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Akira Uchida: nuova voce della danza contemporanea internazionale

Ci sono artisti che appartengono a una disciplina e altri che sembrano aver bisogno di attraversarle tutte. Akira Uchida appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Danzatore, coreografo, movement director e creative director, originario di Ottawa e oggi residente a New York, Uchida sta costruendo un percorso nel quale la danza non appare mai come un linguaggio isolato.

Il movimento è il suo strumento principale, ma intorno a quel movimento ruotano musica, cinema, fotografia, animazione, moda, cultura dei club e arti visive.

Il suo lavoro nasce proprio nello spazio in cui queste forme si incontrano, in quella zona intermedia che lui stesso considera particolarmente fertile.

Forse è questo il primo elemento da comprendere per avvicinarsi alla sua arte: Akira Uchida non sembra interessato a scegliere un territorio e a difenderne i confini. Al contrario, sembra volerli attraversare. E il corpo diventa il luogo nel quale questi attraversamenti avvengono.

La sua storia artistica comincia molto presto. Cresciuto a Ottawa con entrambi i genitori impegnati professionalmente nel fitness, durante il periodo di grande diffusione dell’aerobica negli anni Novanta, è entrato fin dall’infanzia in contatto con la musica ad alta energia e con una fisicità fortemente legata al ritmo.

La danza sarebbe diventata progressivamente il suo linguaggio naturale. La sua formazione ha attraversato jazz, tap, hip hop, balletto e contemporaneo, mentre le prime esperienze professionali lo hanno portato nel circuito commerciale di Toronto.

Ma proprio quella pluralità di esperienze avrebbe contribuito a rendergli difficile l’idea di appartenere a una sola categoria. A un certo punto il danzatore ha cominciato a cercare qualcosa che andasse oltre l’esecuzione. La coreografia è diventata uno spazio di ricerca, l’insegnamento uno spazio di trasmissione, la direzione creativa uno spazio di contaminazione e il movimento il filo capace di tenere insieme tutto.

Se c’è una parola che permette di entrare nel mondo di Uchida, quella parola è groove. Non semplicemente ritmo, non soltanto musicalità, ma una vera materia di ricerca.

L’esperienza della cultura underground dei club ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo di questo interesse. Nel suo lavoro recente Uchida ha iniziato a studiare sistematicamente il groove, cercando di comprenderne le caratteristiche fisiche e tecniche, ma anche le potenzialità trasformative.

Ha organizzato a New York un Groove Lab di tre giorni, autofinanziato, nel quale ha condiviso il proprio lavoro con un gruppo di danzatori, affrontando il groove sia dal punto di vista fisico sia da quello filosofico.

È una ricerca che nasce dal corpo ma non vuole rimanere confinata al corpo. Uchida non considera la coreografia soltanto come una costruzione estetica: la considera anche una forma di indagine. Il corpo può essere osservato, analizzato, ascoltato. Può diventare oggetto di studio e, allo stesso tempo, conservare qualcosa di misterioso.

Il groove porta con sé una contraddizione affascinante: da una parte la ripetizione, dall’altra la libertà. Un ritmo ripetuto può diventare una struttura, ma proprio dentro quella struttura il corpo può trovare possibilità impreviste.

La ripetizione non è necessariamente immobilità creativa; può diventare una porta d’accesso a uno stato diverso di percezione.

È qui che la cultura del club entra profondamente nella poetica di Uchida. Il club non è soltanto il luogo nel quale si ascolta musica e si balla. Può essere uno spazio collettivo nel quale il corpo perde temporaneamente alcune delle proprie rigidità sociali e incontra altri corpi attraverso il ritmo.

Uchida guarda al groove come a una possibilità di connessione, come a uno strumento capace di creare esperienza condivisa tra persone provenienti da contesti differenti.

Il movimento diventa così relazione. Non soltanto qualcosa che il danzatore fa, ma qualcosa che mette in relazione.

Una delle caratteristiche più interessanti del suo lavoro è il rapporto con la macchina da presa. La danza di Uchida non è pensata esclusivamente per essere vista frontalmente da un pubblico seduto in platea. Il corpo può diventare immagine cinematografica, può essere frammentato dall’inquadratura, avvicinato, rallentato, isolato. Può dialogare con l’architettura e diventare parte di una composizione visiva.

Uchida ha costruito una parte importante della propria attività proprio all’intersezione tra movimento, film, animazione, moda e fotografia. Il suo percorso comprende videoclip, campagne di moda, film di danza e progetti realizzati per piattaforme dedicate all’immagine contemporanea.

Ha collaborato con artisti come Florence + The Machine, HAAi, Leon Vynehall, Saint Levant e Ravyn Lenae, oltre che con celebri marchi.

Ma sarebbe riduttivo definire tutto questo semplicemente commercial dance. Perché in Uchida anche il linguaggio commerciale può diventare un laboratorio.

Una campagna di moda può trasformarsi in una composizione; un videoclip può assumere la forza di un film di danza; una collaborazione musicale può diventare una ricerca sul ritmo. La distinzione tra arte e industria creativa, nel suo lavoro, diventa molto più porosa.

È probabilmente nel progetto STILL che questa idea raggiunge una delle sue espressioni più compiute. Uchida ha collaborato con il Clyfford Still Museum di Denver, realizzando un dance film all’interno delle gallerie del museo.

Il punto di partenza era la pittura di Clyfford Still, uno degli artisti fondamentali dell’Abstract Expressionism americano. Uchida non voleva semplicemente creare una coreografia ispirata ai suoi quadri. Voleva studiarli, immergersi nella loro struttura, comprendere ciò che in quelle grandi superfici astratte poteva risuonare con la propria esperienza di movement artist.

È una differenza fondamentale. Non si tratta di prendere un quadro e trasformarlo in una sequenza di passi. Si tratta di chiedersi se una pittura possa essere sentita dal corpo.

Il progetto è stato girato nelle gallerie del museo. La musica era di Leon Vynehall e i danzatori erano Gabe Katz, Gabriella Sibeko e Dasol Kim. Uchida era contemporaneamente director e choreographer, oltre ad aver curato il montaggio.

Questa molteplicità di ruoli dice molto del suo modo di lavorare. Non vuole necessariamente delegare ogni fase della creazione. Vuole poter intervenire sull’intero organismo dell’opera: movimento, spazio, immagine, montaggio, musica e presenza.

L’incontro con Clyfford Still non è casuale. Still era profondamente interessato alla possibilità di liberare la pittura dalla rappresentazione convenzionale. Le sue opere passarono progressivamente da immagini riconoscibili a grandi composizioni astratte costruite attraverso forme, colori e linee capaci di evocare idee e sensazioni.

Entrare in quello spazio significava quindi per Uchida confrontarsi con un universo visivo estremamente coerente e radicale. E la domanda diventava quasi inevitabile: che cosa succede se l’astrazione viene trasferita dalla tela al corpo?

Non si tratta di mimare una pennellata. Non si tratta di trasformare una forma geometrica in un passo. Si tratta di tradurre un’energia. Il gesto pittorico diventa gesto fisico, la tensione della superficie diventa tensione muscolare, il rapporto tra vuoto e materia diventa rapporto tra immobilità e movimento. Il colore diventa atmosfera.

La danza, in questo modo, non rappresenta la pittura. La attraversa.

C’è qualcosa di particolarmente affascinante nel vedere la danza entrare in un museo. Il museo è generalmente uno spazio nel quale il visitatore deve rallentare. La danza, al contrario, è movimento. Il museo conserva. La danza trasforma. Il quadro rimane. Il corpo passa.

Uchida mette queste due condizioni una accanto all’altra. Le opere di Clyfford Still non sono soltanto sfondo: diventano parte del campo percettivo nel quale i danzatori si muovono. Il museo stesso diventa una componente della coreografia.

Nel pensiero artistico di Uchida ritorna continuamente l’interesse per lo spazio intermedio: quello tra due idee, tra due generi, tra due identità, tra due linguaggi. È proprio in queste zone di confine che sembra trovare la propria voce.

Uchida attraversa il confine tra concert dance e commercial dance, tra danza e cinema, tra arte visiva e performance, tra moda e coreografia, tra ricerca e intrattenimento. In un’intervista a Dance Magazine ha raccontato quanto sia importante per lui riuscire a muoversi tra il mondo della concert dance e quello della commercial dance senza essere costretto a scegliere una sola strada.

Danzatore, coreografo, insegnante, director, movement director, creative director: sono tutte definizioni che appartengono ad Akira Uchida, ma forse nessuna, presa singolarmente, è sufficiente.

La sua carriera sembra essere costruita proprio sulla possibilità di passare dall’una all’altra. Il suo lavoro comprende directing, choreography, studio research, classes e workshops. Non è soltanto un’organizzazione professionale. È una dichiarazione poetica.

Significa che l’artista non vive soltanto nel momento in cui presenta un’opera finita. Esiste anche nel laboratorio, nella prova, nella ricerca, nella lezione, nella conversazione con altri danzatori, nella costruzione di un’immagine.

Uchida parla della sala prove come del luogo nel quale sviluppa una lingua coreografica riconoscibile e sperimenta idee fisiche e astratte, da solo o insieme ai danzatori. Nel suo percorso ha utilizzato improvvisazione, deconstruction e transformation filters per trasformare il materiale creato insieme ai danzatori.

È una concezione molto interessante della coreografia. L’opera non deve necessariamente nascere già con una forma definitiva. Può essere una domanda, un esperimento, un errore, una deviazione, una materia che cambia mentre viene osservata.

Questa idea continua anche nel progetto Gush, presentato come un lavoro in progress destinato a svilupparsi sia come performance dal vivo sia come dance film. Anche qui emerge una caratteristica importante del suo pensiero: il lavoro non è obbligato a scegliere il proprio medium una volta per tutte. Una stessa idea può esistere sul palcoscenico e davanti a una macchina da presa, può cambiare forma senza perdere la propria identità.

Il rapporto con la moda rappresenta un’altra parte significativa del suo percorso. Uchida ha lavorato con marchi famosi.

Ma anche qui il punto non è semplicemente che un danzatore abbia lavorato per grandi marchi. Il punto è capire che cosa accade al movimento quando entra nella moda.

La moda costruisce identità attraverso il corpo. La danza costruisce significato attraverso il corpo. La fotografia congela il corpo. Il cinema lo frammenta nel tempo. La pubblicità lo trasforma in immagine desiderabile. Uchida si muove proprio all’interno di questa intersezione.

Il corpo non è più soltanto quello del performer. È anche silhouette, segno, presenza, immagine.

E poi c’è la musica, che nel suo universo non sembra mai limitarsi ad accompagnare il movimento. La sua biografia artistica nasce anche dall’esposizione precoce alla musica dance ad alta energia, mentre il suo linguaggio contemporaneo è stato profondamente influenzato dalla club culture e dalla musica elettronica. Il suono, per Uchida, non è semplicemente una colonna sonora alla quale aggiungere il movimento. È una forza che mette il corpo in moto.

Il ritmo produce comportamento. La ripetizione produce trance. Il beat produce comunità. Il corpo risponde. E la coreografia nasce da questa risposta.

Il suo percorso è particolarmente interessante anche perché parte da un mondo, quello delle competizioni e delle convention, che spesso viene percepito come distante dalla ricerca coreografica contemporanea. In realtà, nel suo caso, quella formazione sembra aver fornito una straordinaria quantità di strumenti. Jazz, tap, hip hop, balletto, contemporaneo: una molteplicità di tecniche che poteva diventare una gabbia stilistica oppure, al contrario, un vocabolario molto ampio.

Uchida ha scelto la seconda possibilità.

La sua evoluzione lo ha portato dal lavoro come danzatore commerciale alla coreografia e all’insegnamento, mantenendo però quella ricchezza di linguaggi come parte della propria identità.

È forse questo uno dei motivi per cui il suo movimento non si lascia facilmente classificare. Non appartiene completamente al balletto, non appartiene completamente al contemporaneo, non appartiene completamente all’hip hop, non appartiene completamente alla commercial dance. Prende elementi da tutti questi mondi e li ricompone.

Dance Magazine ha osservato proprio questa caratteristica: la coreografia di Uchida non entra facilmente in una singola categoria stilistica. Il suo movimento, influenzato dalla club culture e dalla musica elettronica, viene descritto come raw, joyful, intimate e hypnotic.

Sono parole interessanti perché sembrano descrivere non tanto una tecnica quanto una sensazione.

Ed è forse questa la direzione verso la quale Uchida sta portando la propria ricerca: non chiedersi soltanto quale movimento stia creando, ma anche in quale stato stia portando il corpo.

È una differenza enorme, perché sposta l’attenzione dalla forma all’esperienza.

La coreografia non è soltanto ciò che vediamo. È ciò che accade mentre la guardiamo.

C’è poi la dimensione dell’insegnamento. Uchida continua a lavorare con giovani danzatori, insegna e ha sviluppato attività formative e workshop. Per lui l’insegnamento non sembra essere una parentesi rispetto alla carriera artistica. È parte della stessa ricerca.

In un’intervista ha sottolineato la responsabilità che sente nel sapere quanto le parole di un insegnante possano influenzare il percorso di un giovane danzatore. È una posizione importante, perché significa considerare la danza non soltanto come una professione individuale, ma come una comunità: una pratica che si trasmette, una conoscenza che passa da un corpo all’altro.

Questa attenzione alla comunità trova anche una dimensione concreta nel suo impegno con Share The Movement, organizzazione non profit dedicata a offrire opportunità e orientamento a giovani danzatori BIPOC. Uchida ne è membro del consiglio.

Tutto questo contribuisce a delineare una figura diversa dall’immagine tradizionale del coreografo chiuso nella sala prove e concentrato esclusivamente sulla costruzione di uno spettacolo.

Akira Uchida sembra vivere la danza come una rete.

Una rete nella quale entrano il corpo e la musica, la pittura e la fotografia, il cinema e la moda, la ricerca individuale e la comunità.

Forse il modo più semplice per presentarlo è proprio quello di evitare di definirlo semplicemente un coreografo.

È un artista del movimento.

E questa definizione, nel suo caso, assume un significato preciso.

Il movimento è il centro dal quale partono tutte le altre direzioni: dalla danza al cinema, dal cinema alla fotografia, dalla fotografia alla moda, dalla moda alla musica, dalla musica alla cultura dei club, dalla pittura al corpo, dal corpo alla comunità.

Il suo percorso non procede in linea retta. È una rete. E al centro di quella rete c’è sempre il corpo.

In un’epoca nella quale le categorie artistiche diventano sempre più permeabili, Akira Uchida sembra incarnare una figura particolarmente contemporanea: l’artista che non vuole scegliere una sola identità.

Il suo lavoro dimostra che una coreografia può nascere in un museo, che un museo può diventare un luogo di danza, che un quadro può diventare una domanda fisica, che un ritmo può diventare una ricerca sul corpo, che una campagna di moda può diventare una composizione visiva e che un videoclip può possedere la forza di un’opera coreografica.

Dimostra anche che una sala prove può essere un laboratorio di ricerca tanto importante quanto un palcoscenico.

Forse è proprio qui che si trova la parte più interessante della sua poetica: non nel tentativo di fondere tutte le arti in una sola, ma nel permettere loro di incontrarsi senza perdere la propria identità.

Pittura e movimento. Musica e corpo. Moda e gesto. Cinema e danza. Tecnica e improvvisazione. Ripetizione e libertà. Individualità e comunità.

Akira Uchida sembra cercare continuamente il punto nel quale due elementi apparentemente diversi smettono di essere opposti e iniziano a produrre una terza possibilità.

Quello spazio intermedio è il suo territorio.

E il corpo è il suo strumento per esplorarlo.

La cosa più interessante, forse, è che la sua ricerca non appare conclusa. Al contrario, il progetto sul groove è ancora in sviluppo, Gush è presentato come work in progress e la sua attività continua a espandersi contemporaneamente nella coreografia, nella direzione, nell’insegnamento, nella moda, nel cinema e nelle collaborazioni musicali.

Non siamo quindi davanti a un artista che abbia già definito una formula.

Siamo davanti a qualcuno che sta cercando di capire quanto lontano possa arrivare il movimento.

Ed è forse questa la ragione più forte per cui vale la pena conoscerlo.

Perché Akira Uchida non sembra chiedere alla danza di rimanere semplicemente danza.

Le chiede di diventare linguaggio.

Un linguaggio capace di entrare nella pittura, nella musica, nella moda, nel cinema e nella vita contemporanea.

Un linguaggio che non ha bisogno di scegliere un solo luogo.

Perché il suo vero luogo, fin dall’inizio, è stato il movimento.

E forse il suo lavoro più importante non sarà una singola coreografia, un singolo film o una singola collaborazione.

Sarà la costruzione, nel tempo, di una lingua capace di abitare tutte queste forme.

Una lingua fatta di ritmo, corpo, immagini, relazione e ricerca.

Una lingua ancora in movimento.

Michele Olivieri

Foto di Christine Do

www.giornaledelladanza.com

©️ Riproduzione riservata

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