata sulla terra, viene finalmente conquistata nell’eternità.
È difficile non cogliere, in questa lettura, una profonda consonanza con la vicenda personale dello stesso Nureyev. Consapevole della gravità della propria malattia, il coreografo sembrò affidare proprio a La Bayadère una riflessione sul destino umano, sulla caducità dell’esistenza e sul potere salvifico dell’arte.
La danza diventa così memoria, trascendenza e ricerca dell’assoluto; il palcoscenico si trasforma nel luogo in cui la bellezza sopravvive al tempo e perfino alla morte.
Pochi mesi dopo la prima rappresentazione, il 6 gennaio 1993, Rudolf Nureyev si spense a Parigi. Rimaneva però la sua ultima grande creazione: una La Bayadère sontuosa, virtuosistica e profondamente umana, nella quale convivono il rigore della tradizione classica, la forza del teatro e la visione poetica di un artista che dedicò l’intera esistenza alla danza.
Per questo motivo la versione del 1992 è oggi considerata non soltanto uno dei massimi capolavori del repertorio dell’Opéra di Parigi, ma anche il lascito spirituale di uno dei più grandi interpreti e coreografi del Novecento: il suo definitivo, commovente testamento artistico.
Michele Olivieri
www.giornaledelladanza.com
©️ Riproduzione riservata
Giornale della Danza La prima testata giornalistica online in Italia di settore